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venerdì 24 gennaio 2020

DE (i) SEPOLCRI



- Vuoi venire alla lettura dei Sepolcri di Foscolo?

- Naaa, poi mi racconti.
 
Luogo al Dialogo - Martedì 26 Novembre h. 17:30 a partire da “Dei Sepolcri di Ugo Foscolo”. Attività aperta a tutti.
Prof. Giorgio Mandalis proporrà Dei Sepolcri di Ugo Foscolo. L’incontro avrà un taglio desueto perché tenterà di verificare “sul campo” la valenza della poesia come struttura estetico riflessiva capace di generare approfondimenti filosofici.
 - Mi sono divertita molto.
- Racconta... hai dormito? 
- Allora… mentre il professor Mandalis legge i Sepolcri penso a quella volta che al cimitero di Perugia abbiamo visto per la prima volta una coppia di upupe. Ti ricordi, ero eccitatissima, le avevo viste soltanto in foto. Le abbiamo incontrate altre volte, sempre in Umbria, sempre in coppia, ma quella è stata la prima. Forse ho fatto qualche scatto, ma non ho trovato niente.
Povere upupe, dopo Foscolo, associate al macabro e alla notte, sono invece timide creature bellissime.
Comunque è iniziata così, un gruppo di variegata umanità che si incontra per partecipare ad un dialogo socratico ed io che mi distraggo pensando alle upupe. Ma recupero. Il dialogo prende una direzione orientata in maggioranza verso la teoria che oggi il sepolcro sia inutile. Immagino che la riflessione così orientata sia stata condizionata dal concetto di  monumento celebrativo dei "grandi" venuto fuori dal Foscolo. Io farei un distinguo: il monumento celebrativo non ha nessun legame con il sentimento della perdita. Ma niente, la riflessione sull’utilità dei sepolcri  prende questa piega secondo cui il cippo nel XXI secolo non avrebbe più alcun valore. Non sono d’accordo. Se così fosse, perché la negazione ad una sepoltura sarebbe così importante?  Al contrario è ancora un atto politico molto utilizzato, dico io. Cito i recenti esempio di  Bin Laden e al-Zawahiri. Poi si passa alla società liquida, alla velocità e al virtuale.
Che senso ha un cippo se viviamo prevalentemente nel virtuale?
- Oh! questo è interessante. Mi spiace non esserci stato.

- Ippolito, non sei voluto venire.

- Foscolo, blah! Il sepolcro non porta nessun beneficio al defunto, è evidente.
Che mi frega dove finisco!
- Non la pensi così, lo sappiamo entrambi.
- Ti ricordi a Père Lachaise? Con la tomba di Jim Morrison, il recinto e la guardia giurata a tenere distanti i ragazzini? E quella di Oscar Wilde? Ricoperta di stampi di labbra rosse, impresse con il rossetto. L'hanno ripulita, ma devono proteggerla dai fanatici. Meglio la fossa comune di Mozart. 

