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sabato 12 dicembre 2015

Azuni batte Eton. Pizzinni Pizoni battono Vescovo. L’Istituto d’Arte compie 80anni.

BUONE FESTE. L'arte inizia qui.

Regia Scuola, poi Statale, oggi Liceo Artistico "F. Figari". A Sassari si Festeggiano gli 80 anni dell’Istituto d’Arte. Molti artisti sardi si sono formati sui suoi banchi, altrettanti ne sono divenuti insegnanti. Per festeggiare l’anniversario si è pensato di allestire una mostra storica negli spazi di quella che oggi è la "Galleria", un piano rialzato sopra gli antichi laboratori di ceramica e architettura e, in quella che per tutti è stata “la cantina”, recentemente restaurata e ri-battezzata "Centro Sperimentale Mauro Manca", una serie di personali e doppie personali “Non rientrate tardi” a cui faranno seguito altri progetti, conferenze, annulli postali.
Piccola nota personale. Dopo i restauri, nel 2013, lo spazio, che ancora non aveva un nome, ha ospitato la sua prima mostra curata dalla sottoscritta. Un progetto articolato sull'impossibilità di ritrarsi dal fare arte, sull'incontro e la corruzione, intitolato “Le Fondamenta degli Incurabili”.
Poi,
mentre in tv il Liceo Azuni batte Eton College,
naaaaaa?! "Sassari è mondiale!" per citare Eduardo...
ancora, in tv e sui giornali, si parla di visite pastorali, vescovi e feste natalizie. E, a San Donato, la scuola dello scandalo, si va avanti con l’insegnamento e si festeggiano i risultati della buona didattica con la presentazione di “Global Pubblic Space Toolkit” e la narrazione di progetti educativi.
Il 2 dicembre, infatti, nella Sala conferenza di Ex Infermeria San Pietro, palazzina dell’Assessorato alle Culture, si parla di buone pratiche e di uso corretto degli spazi pubblici con la conferenza stampa di presentazione del tavolo di lavoro di Urban Thinkers Campus “The City We Need: Open for Art” che si svolgerà presso il Dipartimento di Architettura, Design e Urbanistica dell’Università di Sassari sede di Alghero, dal 18 al 20 febbraio 2016, che avrà il suo culmine nella conferenza delle Nazioni Unite Habitat III del 18-20 ottobre 2016 a Quito, in Ecuador. Nello stesso pomeriggio, professor Pietro Garau presenta il libro “Global Pubblic Space Toolkit”. Scaricabile su http://www.urbangateway.org/publicspace/global-public-space-toolkit
Perché questa connessione?
La casualità, non casuale, vuole che protagonista di uno dei sessanta progetti menzionati da Professor Garau sia proprio quello del quartiere di San Donato e della scuola omonima. Nel bla bla mediatico non c’è traccia della San Donato raccontata in “Global Pubblic Space Toolkit”, delle riattivazioni e l’uso corretto degli spazi pubblici, dei progetti didattici, delle giornate di attivazione dei cittadini su tematiche sociali e culturali.
La polemica vuota, il narcisismo ha preso il posto della buona narrazione. La Porpora ha rubato la scena ai Pizzinni Pizoni.
Nel testo, un vero vademecum di buone pratiche per le amministrazioni locali sulla riattivazione e l’uso corretto degli spazi pubblici, fra i sessanta casi studio scelti in tutto il mondo, l’unico progetto italiano selezionato è il “Fronte di Liberazione dei Pizzinni Pizzoni” curato per il Comune di Sassari da TaMaLaCà Francesca Arras, Paola Idini, Elisa Ghisu e Valentina Tulu, gruppo ricerAzione del Dipartimento di Architettura, Design e Urbanistica,vincitore del prestigioso premio biennale del Consiglio degli Urbanisti Europei, Urban Award per la comunicazione ”Cascais Urban Award 2013”, per vedere immagini e saperne di più pagina facebook.
Per i diversamente sardofoni “Pizzinni Pizoni” (con una z) è il termine strettamente sassarese per definire <<i bambini liberi di giocare per strada>> <<monelli di strada>>, letteralmente “bambini uccello”.
San Donato è la scuola di base più antica della città, menzionata fra le prime 15 d’Europa nel campo dell’integrazione. Il “Fronte di Liberazione dei Pizzinni Pizzoni” si è sviluppato, in collaborazione con l’Istituto Comprensivo a partire dal 2011, nel quartiere di San Donato caratterizzato dalla residenza di famiglie immigrate di diverse etnie. E’ un processo partecipato di trasformazione urbana che vede i bambini della scuola primaria del rione, gli insegnanti, i genitori e gli abitanti del quartiere impegnati in azioni di riconquista degli spazi pubblici negati, e a quanto pare bisogna sgomitare anche per quelli mediatici.

ARC

martedì 13 gennaio 2015

Corrispondenze - Giulia Sini 13/01/15

Cara Giulia,
l’annuncio ricerca di una traccia fotografica di “Santa, Vergine e Martire” sui social è partita.


Al momento solo due amici mi hanno risposto. Non hanno scattato nessuna foto, ma evidentemente hanno sentito la necessità di comunicarcelo. Lo reputo un buon segno. Infatti, mi pare che l’annuncio sia stato preso come uno scherzo, quindi approfitto per confermare che la richiesta di foto di “Santa, Vergine e Martire” non è uno scherzo. Qualcuno ha pensato che stessimo giocando a feisbuckare.
Ci vorrà tempo.
Sarebbe carino se venisse fuori qualche immagine.
E’ pur vero che erano gli anni Novanta, non c’era tutta questa follia di fotografare qualunque cosa, ma era pur sempre un' azione artistica, qualcuno curioso e voglioso di tenersi un ricordo ci deve essere pur stato, no?
In quegli anni attivasti parecchie collaborazioni. Mi ricordo maschere o comunque opere indossabili, collaborazioni teatrali. Mi è venuto in mente “Senza sentimento- Desolation Angle” un monologo di Alessandro Doro del 2002, che vidi al Borderline. Siccome non ero certa che la maschera fosse tua e non ricordavo assolutamente il titolo del monologo sono andata alla ricerca sul web e ho trovato una pagina del tuo antico sito. Appare sulla ricerca di google e lì ho trovato la risposta alla mia mancanza di memoria sul monologo di Alessandro.
Il sito antico a cui fai riferimento su fb è questo http://kijina.net “chiuso per ridipintura pareti”, vero?
Anche se “vecchiotto” non avrei cancellato i contenuti, lo avrei aggiornato con calma. Il web non si può più permettere di vivere in un eterno presente, è vecchio anche lui, ha una sua storia e va raccontata.
Il web si muove nel tempo, perché non farlo invecchiare? Non so, forse ragiono da analogica preistorica. Per me, avresti dovuto tenere i contenuti. Mi ricordo vidi, a suo tempo, il lavoro che facesti con “Specchio delle mie brame” di Josephine, a me era piaciuto.
Anche le opere digitali hanno il diritto di diventare vecchie.
Non essendo una esperta di faccende informatiche non capisco molto il mito del digitale sempre nuovo.
Una nuova disciplina da inventare può essere l’archeologia digitale. L’archeologia dei contenuti realizzati per il web sul web, che oggi appaiono desueti. Il digitale antico.

