Ciao Giulia,
ho pensato e ripensato e, sono giunta alla conclusione che l’intervista
non ti si addice, non in questo momento. Mi fa piacere che per altri motivi,
sia giunta alla stessa conclusione.
Quando qualche mese fa, durante la preparazione di CONTEMPORANEAMENTE ci siamo scambiate delle mail, avrei voluto
pubblicarle. Il contenuto privato, come giustamente mi hai sottolineato tu, me
lo ha impedito. Ma c’era in quelle lettere la matassa di argomenti di cui
avrei voluto parlare con te.
Ti chiedo di ripartire da lì.
Dopo la Giornata del contemporaneo
ho pensato che si potesse posticipare questa nostra corrispondenza, in realtà
non è più possibile. Ho preso coscienza di questo fatto proprio grazie al carteggio con
Stefano.
La circostanza che ti ha condotto a buttare letteralmente nella
spazzatura alcuni tuoi vecchi lavori, perchè avevi difficoltà a conservarli, mi
ha fatto accapponare la pelle, ma ti devo dire la verità, è una questione, questa,
che conosco molto bene e mi interessa.
Con Josephine ho spesso affrontato il
discorso della <<inesorabile impossibilità di
conservare "i prodotti">>- come dici tu – e sento un’affinità
in quello che dici nel passaggio al digitale, all’impalpabile.
Tu, che ti dici esperta in preamboli, raccontami della tua idea di impermanenza.
“Quest'inverno ho salutato i bambini di Zoona, avevano compiuto 14 anni
ed erano già morti da tempo dentro la plastica che li proteggeva. Conservo i
loro grembiulini neri e ogni tanto guardo affettuosamente le loro foto.”
E’ un frammento di testo che abbiamo esposto in CONTEMPORANEAMENTE.
Posso chiederti di ripartire da qui?
A R
A R
Cara
Anna Rita,
è
quell'ora della domenica notte in cui tutti sembrano essere scomparsi, ingoiati
dalla luce conica di una navicella aliena, uno per uno, ed io sono l'unica ad
essere rimasta. Di norma questo però non accade negli altri giorni della
settimana. Abito in una zona vivace, traversata anche a sorpresa, nottetempo,
da personaggi canterini e ululanti. Osservo senza guardare, con le orecchie,
ascolto e immagino come possono essere questi signori che ruzzolano la loro
gioia giù per la via. Ma ora tutto tace.
Ho
passato gran parte della giornata a risistemare vecchie foto di vecchi lavori
che ho scansionato da poco. Uno dei vantaggi delle odierne macchinette digitali
è che poi non ti ritrovi immagini pelose o graffiate da ritoccare
certosinamente. Dopo un bel po' di certosineggiamento ne avevo però abbastanza
(in specie abbastanza mal di testa) e ho perciò accettato il fatto che in fondo
quelle irregolarità avevano la loro ragion d'essere: la natura di quelle foto
era di portarsi appresso la polvere delle scatole in cui sono state conservate,
di tutte le volte che sono state aperte e guardate, di tutti i traslochi e dei
cambiamenti di vita, del loro essere bagaglio. Anche quella luce giallastra di
luoghi imperfetti in cui ho esposto (vieppiù scantinati, a ben pensarci) che un
tempo era importante correggere, mi è parso invece giusto lasciarla così.
Calda, sporca. Più che l'estetica linda della documentazione, ha prevalso il
bisogno dell'autenticità del ricordo diretto di quelle atmosfere. Sarò
nostalgica, oggi. Mah. E' che è da un po' che ho rimesso mano nel mio passato,
mesi, quasi un anno, e non mi si sono ancora formate le parole in testa davanti
a quello che sto rimestando.
Tra
queste foto scansionate, comunque, c'erano anche i bambini di Zoona e gli
sposini di Ippippurra, nel loro momento vitale. Gente dell'anno 2000. Ho notato
che fare delle foto serie di una mostra non è mai stata una mia necessità
primaria. Forse anche perchè non ho particolare occhio per fotografare gli
ambienti. Insomma, quelle dell'esposizione di Ippippurra (con l'accento sulla
u) sono davvero delle brutte foto. Per Zoona invece ho un affetto speciale,
perchè all'epoca avevo potuto disporre di un ingranditore in bianco e nero. Amo
la camera oscura. Amo stampare. Amo la grana della carta fotografica. Se fosse
commestibile la mangerei. Sicchè qualche foto l'avevo stampata da me. Quando le
guardo mi viene voglia di carezzarli, gli zooni, come vecchi amici d'infanzia
(le mie foto da bambina sono ancora in bianco e nero). L'ultima foto di uno di
loro risale allo scorso inverno: ci sono anche io. Lo sto sezionando per il suo
ultimo viaggio. Sempre quest'inverno ho immortalato ("immortale" è
una parola grossa in digitalese) gli ultimi struggenti sguardi degli sposini di
Ippippurra. Si sono dovuti dire addio anche loro, un addio polveroso e
friabile, dopo esser stati sempre appiccicati dal 2000. Le ho riprese per farti
un piccolo collage del before/after da allegarti. A riguardarle dopo qualche
mese da quei giorni infausti, trovo in entrambi gli episodi una crudeltà che
non mi appartiene, fredda e rassegnata.
Ecco
le une:
![]() |
Zoona, 2000, cartapesta dipinta, grembiuli i neri, dimensione ambiente. |
Ecco le altre:
![]() |
Ippippurra, cartapesta dipinta, abiti, dimensione ambiente |
Per la cronaca, quella dell'epoca è la più grande in alto a sinistra. Le altre piccole sono di quando ho fatto la voyeur travestita da psicopompo.
So di non avere risposto che superficialmente al tuo invito a discorrere di impermanenza, ma questa è solo la prima di una serie di lettere, abbiamo tempo.
G.
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CONTEMPORANEAMENTE, 10 Giornata del Contemporaneo, 2014
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