- Sbruffone. Non è così che la pensi.
- Cos’era quella cosa che dicevi delle reti sociali?
- Ah! Sì, questa è interessante. Pochi sanno del problema dei defunti in rete. Facebook è definito “il più grande cimitero al mondo”. Una anomalia del ricordo tutta contemporanea.
Ti ho raccontato che ogni 28 ottobre, da un paio d’anni, un algoritmo mi rammenta di fare gli auguri a quell’amico che io so non esserci più. Blin blin blin... avviso notifica, messaggio da Fb: “Rendi felice la giornata a Giulio, fagli sapere che gli vuoi bene!”. 
Giulio è morto nel 2017 e la rete sociale l’ignora. Nessuno gliel'ha detto. Per Fb c’è la sciagurata eventualità di essere eterni, non morire mai. Quest’anno però è accaduto qualcosa. Pressati dal numero crescente degli utenti defunti, quindi improduttivi, si saranno chiesti: “Come apparire sensibili e allo stesso tempo monetizzare?” Così, da qualche mese, è attiva una sezione commemorativa dedicata agli amici e parenti che permette di pubblicare contenuti dopo la morte e, non solo.
La frase ricorrente per cui “Facebook è il più grande cimitero del mondo” si sta avverando. Da meno di un anno ci viene data la possibilità di impostare il nostro futuro internettiano dopo la morte, una pagina specifica permette di impostare il profilo sul futuro nel caso in cui si muoia. La vita continua on line, Facebook ha infatti deciso di commemorare i defunti proponendo una speciale sezione nel profilo dell’utente morto. Una sorta di memoriale che amici e parenti potranno usare per ricordare la persona cara. Tra le particolari funzioni, di questa nuova sezione, ci sono: l’utilizzo accanto al nome dell’utente dell’espressione in memoria di, oppure la prassi riguardo alla attività del profilo, infatti i profili commemorativi non vengono visualizzati in spazi pubblici come suggerimenti delle persone che potresti conoscere, inserzioni o promemoria di compleanni. E qui c’è la piccola falla: se nessuno comunica, direttamente a Fb in persona, la tua morte, per Fb resti sempre vivo. Col suo linguaggio melenso, tende a ricordare agli smemorati di rendere felice il proprio amico nella giornata del suo compleanno, anche se è già morto. Anche quest’anno ho ricevuto dall’algoritmo il promemoria sul compleanno di Giulio Angioni, che come antropologo avrebbe apprezzato l'occasione per una ricerca.
Mentre rifletto sull’utilità dei sepolcri (reali o virtuali) e vago persa nelle mie digressioni da visitatrice di camposanti, trovo, sulla rassegna stampa del corriere on line, questa notizia. Riporto integralmente:

RASSEGNA STAMPA
MERCOLEDÌ 04 DICEMBRE 2019
Spiegel, Welt
Il monumento a Berlino con le ceneri degli ebrei uccisi dai nazisti (che non piace alle vittime)
(Elena Tebano)  Un «monumento contro il tradimento della democrazia». È l’ultima azione di protesta del Centro per la bellezza politica (Zentrum für Politische Schönheit, Zps), un collettivo di artisti tedeschi noto per le sue prese di posizioni eclatanti e radicali, che ha costruito a Berlino una colonna d’acciaio alta due metri e mezzo e pesante 4 tonnellate, che secondo il gruppo contiene le ceneri delle vittime degli omicidi di massa nazisti. Sopra ci sono due scritte: «Ricordare significa lottare» e «Non un passo oltre: qui iniziò l’ultima dittatura tedesca». Il terreno su cui è stato eretto il memoriale (qui il video) si trova tra il parlamento e il cancellierato ed è quello dell’ex Teatro dell’Opera di Kroll, dove nel marzo 1933 i membri del Reichstag votarono «il decreto dei pieni poteri», una misura straordinaria che di fatto consentì a Hitler di assumere la guida della Germania e portò poi allo sterminio di massa degli ebrei da parte dei nazisti.
«Ci siamo chiesti: dov’è la cenere di milioni di persone assassinate dai dittatori nazisti? Che fine hanno fatto i loro resti mortali?» hanno spiegato gli attivisti di Zps, come scrive la Welt. «Abbiamo preso 248 campioni di terra in 23 località e li abbiamo inviati ai laboratori. 175 dei campioni contenevano prove di resti umani. In uno dei luoghi dell’orrore abbiamo trovato cenere alla profondità di un metro e carbone osseo. Il nucleo della colonna contiene un carotaggio proprio di quel terreno che sarà conservato per tutta l’eternità». Con la sua nuova azione il Centro per la bellezza politica vuole denunciare i pericoli di una collaborazione con Alternative für Deutschland, uno degli obiettivi ricorrenti della sua protesta (nel 2017 Zps aveva allestito una replica del Memoriale dell’Olocausto di Berlino accanto alla casa del leader della sua corrente più estremista Björn Höcke a Bornhagen, in Turingia).
Ma il monumento ha suscitato molte critiche anche — scrive lo Spiegel — da parte degli ebrei. Il pedagogo israeliano e direttore dell’Istituto di formazione Anne Frank, Meron Mendel, ha sottolineato che secondo la legge ebraica i resti umani possono essere sepolti solo nei cimiteri ebraici (finora però non lo erano, visto come sono stati raccolti) e ha parlato di «strumentalizzazione delle vittime». Christoph Heubner, vicepresidente del Comitato Internazionale di Auschwitz ha detto che i «sopravvissuti di Auschwitz sono costernati che siano violati con questo memoriale i sentimenti e la pace eterna della morte dei loro parenti assassinati». Il memoriale è destinato a restare per una settimana, Zps però sta cercando fondi per renderlo permanente. Difficile che lo diventerà, viste le reazioni. 