A.R.

Cara Anna Rita,
ho sentore che non troveremo immagini della Santa. In quegli anni si viaggiava ancora su pellicola e prima di scattare ci si pensava un po'. Non c'era lo stesso convulso pigiare il bottone della fotocamera digitale che adesso ci accompagna di continuo. Sono piccola di statura, e questo è un problema giusto quando si assiste a concerti e spettacoli, e per poche altre cose: ho sempre davanti qualcuno più alto di me, anche nella poltrona del teatro, sicchè approfitto del loro cellulare posizionato in alto nell'atto di registrare un video per guardare lo spettacolo attraverso il loro schermo. [Divagavo]. Ho più l'impressione che qualche perfetto sconosciuto di passaggio, magari qualche turista (era estate) abbia fatto foto generiche all'evento, inquadrando di tutto un po'. Non penso che riuscirò a vedermi com'ero vista da fuori. Ricordo com'era starci dentro, però. Comunque, chissà, magari qualcosa arriva.
 
creenshot
E cosa ritiriamo fuori dall'armadio delle vecchie stagioni? Nientemeno che Kijina. Effettivamente ricordavo di aver cancellato tutto, con l'intento di rifarlo, un giorno. Ci ho controllato dentro giusto oggi (dopo anni) e ho scoperto che la maggior parte delle cose è ancora lì, avevo solo cambiato i percorsi per rendere le parti irraggiungibili. Invece tu ci sei arrivata proprio attraverso una porcheriola, indicizzata da google, che avevo fatto al volo solo per mostrarla online a un tale che cercava un cartapestaio.
Kijina era un luogo senza struttura dove infilavo piccoli screen in movimento. Non lo usavo come portfolio professionale, non certo come facitrice di siti. Avevo imparato a usare Flash da sola, dopo aver iniziato a usare il computer che ero già bella grande. Fanno decisamente tenerezza. Allora ci gasava per un pallino che andava da una parte all'altra dello schermo, era magia. Adesso lo fai in due secondi in automatico. Me li sono riguardati tutti, e benchè sia un po' imbarazzante, ho deciso di ripristinarli per questa occasione come finestrella sul passato. Abbi la pietà di inquadrarli in quegli anni. Nemmeno le dimensioni sono le stesse, erano progettate per altri monitor e adesso sembrano minuscole. Puoi ingrandirle provvisoriamente usando i tasti Ctrl+ e Ctrl- : purtoppo non posso più agire sui file sorgenti per modificarle a monte. C'è, fastidiosissimo, il fatto che tutti i link si aprano in pagine nuove. Prima sembrava una cosa utile, al contrario. E se vedi una finestrella di flash che ti chiede se sei sicuro di voler aprire (o connettere, non ricordo), di' di sì, è solo un messaggio stravagante perchè il tutto funzionava su player di vecchia generazione.
Per arrivare al vecchio sito non passare per l'indirizzo principale: entra dalla porta di servizio all'indirizzo http://www.kijina.net/kijina_old
Noterai che avevo sviluppato anche una passione per i rumorini fastidiosi. Facevo anche dei piccoli loop musicali, da completa incompetente, e sui cd su cui li conservavo scrivevo a pennarellone "Digrascia Dj". Così, zuzzurellando.
In effetti collaboravo parecchio. Scambiavo, pubblicavo qua e là.
La mostra virtuale che tu ricordi, il cui titolo era "Intrometropie" invece, non era su Kijina. Avevo aperto uno spazio apposito, si chiamava Kronica, ma era su un sito gratuito e con gli anni è stato divorato. Ogni tanto gli cambiavano la parte iniziale dell'indirizzo. Un giorno ho provato a cercarlo di nuovo e non esisteva più in nessuna salsa. Cancellato.
Controllerò se i files che ho conservato sono ancora integri: magari posso pensare di fare un revival di qualche giorno, più avanti, e sistemarlo dentro kijina provvisoriamente. Era stato anche recensito, tu pensa. Progetto abbastanza fugace: l'idea era di fare una serie di progetti simili, a cadenze irregolari. Talmente irregolari che poi si è fermato. O magari la posso considerare come una pausa di dieci anni?
Quindi eccoti un po' di internet vintage da girellare.
Ti allego lo screenshot di una delle cose che ci troverai dentro. Per avere più visite e finire in alto nelle graduatorie dei motori di ricerca la gente infilava le keywords "porn, porn, porn" e similari anche in siti che col porno non c'entravano nulla. Volevo vedere se mi avrebbero stracliccato anche quella.
A presto,
G.



Cara Giulia,
di solito non rispondo immediatamente ad una lettera delle nostre “Corrispondenze”, ma questa nostra archeologia dell’immagine è per me una cosa seria, molto divertente.
Trovo che l’aver tirato fuori questi esperimenti digitali, oggi datati, sia un bel gioco di archeologia dell’immagine post industriale. Mostrarli nella loro genuina antichità, semplicità quasi ingenua, rispetto a ciò che si fa oggi con il computer, mi sembra un’operazione molto interessante. Tra l’altro sono molto belli.
Per ciò che riguarda la “Santa, Vergine e Martire”, credo che gli amici di FB non abbiano compreso che è una ricerca archeologica, partita dalla sottoscritta e assolutamente seria.
Pazienza, credo che si possano ricostruire gli avvenimenti anche con le parole, le fonti scritte su cui si sono costruiti i libri di storia ne sono un bell’esempio.
Considera questa lettera un p.s. post post.
Non è necessario che tu risponda.
Aspetta una prossima lettera con buona pace della “Santa”.
A.R.



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lunedì 29 dicembre 2014

Corrispondenze - Giulia Sini 29/12/14

Cara Giulia,
da parecchio tempo l’instabilità pare essere una condizione permanente. Una condizione perennemente in bilico tra l’essere e il non essere in un gioco ad elastico dentro una vita precaria.
Quindici anni fa, iniziai una collaborazione con la Soprintendenza, al fine di catalogare le opere d’arte del territorio. Contratti saltuari. La collaborazione è finita dopo alcuni anni, per motivi che non sto qui a raccontarti, scelte obbligate: precarietà con il collare o senza. Ma non è questo che volevo raccontarti.
Il progetto di catalogazione è molto importante, ha come fine non solo il censimento dell’esistente, ma è possibile capire quali problemi di conservazione esistono per le opere d’arte, la necessità di un restauro,la prevenzione dai furti. Giri per i paesi, le chiese e i cimiteri, conosci gente e capisci non solo il patrimonio, ma il rapporto che questo ha con la comunità.
Una cosa, che mi colpì molto, in quegli anni, riguarda proprio le sculture. Non i dipinti e gli affreschi, ma le sculture.
Moltissime chiese della Sardegna, negli anni d’oro della Controriforma, si arricchirono di Retabli e sopratutto di sculture lignee in estofado de oro. Ritrovarle spesso tarlate fino alla consunzione o sapere che in tempi di rinascita economica erano state sostituite da sculture in cartapesta, che giacevano impolverate dentro sacrestie grigie e fredde, mi dava un senso di precarietà e disfacimento.
Ricordo una bellissima statua in estofado de oro, una Madonna con bambino, mi pare fosse la Madonna d’Itria, con braccia danneggiate e la parte inferiore del corpo mancante, un po’ annerita, come il pinocchio di Collodi, dopo essersi avvicinato troppo al braciere. Ci raccontarono (io in quel momento fungevo da assistente, il titolare era un caro amico) che era stata attaccata dai tarli, molto danneggiata. Parecchi decenni prima, -presumo negli anni del benessere e della plastica-, qualcuno avevano pensato bene di usala come ciocco per i fuochi di Sant’Antonio. Salvata dal rogo e restaurata era finalmente possibile ammirarla nel suo splendore, tranne che per quelle parti oramai bruciate, che mostravano i segni anneriti della violenza.
Per molte opere d’arte a tema sacro, il sacro prevale sull’arte e a cascata la venerazione dei fedeli sull’ idea di opera d’arte, la venerazione dell’oggetto sulla bellezza, l’oggetto infine prevale su tutto.
La plastica potrebbe venire in soccorso a tutto questo?
No. Ho scoperto di recente che anche la plastica non è esente da tali attacchi, non c’è niente di eterno neppure nella plastica. L’attacco di funghi, muffe e batteri può manifestarsi con la perdita delle proprietà meccaniche, erosione della superficie, perdita di peso e infragilimento, restringimento e formazioni di macchie, ci sono poi alcuni microorganismi si nutrono del polimero stesso.
L’era della plastica pareva essere la soluzione a tutti gli attacchi biologici esistenti per i materiali naturali eppure non c’è materiale più temporaneo, instabile e poco resistente della plastica.
Ecco, questa è la mia esperienza sull’ impermanenza che ha acceso interesse sui tuoi bambini Zoona.

Madonna degli angeli, Episcopio di Bosa,
Scultura lignea in estofado de oro, MUS'A, Sassari.


Cara Anna Rita
il ritardo con cui rispondo alla tua lettera mi ricorda quelle belle corrispondenze cartacee che ho avuto soprattutto con gente mai vista (precorrendo le amicizie sconosciute internettiane) che mi vedevano fissa col naso dentro la cassetta della posta o seduta sulle scale in attesa del postino per poter aprire una nuova invitante busta. All'epoca la gente la si raccattava su Topolino, e fra questa ebbi anche il mio bel maniaco maggiorenne olandese che mi voleva mandare le sue foto ignudo. Niente di nuovo sull'internet. Ma chi si è fatta aspettare stavolta sono io: è una casella in cui ricevo soprattutto spam, proposte per dare una smossa alla mia stagnante vita di coppia, premi da ritirare, convenientissime assicurazioni e via dicendo, sicchè erano alcuni giorni che non entravo a controllare.
Non sono cattolica, ma leggere della statua della Madonna usata come legna da ardere mi ha dato un brivido. Non credo che nel mio caso il sacro prevalga sull'opera d'arte -non ho molecole residue di idolatria- ma mi dà comunque pena. Non ho avuto questa fortuna di stare in mezzo alle cose antiche, mi sarebbe piaciuto molto. Tempo fa sono entrata in una casa appena acquistata da una mia conoscente. Era chiusa da decenni e lungi dall'essere ancora ristrutturata. C'erano rimaste poche tracce di vita di qualcuno che ci aveva vissuto prima che finisse nel limbo: un armadio degli anni che furono, immaginette sacre cupe, una statua della madonna messa in alto in un angolo, non certo antica ma piuttosto anziana, un disegno fatto a matita sul muro, di cui non ricordo più il soggetto, che fra tutte era la cosa più straniante, perchè era la cosa più viva, e nel contempo morta, di tutte.
Mi ha anche fatto venire in mente un vecchissimo discorso con un amico che ora non c'è più, che raccontava di cassapanche intagliate & Co. sostituite nei floridi anni '70 con fiammanti mobili in formica, in certe realtà di paese a cui lui era più vicino. Niente a che vedere con la statuaria, sia chiaro, ma come spirito siamo lì. Una confusione tra antico e vecchio. Tra prezioso e ingombro.
Mi ha anche ricordato una persona con cui mi intrecciai svariati anni fa, che mi disse di aver avuto una visione della Madonna, una volta, cosa che non indagai oltre a questa affermazione. Mi spediva bellissime cartoline lenticolari a soggetto sacro.
E infine mi ha rammentato un mio vecchio lavoro, appunto tra quelli di cui ho scansionato le foto cui ho fatto cenno nella scorsa lettera. Se non vado errando è del '97, nel contesto di un episodio di sculture itineranti. Costruii una "Santa, Vergine e Martire", di cui però non ho nessuna immagine che la ritragga indossata,  che mi valse gli insulti di una signora che animatamente  disse che non si prendeva in giro Gesù, e poi si scusò, ma credo solo per lo spavento di aver sentito una voce provenire da quella che sembrava una statua inanimata, e in seguito guadagnai svariate altre palpate -non escluso il fondoschiena- da persone che volevano sincerarsi se fosse vera o finta quando dovetti stare ferma per un tempo che mi parve interminabile. Ma il momento più surreale fu quando un musicista colombiano, in una parata all together, si avvicinò a succhiare le tettarelle. Dalla foto che ti invio si vede e si intuisce poco: era una sorta di torace apribile a mobiletto, con dentro una serie di eventuali reliquie insieme a un vezzoso e pizzoso utero. Si indossava tramite una sorta di imbracatura, aveva un paio di braccia addizionali aperte e accoglienti, e uno schermo bucherellato a coprire la faccia. Un vestito avvolgeva il corpo. Trascinava un trono su ruote ricavato dalla poltroncina di un vecchio seggiolone per bambini e non ricordo più cos'altro, a parte che ci avevo sistemato una decorazione a coronare il tutto con tanto di vegetazione secca e sonaglino per bebè. L'insieme era bianco e oro, se ben ricordo. Come puoi immaginare, anche questo è andato perduto. Il torace si è spostato un po' qua e un po' là, finchè è finito anche sotto la pioggia e si è marcito. L'ultima cosa che resisteva era la decorazione, piuttosto ingombrante, di cui mi sono liberata quasi un anno fa, senza rifletterci più.

Credo che stia riprendendo a piovere,
a presto.
G.