- Non intravedo nessuna separazione tra l'esigenza di smuovere le coscienze: peculiarità dell’arte pubblica e la testimonianza di un vincolo affettivo: prerogativa di parenti amici. Che ne pensi Pindemonte?
- Uno scontro. Certamente. Non lo chiamerei memoriale, cercherei un'altra definizione. Un'azione politica, l'arte c'entra poco, no?

- Un'azione politica, non c'è dubbio, ma no, forse l'arte c'entra, dovrei approfondire.
Secondo te è lecito prelevare materiale terreo nel quale sicuramente sono presenti i resti delle vittime dell’olocausto per realizzare un opera d’arte?

- No, a mio parere no. Come non è lecito chiamarlo memoriale. C'è qualcosa di sgradevole in tutto ciò.

- Non è un memoriale, hai ragione. Se volevano agitare coscienze, creare subbuglio ci sono riusciti.

- Non conosco questi Zps. Dovremmo informaci di più. Forse comprendere meglio cosa rappresenti oggi un opera pubblica di memoria collettiva.

Pindemonte, un uomo d'altri tempi, ha difficoltà a capire l'arte pubblica contemporanea. E' lì che freme per il prossimo cimitero.

Abbiamo visito il Camposanto di Pisa, gli affreschi di Buffalmacco sono stati restaurati e ricollocati. Il metodo scientifico usato è molto interessante: batteri mangia colla della famiglia dei pseudomonas. QuestiUtilizzati batteri per il restauro del Camposanto Monumentale di Piazza dei Miracoli
„
microrganismi sono stati messi a punto dal microbiologo Giancarlo Ranalli dell'università del Molise e hanno il vantaggio di non essere pericolosi per l'uomo e di essere altamente selettivi: a seconda del tipo di batterio scelto si possono eliminare sostanze diverse. Hanno un tempo di vita molto breve e sono facilissimi da rimuovere dopo che hanno terminato il lavoro.



Utilizzati batteri per il restauro del Camposanto Monumentale di Piazza dei Miracoli
„
Dopo il danno del fuoco, nel 1944, per rimuovere gli affreschi dai muri si usarono colle animali che nel corso del tempo sono diventate insolubili e impossibili da togliere con i metodi tradizionali. I batteri sono stati in grado di mangiare queste colle, lasciando intatta la parte dipinta.



Ad inizio autunno, in una giornata calda e assolata avevo fatto una passeggiata in Fortezza Nuova, e qui mi ero trovata di fronte a Il giardino della memoria, piccolo ma significativo memoriale realizzato, immagino, dalle famiglie delle 140 vittime del Moby Prince, completamente spoglio di una qualche pianta, anche spontanea, solo un desolato quadrato di terra arida. Dove sono finiti i 140 gerani bianchi?
Lì accanto, tetragona come sempre, Koningin Juliana (1968, 1991, 1998, 2011) di Federico Cavallini.
Una scultura in corten. Un cubo arrugginito, memoria di una nave, della sua trasformazione, di una tragedia e della sua rottamazione, fissa nella sua ottusa desolazione.
Non c’è niente di celebrativo in Koningin Juliana, non c’è niente di celebrativo nel Giardino della memoria, stanno uno accanto all’altro: il cubo è lì con il dovere di smuovere le coscienze, proprio dell’arte e, il giardinetto sta a testimoniare un vincolo affettivo, proprio degli amici e dei famigliari.
Non è difficile capire l’importanza di questa separazione, neppure se nel frattempo i gerani si sono seccati. Torneranno, ne sono certa. Oggi ci ho trovato tre piantine di lavanda, delle piante grasse e qualche erba spontanea.