Giulia Sini, Santa, Vergine e Martire, 1997, scultura indossabile, materiali vari (legno, cartapesta, gesso, stoffa). Corredo: trono trascinabile (disperso)

Lettere:
Corrispondenze - Giulia Sini 16/12/14

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martedì 16 dicembre 2014

Corrispondenze - Giulia Sini 16/12/2014

Ciao Giulia,
ho pensato e ripensato e, sono giunta alla conclusione che l’intervista non ti si addice, non in questo momento. Mi fa piacere che per altri motivi, sia giunta alla stessa conclusione.
Quando qualche mese fa, durante la preparazione di CONTEMPORANEAMENTE ci siamo scambiate delle mail, avrei voluto pubblicarle. Il contenuto privato, come giustamente mi hai sottolineato tu, me lo ha impedito. Ma c’era in quelle lettere la matassa di argomenti di cui avrei voluto parlare con te.
Ti chiedo di ripartire da lì.
Dopo la Giornata del contemporaneo ho pensato che si potesse posticipare questa nostra corrispondenza, in realtà non è più possibile. Ho preso coscienza di questo fatto proprio grazie al carteggio con Stefano.
 La circostanza che ti ha condotto a buttare letteralmente nella spazzatura alcuni tuoi vecchi lavori, perchè avevi difficoltà a conservarli, mi ha fatto accapponare la pelle, ma ti devo dire la verità, è una questione, questa, che conosco molto bene e mi interessa. 
Con Josephine ho spesso affrontato il discorso della <<inesorabile impossibilità di conservare "i prodotti">>- come dici tu – e sento un’affinità in quello che dici nel passaggio al digitale, all’impalpabile.
Tu, che ti dici esperta in preamboli, raccontami della tua idea di impermanenza.
“Quest'inverno ho salutato i bambini di Zoona, avevano compiuto 14 anni ed erano già morti da tempo dentro la plastica che li proteggeva. Conservo i loro grembiulini neri e ogni tanto guardo affettuosamente le loro foto.”
E’ un frammento di testo che abbiamo esposto in CONTEMPORANEAMENTE.
Posso chiederti di ripartire da qui?
A R



Cara Anna Rita,
è quell'ora della domenica notte in cui tutti sembrano essere scomparsi, ingoiati dalla luce conica di una navicella aliena, uno per uno, ed io sono l'unica ad essere rimasta. Di norma questo però non accade negli altri giorni della settimana. Abito in una zona vivace, traversata anche a sorpresa, nottetempo, da personaggi canterini e ululanti. Osservo senza guardare, con le orecchie, ascolto e immagino come possono essere questi signori che ruzzolano la loro gioia giù per la via. Ma ora tutto tace.
Ho passato gran parte della giornata a risistemare vecchie foto di vecchi lavori che ho scansionato da poco. Uno dei vantaggi delle odierne macchinette digitali è che poi non ti ritrovi immagini pelose o graffiate da ritoccare certosinamente. Dopo un bel po' di certosineggiamento ne avevo però abbastanza (in specie abbastanza mal di testa) e ho perciò accettato il fatto che in fondo quelle irregolarità avevano la loro ragion d'essere: la natura di quelle foto era di portarsi appresso la polvere delle scatole in cui sono state conservate, di tutte le volte che sono state aperte e guardate, di tutti i traslochi e dei cambiamenti di vita, del loro essere bagaglio. Anche quella luce giallastra di luoghi imperfetti in cui ho esposto (vieppiù scantinati, a ben pensarci) che un tempo era importante correggere, mi è parso invece giusto lasciarla così. Calda, sporca. Più che l'estetica linda della documentazione, ha prevalso il bisogno dell'autenticità del ricordo diretto di quelle atmosfere. Sarò nostalgica, oggi. Mah. E' che è da un po' che ho rimesso mano nel mio passato, mesi, quasi un anno, e non mi si sono ancora formate le parole in testa davanti a quello che sto rimestando.
Tra queste foto scansionate, comunque, c'erano anche i bambini di Zoona e gli sposini di Ippippurra, nel loro momento vitale. Gente dell'anno 2000. Ho notato che fare delle foto serie di una mostra non è mai stata una mia necessità primaria. Forse anche perchè non ho particolare occhio per fotografare gli ambienti. Insomma, quelle dell'esposizione di Ippippurra (con l'accento sulla u) sono davvero delle brutte foto. Per Zoona invece ho un affetto speciale, perchè all'epoca avevo potuto disporre di un ingranditore in bianco e nero. Amo la camera oscura. Amo stampare. Amo la grana della carta fotografica. Se fosse commestibile la mangerei. Sicchè qualche foto l'avevo stampata da me. Quando le guardo mi viene voglia di carezzarli, gli zooni, come vecchi amici d'infanzia (le mie foto da bambina sono ancora in bianco e nero). L'ultima foto di uno di loro risale allo scorso inverno: ci sono anche io. Lo sto sezionando per il suo ultimo viaggio. Sempre quest'inverno ho immortalato ("immortale" è una parola grossa in digitalese) gli ultimi struggenti sguardi degli sposini di Ippippurra. Si sono dovuti dire addio anche loro, un addio polveroso e friabile, dopo esser stati sempre appiccicati dal 2000. Le ho riprese per farti un piccolo collage del before/after da allegarti. A riguardarle dopo qualche mese da quei giorni infausti, trovo in entrambi gli episodi una crudeltà che non mi appartiene, fredda e rassegnata.

Ecco le une:

Zoona, 2000, cartapesta dipinta, grembiuli i neri, dimensione ambiente.
Ecco le altre:

Ippippurra, cartapesta dipinta, abiti, dimensione ambiente
Per la cronaca, quella dell'epoca è la più grande in alto a sinistra. Le altre piccole sono di quando ho fatto la voyeur travestita da psicopompo.
So di non avere risposto che superficialmente al tuo invito a discorrere di impermanenza, ma questa è solo la prima di una serie di lettere, abbiamo tempo.
G.


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lunedì 15 dicembre 2014

Conversazione con Marcello Scalas/ artista e designer - Tematiche ambientali

A.R.C. Quali tuoi lavori affrontano tematiche ambientali? Quando hai iniziato ad occupartene?
M.S. Avevo realizzato un lavoro dal titolo “Copyright” di un metro per un metro, che doveva essere inviato in Giappone a Kyoto per il summit sul tema dell’acqua. Era il 2001. Consisteva nella parola “acqua”, scritta in cerchio. Il lavoro risultava un po’ ambiguo perché man mano le lettere che componevano la parola “acqua” si disintegravano e si perdevano nella superficie bianca del pannello. L’ultima lettera rimaneva la “c” che si trasformava nel simboletto del copyright ©. L’espansione della goccia aveva un risvolto negativo. Sempre sul tema dell’acqua avevo fatto un altro lavoro “Souvenir”, esposto in uno spazio espositivo che gestivo io: Il Buco.

A.R.C. In cosa consisteva?
Souvenir, 2009, installazione, 192 bottiglie,
foto G.Flore
M.S. Lo spazio era una vetrina. L’installazione consisteva in 192 bottiglie, quanti sono gli stati del mondo. Essendo questo spazio una vetrina ho lavorato come con il merchandising cioè come sistemare la merce in una vetrina. In vetrina la merce non è mai disordinata, queste bottiglie sembravano soldatini in parata militare. Dal punto di vista visivo era un lavoro “carino”, esteticamente colorato.

A.R.C. Come deve essere un prodotto!
M.S. Appunto. Queste 192 bottiglie contenevano dell’acqua, avevano una cannuccia e una bandierina per ogni paese. Siccome mi interessa rallentare i tempi di percezione, soffermarmi su un’ opera d’arte, avevo messo dietro ogni bottiglia il simbolo del copyright, un adesivo che si vedeva al contrario e per riflesso. Quindi solo chi ha avuto attenzione lo ha notato.

Il rifiuto di Jean Marie Pelt, 2009,
installazione, dimensione ambiente
A.R.C. Che anno era?
M.S. Il 2009. Sempre dello stesso anno è “Il rifiuto di Jean Marie Pelt”, realizzato in un altro negozio, in uno spazio 3mx3m. 
Un negozio che aveva una grande vetrina che ho immaginato come una serra. Siccome lavoro con i materiali di recupero ho un po’ giocato con le assonanze: il “rifiuto” in quanto materiale di scarto, avanzi di lampadari, tubi, pompe.
L’occasione è stato un libro, il primo best seller di un ecologista francese tale Jean Marie Pelt che per la prima volta trattava degli organismi modificati geneticamente. Erano dei fiori mostruosi, anche loro sistemati in maniera simmetrica come potrebbero essere le monocolture.
Questa vetrina sembrava una serra dove nessuno poteva entrare. Per questa installazione il negozio era chiuso. Si poteva vedere soltanto da fuori. Al centro lampeggiava una luce verde, anche se il verde poteva far pensare ad una condizione naturale, il lampeggiare fa sempre pensare ad uno stato d’allarme e di fastidio. Anche questo è un aspetto che mi interessa, le insegne luminose. Sarà retaggio di alcuni film di fantascienza “Blade Runner” dove c’erano sempre delle luci ad intermittenza.

l rifiuto di Jean Marie Pelt, 2009,
installazione, dimensione ambiente
A.R.C. Curioso che alcuni dei tuoi lavori appaiano in una condizione di privazione, separati dal pubblico da una vetrina, una barriera. C’è la totale impossibilità per lo spettatore ad avere un qual si voglia contatto, entrare e muoversi attorno al lavoro. Poi ci sono tuoi lavori che esplicitamente invitano alla condivisione, nei quali la partecipazione attiva del pubblico è fondamentale. A Molineddu con “Che piacere averti qui” hai condiviso l’opera non solo con il pubblico ma anche con gli animali del giardino, e di recente è accaduto anche con “Il giardino delle delizie”... una condivisione totale, anche con le galline!

Che piacere averti qui, 2001, dettaglio


M.S. Se anche la natura apprezza il tuo lavoro non è male! (ah ah ah)
Ci dev'essere anche una condivisione materica, di contaminazione. In quel caso lì, ho contaminato uno spazio e la natura ha contaminato completamente il mio lavoro. Il lavoro consisteva in 150 sediette realizzate con zollette di zucchero.

Che piacere averti qui, 2011, installazione, 150 sedie di zucchero,
Molineddu, Ossi, (SS)



A.R.C. All’opposto de “Il rifiuto di Jean Marie Pelt”?
M.S. Dipende. Quando ho fatto questi lavori legati a tematiche ambientali, pensavo a noi che veniamo continuamente esclusi da determinate cose. “Souvenir “e “Il rifiuto di Jean Marie Pelt” incarnano questa separazione. E’ come vedere una sperimentazione in laboratorio. Ad esempio a me la teca mi impressiona, vedere le cose attraverso una teca mi impressiona. C’è un' entità ancora più grande di te là dietro che gestisce quella cosa lì e tu non puoi intervenire, ti è precluso l’intervento. Come singoli siamo impotenti. Questo senso di impotenza è molto forte nella società di oggi.

A.R.C.In questo momento hai dei nuovi progetti? A cosa stai lavorando?

Sa Die, 2014, installazione, dimensione ambiente,
ex Mercato Civico, Sassari
M.S. Da poco ho fatto un lavoro al vecchio Mercato Civico di Sassari, legato ad una data che celebra la liberazione dei sardi dai piemontesi, dove ho cercato di svelare ciò che la storia locale tiene nascosto, perché ovviamente si tende a voler celebrare gli eroi, che nascondono sempre un non detto.
Mi è piaciuto intervenire in un luogo dismesso con qualcosa che ricorda il modo di esporre le opere d’arte nei vecchi musei.
Mi dispiace quando non si bada a certi aspetti. L’estetica del bello mi interessa. Sarà perché lavoro nella scenografia, nel design, della decorazione d’interni e ho a che fare con queste tematiche. L’escluderlo completamente dai miei lavori di ricerca nelle arti visive mi dispiacerebbe molto.
Sto sempre molto attento alla forma e all’estetica del lavoro. Per me è importante il rapporto con le superfici.

A.R.C. Quel lavoro ha un forte interesse verso il bello, non tanto a livello di piacevolezza ma per come è stato progettato e per come era proposto: all’interno di uno spazio oramai chiuso - perché Sassari ha un nuovo mercato- innalzando un spazio degradato a sala museale lussuosa. Raccontami di questo progetto.
Sa Die, 2014, installazione,dettaglio,
ex Mercato Civico, Sassari
M.S. Pensavo di realizzare una serie di lavori legati sempre ad uno svelare la realtà altra di una storia raccontata secondo un determinato schema o prospettiva. In questo caso la storia non è stata raccontata dal potere, ma dai vinti, il lavoro si intitola infatti “Sa Die”. La storia racconta di un’occasione persa.
Quindi mi interessa intervenire o in luoghi dismessi o in luoghi apparentemente brutti con un frammento di bellezza, lavorando anche sul colore.
Per “Sa Die” il colore di fondo era un rosso porpora, come forti sono i colori dei musei ottocenteschi.

A.R.C. Possiamo dire che oggi i tuoi progetti vanno in questa direzione?

 M.S. E’ difficile dire in che direzione vanno i miei progetti.

Quando si lavora in diversi campi come nel mio caso: un intervento decorativo all’interno di un negozio mi può dare l’imput di una installazione, di un libro d’arte, un disegno.
Se non buttassi giù due righe ogni vota che mi viene un’idea  vivrei nel caos più totale.
Quando lavoro ad una scenografia confrontarmi con un regista di teatro che mi dà altro, il nuovo, succede il corto circuito. Non posso chiudermi. Tutto determina nuove cose.
I temi di fondo dei miei lavori sono comunque sempre gli stessi: tematiche ambientali, la comunicazione, tematiche universali. L’uomo c’è sempre, anche quando raffiguro animali. Sono sempre antropomorfi, tranne nel "Giardino delle delizie", nel quale mi interessava mettere in evidenza lo scontro uomo-animale.
Sono stato invitato in un luogo dove il proprietario utilizza le pelli dei conigli, delle pecore, le zampette degli agnelli per fare i suoi lavori, e io ho realizzato una cinquantina di sagome, di stencil  realizzati con zucchero a velo. 
Giardino delle delizie, 2014,
50 stencil, zucchero a velo,
Molineddu, Ossi, (SS)
Anche in quel caso lì, come per “Che piacere averti qui” è stato consumato dagli animali. Come dire: l’anima di questi animali è durata davvero pochissimo. Anche in questo caso la dimensione è favolistica, legata all’infanzia.
Nel caso di “Che piacere averti qui” il lavoro era un vero dialogo dell’uomo con la natura, dell’artista con la natura, perché esporre in una campagna ha dei rischi. Puoi scadere nel monumento, in qualcosa che cerca di concentrare tutto su di sé. Ho quindi cercato di rompere questo atteggiamento con le ridotte dimensioni e una quantità elevata di pezzi, in varie situazioni, ogni angolo è buono per sederti.
C’è stata come la rivincita della natura.