- Melensa.
- Non c’è niente di melenso. Non capisci niente! Se non lasci traccia e come non essere mai esistito. Pensa alla targa sul muro della biblioteca, è come se non fosse mai esistita.

- Ancora con quella storia!

- Sì, ancora.

In un taccuino precedente ho raccontato della sparizione dell’opera di Ruth Behara Io non posso entrare (Autoritratto). Ci ritorno perché la commedia era solo al secondo atto, credo che lo show si sia concluso in questi giorni.

- Hai considerato l’eventualità che la sequenza di vandalismo/censura, poi furto facesse parte dell’operazione?

- Sì, ci ho pensato, ho preso in considerazione anche questa eventualità, ma l’ho esclusa, non penso sia accaduto questo. Chi ha agito su quell’opera, prima con il vandalismo/censura e poi con il furto ha ingenuamente pensato di fare un’azione giusta, un atto di protesta contro un atto pubblico ingiusto. Sbagliando.

- L’ultimo atto? Perché, cosa è successo ancora?

- Hanno stuccato e imbiancato il muro. Ora è tutto lindo e pinto.

- Non è che l’imbianchino avesse il dovere di conoscere l’origine di quei buchi, di quello sbavo di vernice. Il suo ruolo era imbellettare l’edificio tutto qui.

- Sì, non voglio mica dare colpa all’imbianchino!
 

Io non posso entrare (Autoritratto), opera sul tema della discriminazione e dell'inclusione, una targa di ottone specchiato con incisa la frase “Vietato l’ingresso agli ebrei e agli omosessuali”, era esposta all’esterno del Museo della Città di Livorno, sulla parete d’ingresso alla biblioteca. E' stata rubata. Lì, su quel muro poteva rappresentare un interessante oggetto di riflessione socratica, a questo servono le opere concettuali, no? Va beh! E’ andata così, ma sta di fatto che a rimanere sul muro, non erano solo i buchi dei due tasselli, ma lo sbavo di vernice nera.
Il ragazzo che ha compiuto il gesto, con una bomboletta spray nera, ha definito il suo gesto una “censura”. Censurata, perché? A beneficio di chi? Comunque, sta di fatto che tra il 16 e il 17 luglio è poi sparita. Dopo questa rocambolesca e breve vita, grazie al censore e al ladro, l’unica traccia della sua esistenza rimaneva la sbavatura di vernice nera e i due fori sul muro. Ma fin qui, lo avevo già raccontato, tuttavia, qualche giorno fa mi accorgo che, per i lavori preparatori alla mostra di Modigliani, il muro è stato stuccato e imbiancato. Ora non c’è neppure la sbavatura di vernice nera, non i fori, non c’è niente.
Non è che abbia un particolare legame con quest’opera o con l’artista, che non conosco, ma mi colpisce che interessi solo me. Sembra sia passata inosservata anche la scomparsa del pannello informativo sull’opera di Alfredo Pirri All’imbrunire, un boschetto di bambù nella corte di fronte all’ingresso. Ho sentito il cicaleccio sulla banana "decarlata" di Cattelan, il fancazzismo, lo sconcerto dei benpensanti per il valore economico del certificato: 120mila euro, ma niente, niente su questi avvenimenti. 
Immagino continueremo a parlare di banane fino alla prossima foto di gattini.
- La vedo la tua faccia sbuffante, lo sai, Ippolito, vero?

- Mi dici, adesso, cosa c’entra questa cosa? E’ la seconda volta che ne parli. Ma scherziamo?
 
- C'è chi crede di sapere cosa è arte e cosa no. Mi sbaglio? Poi, mi spiace che sia accaduto per la mostra di Modigliani, poveretto, anche da morto sempre in mezzo alle meschinità. Volevo solo parlarne un po’, perché resti una riflessione, magari errata, ma meglio di niente. A che serve fare i dialoghi socratici, sennò?