 A.R.C


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venerdì 12 dicembre 2014

Conversazione con Marcello Scalas/ artista e designer - La superficie e lo spazio


Yo yo, 2011,"In fila per due",
2600 barchette di carta, 12m2,
Libreria internazionale Koinè,
Porto Torres


A.R.C. Nella scorsa intervista ci siamo soffermati sul tuo lavoro di designer: allestimenti scenici e complementi d’arredo che realizzi principalmente con materiali di recupero.
Ho tralasciato volutamente di parlare del tuo lavoro di ricerca nelle arti visive perchè mi interessava dedicargli il giusto tempo.
Vorrei parlare con te del rapporto che instauri con lo spazio. Da quale lavoro vuoi iniziare?
M.S. Forse, dalla stanza di zucchero che ho realizzato a Berchidda per la mostra "Babelfish". Lo zucchero è un materiale che utilizzo e che ho imparato a conoscere. All’inizio lo utilizzavo principalmente sulle superfici dei quadri. Poi di ogni materiale ti informi e ti accorgi che ci sono tante cose che ti può raccontare. Uno degli aspetti che mi aveva interessato è il fatto che essendo un cristallo -secondo Boncinelli, un genetista napoletano, simpaticissimo- è un elemento di passaggio tra materia inerte e materia vivente.
Mi interessava questo elemento che mette in relazione qualcosa come le pietre (per semplificare) con noi stessi, con gli animali. Perchè il cristallo fondamentalmente si riproduce. Ci impiega un po’ di tempo a riprodursi, però ricostruisce.

Casa, dolce casa, "Babelfish", 2003,
"Time in Jazz", Berchidda, (OT)
A.R.C. Come si intitolava questo lavoro?
M.S. “Casa, dolce casa”. Al tempo ero studente all’Accademia di Belle Arti. Ci era stata data la possibilità di intervenire in una casa privata, si chiamava Casa Pianezzi, al centro del paese. Della famiglia Pianezzi,che ci ha abitato fino ai primi decenni del Novecento, rimanevano davvero poche cose.
Come spesso succede all’Accademia, durante gli studi si forma un gruppo, noi eravamo cinque. C’era Riccardo Fadda degli Az.namusnart, Pinuccia Sini, Dario Caria e Marina Scardacciu. Per un mese ci abbiamo vissuto. Dario Caria era di Berchidda, quindi stavamo a casa sua. Una vera residenza, abbiamo conosciuto il vicinato e ripulito per un mese. Una volta che abbiamo riattato questo posto, completamente distrutto,- un aspetto che interessava molto alcuni degli artisti, tra i quali Riccardo Fadda, che agli inizi lavorava molto sui luoghi dismessi, aveva scelto una stanza e lasciata tale e quale-, ci siamo divisi gli ambienti.

A.R.C. Tu che stanza hai scelto?
M.S. Inizialmente mi stavo interessando alla scala...


A.R.C. In riferimento al tuo nome...
Casa, dolce casa, "Babelfish", 2003,
"Time in Jazz", Berchidda, (OT), dettaglio
M.S. Sì, al mio nome, come un lavoro realizzato di recente... Queste punti di passaggio mi interessano molto.
Però ero rimasto affascinato dalla cucina, perchè era l’unico ambiente in cui c’erano alcune cose appartenute alla famiglia. C’era un piccolo tavolo, un lampadario in ferro smalto, il lavandino con il rubinetto, il caminetto. A quel punto ho deciso di cristallizzare questo ambiente: l’ho rivestito totalmente di zucchero.
Il tema del Time in Jazz di quell’anno era “la parola”. A quel punto era inevitabile affrontare il tema della memoria, la parola e la memoria. Quindi ho ricoperto ogni cosa di zucchero.
Detta da alcuni appariva inquietante, perchè non subito percepivi il calore dello zucchero. Per alcuni il bianco era un po’ ossessivo.
L’ambiente non era molto grande, sarà stato 2m x 3m. Mi interessava agire in maniera delicata rallentando un po’ i tempi. Nel senso che, nel momento in cui ci stavi dentro iniziavi a percepire i colori dello zucchero, che essendo un cristallo a seconda dell’illuminazione rifletteva la luce. Sulle pareti sembravano dei piccoli diamanti.

O noi o io no, 2013, installazione, carta,
dettaglio
A.R.C. La memoria è legata allo zucchero, lo zucchero è il nutrimento del cervello.
M.S. Lo zucchero sotto molti aspetti ha a che fare con l’infanzia, con la memoria, con il cervello, perchè ovviamente gli zuccheri agiscono sul cervello.
Lo vedevo come un materiale molto contemporaneo perchè è un alimento che dà subito energia.
Mi permetteva di creare diversi livelli di lettura. Anche se il lavoro era abbastanza chiaro già dal titolo. Però poteva esser letto in diversi modi e ognuno poteva trovare il proprio modo di interpretare questa superficie.
A me piace intervenire sulle superfici e questo sicuramente si collega al mio lavoro di decoratore d’interni.
Quindi non solo belle superfici su cui posare l’occhio per un po’, superfici che sono la pelle di qualche cosa.
Mi interessava intervenire dal punto di vista percettivo nello spazio.



O noi o io no, 2013, installazione, carta,
dimensione ambiente,"Le fondamenta degli incurabili",
Show room Liceo Artistico,
Sassari, Foto G. Calia
A.R.C. Prima si parlava di scale e superfici. Di recente hai ricoperto completamente l’interno di una scala con un’altro tipo di materiale, che ultimamente hai utilizzato in altri interventi spaziali: la carta. Non è viva come lo zucchero ma ha un’altro tipo di vitalità, legata alla cultura, alla manifattura.
M.S. Mi interessava intervenire dal punto di vista percettivo nello spazio.

Il lavoro era la fase finale di un work shop tenuto con i ragazzi del liceo artistico. Mi interessava modificare completamente la percezione di quello spazio. Mi interessava come punto di passaggio di noi che esponevamo nello show room Le fondamenta degli incurabili, al piano terra, e i ragazzi della scuola che stavano al di là di questo spazio, nelle aule al piano superiore. Le persone che passavano all’interno del vano percepivano uno spazio altro, non solo ovviamente per una questione tattile, volevo anche condizionare l’udito, dal momento che una volta che ci si camminava all’interno, vuoi per i passi, vuoi per le voci, tutto veniva modificato. Questo permetteva a chi arrivava al piano superiore di questionarsi su altro, oppure provare un senso di disagio, che non avrebbe avuto salendo la scala prima del mio intervento.

Yo yo, 2011,"In fila per due",
2600 barchette di carta, 12m2,
Libreria internazionale Koinè,
Porto Torres

A.R.C. Non lo abbiamo detto, ma questa scala è molto stretta a forma di elle e unisce lo scantinato con i piani superiori della scuola.
M.S. Uno spazio ampio non avrebbe certo raccontato la stessa favola. Del resto anche Alice nel paese delle meraviglie trovava le sue porticine piccoline e si doveva adeguare. Quindi sono sempre apparentemente luoghi stretti e angusti quelli che ti portano verso un’altra dimensione, questo nella dimensione favolistica.
Io inserisco spesso nei miei lavori questa dimensione favolistica.