- Ma sì, sì… ho capito. Visto che hai deciso su un titolo livornese/ironico, che detto tra noi, mi piace moltissimo, potevi aggiungerci "imbiancati" ah ah ah De (i) Sepolcri imbiancati ah ah ah

- Spiritoso! E’ carino, sì. Ma no, darebbe un taglio moralista, in fondo non voglio giudicare nessuno. Mi piaceva solo l’idea di mettere insieme questi avvenimenti, riflettere sulla memoria collettiva e il ricordo personale, farti sapere le novità sul dopo morte nelle reti sociali.

- Hai messo insieme troppa roba, potevi limitarti a meno.

- Sono barocca e prolissa, mi piace confondermi e confondere.
Questa storia che non lo capirebbero è inutile. Uno le cose le fa perché pensa abbiano un senso, poi se qualcuno le capisce, bene, altrimenti ciccia. Le capiranno da qualche altra parte, è il bello di internet.
Non ho la presunzione di sapere cosa è giusto, cos’è la memoria, chi ha il diritto di gestirla e come gestirla. Di sapere cos’è arte, di gestirla e come.
Ricorda, ai tuoi tempi, Ippolito, si scavavano i siti archeologici per trovare statue e oggetti preziosi distruggendo qualunque altra cosa considerata inutile. Si cercava l’opera iconica, commerciabile, quindi munita di valore economico! Il concetto di bello, buono e giusto coincidevano. Naturalmente, nello scavo non era contemplato l’uso dello studio stratigrafico: quell’idea per cui in un sito tutto è indispensabile per ricostruire e comprendere un contesto, anche i legni combusti. Serve tutto  anche le cose stortignacchere e bruciacchiate.
Complessità, Ippolito, complessità!
Gli altri si chiamano tombaroli!

- Andiamo, siamo in ritardo. Quanto sei confusionaria! Cosa c’entra adesso la stratigrafia?

- Io penso così, a voce alta, confusamente. E’ quella storia della cultura come petrolio, ecco cosa c’entra, se fa guadagnare va bene, se no, non serve a niente. Le palanche, Ippolito, le palanche!

La grande impresa sarà in collina. Altro cimitero storico. Abbiamo prenotato la visita con la guida alle 13,45. Per raggiungerlo passiamo per Saint Pancras e usciamo alla stazione di Archway. Saliamo un po’ di corsa, siamo in ritardo. Eccoci, siamo arrivati. La collina è questa.
Highgate Hill, Londra Nord-Ovest.
Leggo…


Il Cimitero di Highgate è stato realizzato dalla London Cemetery Company nella zona settentrionale di Londra su una collina panoramica da sempre abitata da intellettuali e londinesi benestanti. Diviso in due parti, l’area più antica ad ovest, entrata in funzione nel 1839, la più recente ad est, entrata in funzione nel 1854.
 
La zona ovest del cimitero può essere visitata soltanto accompagnati da una guida, poiché è di fatto una riserva naturale. Nel XIX secolo è stato parte di un piano di costruzione di sette grandi e moderni cimiteri al di fuori del centro abitato di Londra, secondo direttive già tracciate dall'editto di Saint Cloud, chiamati “Magnificent Seven”. Il fine principale era naturalmente fare soldi. Nella seconda metà del novecento ha vissuto momenti di abbandono e, fino al 1975, anno della sua chiusura, ha avuto una storia piuttosto travagliata. Grazie all’intervento del Friends of Highgate Cemetery Trust, che riuscì a comprarlo ad un’asta per 50 sterline, fu riaperto nel 1981. Da allora il Trust e una Associazione ne curano la manutenzione e il parziale restauro, le visite guidate servono a finanziarne i lavori.

L'intera collina, fino agli inizi del XIX secolo era occupata da un bosco, abbattuto per fare spazio alle sepolture, oggi, grazie al progetto di riqualificazione è tornato ad ergersi rigoglioso; tutta l’area è una zona selvatica di grande bellezza, una riserva naturale che accoglie centinaia di specie animali tra cui uccelli, pipistrelli e persino volpi. Nonostante l’Associazione privilegi salvaguardare il bosco, il cimitero è ancora utilizzato. In questa area è sepolto Alexandr Litvinenko, agente dei servizi segreti avvelenato con il polonio radiativo. Nella zona est, di libero accesso, è sepolto Carl Marx e, qualcuno ogni tanto si diverte a vandalizzarne la statua.











ARC

venerdì 15 dicembre 2017

Conversazione con Federico Cavallini

Foto di Fabiano Di Cocco 
Incontro Federico Cavallini nel suo studio, gli ex Magazzini Generali di Livorno che per lungo tempo sono stati luogo di stoccaggio spezie. Una quantità smisurata di oggetti, scatole, libri, opere finite e quasi finite sistemati un po' ovunque; una operazione di accumulo, come una replica che solo in una fase più avanzata diviene archiviazione. E’ possibile che certi materiali rimangano inattivi per tanto tempo e non sempre acquisiscano una forma definitiva, come le balle di residui dei filtri delle lavanderie industriali che hanno occupato il centro dello studio per mesi ed erompono come un rimosso. Fuori di qui apparterrebbero alla categoria dello scarto, a qualcosa di separato, da eliminare perché escluso, al contrario, all’interno dello studio fanno parte di un processo di trasformazione in continua ridefinizione, non sempre risolta in opera finita, perché la grande quantità di materiali e le opere sono definiti  anche dal loro essere in transito.
Iniziamo la nostra conversazione parlando dell’ultimo operazione “Much less than useless”, cristallizzazione in forma di libro del lavoro in un preciso momento della sua storia, una sorta di qui e ora sincronico dell’intero processo (Al momento della pubblicazione di questa conversazione lo spazio è già cambiato).
Lo spazio studio incarna dispersione e frantumazione in un tempo dove l’intero non tiene più. Equità sociale e sostenibilità ambientale, motivazione soggettiva dell’operare artistico e critica del sistema dell’arte, archiviazioni vere e simulate, accumulo e consumo prendono parte ad una tensione verso un fine posticipato sempre sospeso tra scarto e opera. E, fuori da qui,  l’opera più visibile e controversa, allo stesso tempo dissimulata di Cavallini è “Koningin Juliana”, primo nome nell'imbarcazione conosciuta tragicamente come Moby Prince. Un monumento suo malgrado, un rimosso della coscienza collettiva, una vicenda storica inconclusa, collocata in un’area della Fortezza Nuova apparentemente marginale; lascia pensare a qualcosa in degrado, abbandonato, un rottame che non ha completato il suo percorso da oggetto a scarto e come la sua intera vicenda resta in una condizione sospesa.


ARC Vorrei cominciare questo incontro parlando della pubblicazione di “Much less than useless”, l’ultimo lavoro. Lo consideri un tuo nuovo lavoro in forma di libro, una documentazione o cosa?
FC Una documentazione, perché non è un libro d’artista, anche se, per comodità, quando l’abbiamo presentato è stato definito libro d’artista. E’ una documentazione, in realtà nemmeno troppo sviluppata nel tempo, in quanto sincronica. E’ come aver fissato un momento del mio lavoro in un libro.

ARC “Molto meno che inutile”. Come è nato il titolo?
FC Il titolo l’ho ripreso dal testo di Durham. “Much less than useless” mi piaceva, mi pareva pertinente. Il titolo è sempre difficile perché è una sintesi. E’ difficile trovare una sintesi all’interno di poche parole e ho pensato che la sua sintesi fosse perfetta.