Copyrigth, 2001,
mdf, zucchero, 1mx1m
A.R.C. Scrivi moltissimo. In generale nei tuoi lavori utilizzi spesso la dimensione narrativa e la parola, non solo le immagini e lo spazio.
M.S. In parte il tema della narrazione era tipico dei miei primi lavori fatti con lo zucchero, prima che ci intervenissi con le installazioni, sui quali io scrivevo a caratteri tipografici con lo zucchero. Sempre perchè pensavo al sassolino gettato nello stagno, pensavo a cosa poteva fare il racconto nella memoria.
Tanto che i primi lavori consistevano in cerchi dai quali si irradiavano delle parole. Poi sono entrate le tematiche ambientali, che sono state abbastanza frequenti nei miei lavori. Continua...

A.R.C.

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In fila per due...  (un progetto de Le Gioconde)
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Mittelmeer Galleria Bonaire



















lunedì 8 dicembre 2014

Conversazione con Josephine Sassu/ artista (seconda parte)


A.R.C. La scorsa volta abbiamo parlato delle sculture di plastilina, l’ultimo dei tuoi lavori che possiamo far rientrare nei “Monumenti provvisori”. Abbiamo però tralasciato quegli aspetti del tuoi lavoro che ti vedono in collaborazione con altri.
So che stai seguendo un progetto editoriale, di cosa si tratta?
J.S. In questo momento sto realizzando un lavoro che mi diverte molto. Mi hanno chiesto di illustrare delle storie per bambini i cui protagonisti sono ovviamente animali. I miei disegni non sono esattamente delle illustrazioni nella forma ortodossa. D’accordo con l’autore disegno degli aspetti che nella storia ci sono ma non vengono dette. Il protagonista è un koala, la sua famiglia, gli amici.



Zebra Crossing, 2008, Facoltà di Lettere e Filosofia,
Sassari

A.R.C. Non hai mai pensato di occuparti di illustrazione?
J.S. No, perchè io non nasco come disegnatrice, anche se poi è capitato che mi suggerissero questa cosa. In realtà non ci avevo mai pensato, e in questo momento mi sto divertendo moltissimo.

A.R.C. Quanto è importante divertirti nel tuo lavoro?
J.S. C’è un momento del lavoro che non si può certo chiamare divertimento, quando poi si è avviato il meccanismo, si lascia il progetto mentale, c’è sicuramente un grande piacere. Siccome i miei personaggi sono sempre divertenti, a volte buffi c’è questo dialogo tra me e loro. E’ molto importante mantenere quel gusto di stupirsi di piccole cose. In questa momento, nel disegnare questi koala c’è il gusto dell’invenzione, lo studio delle pose, dei movimenti, capire come funziona. Mi sono inventate un koala pirata, un koala Tarzan. Vado a vedermi le pose: Tazan che vola, Braccio di ferro ecc...


Zebra Crossing, 2008, Facoltà di Lettere e Filosofia,
Sassari, dettaglio

A.R.C. Nonostante l’inizio casuale, questo dell’illustrazione è un percorso che intendi proseguire o pensi che questa esperienza rimarrà unica?
J.S. Questa è una fase del lavoro sicuramente embrionale. Quando me l’hanno proposto e quando ho iniziato a lavorare ho pensato fosse una cosa eccezionale, ma che infondo possa diventare anche questo un episodio portante del mio percorso. Non mi pongo neanche il problema, sono un’artista prestata all’ illustrazione. Non mi sento in fondo un’illustratrice. Non è produrre belle immagini, ma introdurre nelle belle immagini, ammesso che poi siano belle, cose che appartengono il mio modo di pensare. In questo momento penso in prospettive brevi, non proprio alla giornata, ma indubbiamente i miei progetti sono molto ridotti nel tempo.

A.R.C. Ma non è un po’ limitante per un’artista pensare a breve termine? Un artista non dovrebbe pensare a progetti a prescindere dal fatto che riescano. Gli artisti non sono quelli che aprono le porte al futuro, anche per tutti gli altri?
J.S. In tutti questi anni, anche nel modo che ho avuto di operare, ho creduto in scelte non propriamente vincenti. Scegliere di vivere in Sardegna, anche se ho lavorato molto fuori dalla Sardegna, lavorare con cose piccole che poi potessero dare grandi cose. E’ stata certamente importante, una cosa in cui ho creduto molto. Ma al momento il mio punto di fuga non riesce ad essere lontano.


Josephine Sassu,  A Natale sarete tutti più buoni, 2009,
Il buco, Sassari, 

A.R.C. Molti artisti lavorano su dei piani che per i contemporanei sono complicati. La determinazione nel lavorare su prospettive future, nonostante tutto, apre ulteriori occasioni di riflessione. Non credi che un artista lavori anche per i posteri, non solo per i contemporanei?


Josephine Sassu,  A Natale sarete tutti più buoni, 2009,
Il buco, Sassari, dettaglio (foto G.Flore)


J.S. Questo l’ho sempre creduto. Certamente si è pionieri, se si è artisti. Per me questo è un momento di transizione. Tutto ciò che ho creato in questi vent’anni mi rende molto orgogliosa, lo sto facendo rigermogliare, perchè penso che più che aver creato delle cose ho messo in moto delle energie. So di avere molte cose da fare, lo so. C’è da capire dove va a finire questo Paese e se io ci posso rimanere in questo Paese.
Penso che rinunciare a cose molto eclatanti, non solo nella risoluzione estetica del lavoro, ma anche nelle scelte di percorso, alla fine siano fondamentali e premianti.
La fragilità del mio lavoro è fondamentale, l’artista crea altri modi di vivere e altri mondi. Pensare di vivere ancora in un mondo che non ha prediletto la qualità, che ha prediletto una produzione estrema di tutto è devastante. E’ chiaro che tutto questo è all’opposto di quello che io ho voluto dire con il mio lavoro.




A.R.C. Che rapporto hai con le tue opere?
J.S. Ogni volta che produco un lavoro in realtà e come se lo avessi già fatto. Fisicamente lo costruisco, però il mio problema, quando ho un’idea e la realizzo è: <<Chissà se avrò altre idee!>>
Il progetto a cui sono più affezionata magari è quello che farò tra un anno.
Nel mio modo di lavorare, per quanto ci siano delle costanti, la difficoltà è avere l’energia, la forza, la motivazione di crearne un’altro. E’ un pò come credere di avere un’altro figlio.
Poi in realtà alcuni lavori li vedo lontanissimi, tipo “La valle degli orti” 1997 è lontanissima. Mi sembrano quasi delle cose che non ho prodotto io. Hanno un’autonomia, nella loro forma, nella loro fragilità. Ad esempio “Specchio delle mie brame” 2000-2003 lo vedo come un mostro, ho partorito un mostro di bellezza.


Specchio delle mie brame 2000-2003,
grafite su tela, dimensioni variabili

A.R.C. Parlavi della fragilità delle tue opere, che presumo riguardi sia l’aspetto dei contenuti che quello materiale, sono lavori facilmente deperibili.

Specchio delle mie brame 2000-2003,
grafite su tela, dimensioni variabili



J.S Per tutti i miei lavori, nello specifico quelli che ho prodotto di recente si pone il problema della conservazione, naturalmente quelli che si possono conservare.
Il trasporto sta diventando problematico. Far viaggiare delle sculture di plastilina richiede tutta una serie di procedimenti complessi.
Di recente ho partecipato a “Body Circus” una collettiva nella Pinacoteca Carlo Contini di Oristano. Ho fatto delle piccole sculture con soggetto animale, che sono quasi delle riproduzioni, in senso lato, di opere storiche di artisti sardi, che io amo molto. Non solo c’era l’attinenza al tema della mostra, che era il corpo, ma anche un mio modo di rapportarmi ai maestri del passato.
Per tornare al discorso, trasportare queste piccole sculture di plastilina ha richiesto una cura considerevole. In questi ultimi lavori, per quanto siano deperibili, per quanto siano fragili ho cercato di applicare una cura, per tornare al discorso che si faceva prima, per affermare una mia necessità di autodeterminazione.
Quella cosa fragile lì, sono io, quindi mi auto-proteggo. L’affezione verso i lavori non c’è. Quelli più lontani appartengono quasi ad un’altro mondo.
Ieri mi è capitato che mi incontrasse una persona che non mi conosceva, ma ha capito che ero io. Mi ha chiesto:  <<Fai ancora quei lavori degli anni Novanta. A me sarebbe piaciuto averne uno, me lo rifaresti?>>. Si riferiva a “Gli affettuosi bacilli”. Tecnicamente sarei in grado di rifare le cose che ho già fatto, ma non delle riproduzioni.



Pubblic, Parco di Monserrato, 2009, Sassari


A.R.C. Certe problematiche che ponevi allora, sia per “Gli affettuosi bacilli” che per “La valle degli orti”, non solo, sono ancora valide, ma se ci riflettiamo certe problematiche si sono allargate: penso alla cura del territorio, le ultime alluvioni ne sono testimonianza, ai rapporti familiari sempre più complessi e sfilacciati, agli allarmismi sanitari. Sarebbe interessante far rientrare queste opere nel progetto che ti sei prefissata, quello di ripercorrere i tuoi lavori, ridefinirlo rispetto a quella che sei oggi, no?

Pubblic, Parco di Monserrato, 2009, Sassari


J.S. A prescindere dal caso specifico, ho sempre pensato che nel mio percorso artistico ci fossero dei progetti che ho realizzato, e gli ho fatti nella maniera in cui li volevo fare, fossero un frammento di una cosa molto più complessa, che avrei potuto realizzare in seguito. Ancora riesco ad immaginare delle “Valli degli orti”.
Certamente è un problema che mi sto ponendo. Naturalmente, non ad una riproduzione tout court delle opere. Del resto io non sono più quella persona e anche le problematiche sono cambiate. Potrei anche farmi un’autoritratto in forma animale, ma in questo momento il modo che ho di dire chi sono, come sono non è tanto nell’autoritratto, quanto nella forma, nell’instabilità di queste ultime sculture. Una parte di me c’è. Se avessi l’occasione di affrontare nuovamente quell’argomento, la forza, non solo fisica, ma sopratutto economica, certamente.

A.R.C. Sarebbe interessante si facesse avanti uno sponsor. Molte grandi aziende paiono essere interessate all’ecologia, all’uso sostenibile delle risorse. Potrebbero finanziare un tuo progetto "Valle degli orti" terzo millennio, che ne dici?
J.S. Usiamo quest’intervista per avvicinare i Mecenate. Si facciano avanti. (ah ah!)
Se continuiamo a dire che il valore dell’Italia è nella creatività, spero si decida finalmente di investire in creatività.

Body Circus, 2014, Pinacoteca C.Contini,
Oristano


A.R.C. L’instabilità, il provvisorio è un tema ricorrente nei tuoi lavori. Quando ha condizionato tutto il tuo modo di confrontarti con il mercato?
Il mercato dell'arte in Sardegna è piuttosto limitato, almeno per me. Non ricordo se la predilezione per tecniche e materiali deperibili sia precedente o successiva a questa presa di coscienza, mi pare quasi come stabilire se sia nato prima l'uovo o la gallina. Molto hanno fatto le mie elucubrazioni sull'arte, l'idea che l'arte sia sempre qualcosa di estremamente fragile, anche quando prodotta con materiali durevoli, potenzialmente eterni.
Quando lavoro ad un'idea non mi pongo il problema del mercato, così come non lo farei se fossi un'artista di livello planetario, il mercato, abbiamo visto, è capace di accogliere tutto, quindi perché non comportarsi come se questo fosse veramente possibile anche per me! Certo, l'assenza di mercato è già di per se un limite all'espressione del proprio lavoro, comunque sin ora mi pare di essere riuscita a mantenere un equilibrio.


 
Body Circus, 2014,  Pinacoteca C. Contini,
Oristano

Sento amici pittori che si lamentano di un calo considerevole delle vendite, io non ho mai venduto molto ma mai come quest'anno ho avuto testimonianza di stima e considerazione, una forma di "mercato" consolatorio, certamente, ma comunque importate in un'epoca in cui il "consenso" acquisisce forme sempre più fluide e mutevoli.
Spero comunque che i tempi migliorino, è dura resistere e continuare a credere che questo sia importante, non solo per me ma anche per l'Isola, come ho sempre creduto ( anche per l'Italia,ovviamente, ma dalle nostre coste, a parte altre isole, non si vede altro)
Tengo sempre presente che le mie braccia sono rubate all'agricoltura quindi, nell'insieme, mi sento già privilegiata, mercato o non mercato!

Body Circus, 2014, Pinacoteca C. Contini,
Oristano

A.R.C. Hai citato “Body Circus”. Non è la prima volta che nei tuoi lavori fai riferimento ad artisti sardi del Novecento. Come nasce quest’idea?
Ho sempre pensato che, quasi inevitabilmente -anche per ragioni di mercato- l'artista arrivi ad imitare se stesso. 
In quest'ultimo periodo ho voluto mettere le mani in tasca, rivoltarle, capire se mi fosse rimasto qualcosa da ripescare e ripensare. Dato che lo sguardo era rivolto indietro ho voluto dare retta alla mia passione per l'arte, tornare idealmente ad una modalità da studentessa, ma non escludo, in questo, anche una certa dose di sindrome di Peter Pan. Insomma, come quando il corpo sottoposto a digiuno prolungato, inizia a nutrirsi di se stesso, ho voluto trovare una nuova via nella vecchia.
La scelta di artisti sardi nasce da un lavoro specifico per “Body Circus” dove il tema era il corpo, appunto, e mi sono domandata come, con un tema già così profondamente e largamente scandagliato, potessi dire qualcosa che confermasse le modalità del mio percorso, ma che mi permettesse di dire e dirmi qualcos'altro, oltre che collocarmi come una delle artiste sarde in una rosa di artisti nazionali ed internazionali.


A.R.C.

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