NO TU NO, pane, tessuto, legno, rame, gommapiuma, pelle 2015
ARC. A proposito di sintesi. Sia Angelika Stepken che Jimmie Durham, sui testi che hanno scritto per te, pongono l’accento sull’accumulo del materiale nello studio e, sull’identità che andrebbe ad acquistare o perdere stando qui o uscendo fuori. E’ come se lo spazio fosse parte integrante del tuo lavoro, come se non fosse possibile distinguere quello che fai da dove lo fai. Che ne pensi?
FC Questa impostazione è cambiata nel tempo. Per realizzare il progetto ci abbiamo impiegato un anno. Da quando abbiamo fatto la prima scelta delle immagini alla fine è cambiato molto. All’inizio lo studio era ancora più presente, c’erano molte più immagini d’insieme, poi confrontandomi con Angelika abbiamo capito che la scelta poteva apparire, non banale, ma riduttiva, come se avessimo fotografato solo lo studio. Quindi abbiamo ampliato la visione e ci siamo concentrati sul dettaglio, sui singoli lavori. Abbiamo tolto quasi tutte le immagini d’insieme. E’ diventato iconograficamente più pertinente all’idea iniziale, e forse un po’ meno comprensibile ma forse un po’ più affascinante, più curioso. In realtà è stato un modo per fissare un momento irripetibile dei lavori. Già ora, è passato poco tempo, alcuni lavori si sono trasformati, non esistono più in quella forma. Non c’è solo l’accumulo, ci sono all’interno anche lavori finiti.


NO TU NO, pane, tessuto, legno, rame, gommapiuma, pelle 2015
ARC I lavori finiti sono comunque inseriti nello spazio, in una visone complessiva.
FC Non proprio. Non tutti. Ci sono dei lavori fotografati come Still life tipo i nasi “Pork noses chinoiserie” o le sculture di pane “No tu no”. Ho fatto fare gli scatti da un fotografo che si occupa di pubblicità, sono fotografati come oggetti da pubblicità. C’è un po’ di contraddizione in questo. 

ARC Questo luogo è stato un magazzino di stoccaggio merci, siamo negli ex Magazzini Generali del porto di Livorno. Come allora è sovrabbondante di cose. Hai stoccato in egual modo i materiali grezzi e i lavori finiti, il prodotto e lo scarto.
Quando Durham scrive che alcuni tuoi lavori “si possono collocare in un’altra onorata tradizione della storia dell’arte, la pittura Olandese e Spagnola” si riferisce alla pittura del XVII secolo per la quale la ricchezza è un valore morale in quanto attesta gli sforzi di una persona, quindi lodevole e da ammirare, al contempo rappresenta l’epoca dell’avanzamento dell’escluso nell’arte . Come ti rapporti a tutto questo?
FC Tendo sempre ad accumulare, a prescindere, in ogni caso, non soltanto nello studio. Questo lavoro qui di stoccaggio in realtà era nato come installazione, come progetto che doveva essere presentato in uno spazio, in una fondazione, poi alla fine non se n’è fatto nulla. Quel progetto non è andato in porto, però era iniziato tutto in questo modo qui, come un enorme “bozzetto”. La mostra non si è più fatta, ma il progetto è rimasto perché io sono andato avanti. Nel tempo è diventato un’installazione gigantesca dove si confondeva un po’ tutto: materiali da lavoro, lavori finiti e non finiti, finte e vere catalogazioni, prodotti e scarti. E’ andata avanti così per un anno circa, forse anche due. Era nato come sistema di stoccaggio e alternanza tra oggetti, al di là che fossero oggetti d’arte o di uso comune, messi così, senza una reale distinzione.

crediti immagine: Wiederverzauberung / Re-Enchantment,
© Kunstraum München
foto: Thomas Splett, 2017
ARC Avevo pensato più ad un accumulo come spreco, come dispendio, citando Bataille.
FC Più che come spreco direi consumo. Il termine spreco non lo uso volentieri. Preferisco consumo, anche nella sua accezione più negativa, che nell’attuarsi può sfociare nello spreco, sicuramente. Il consumo è sempre finalizzato a qualcosa, anche il consumo eccessivo penso non sia mai spreco. 

ARC Nella linguaggio comune il termine spreco ha un’accezione morale che consumo non ha. Intendi questo?
FC Sì, io non voglio dare un giudizio. Lavoro su quello che mi circonda quotidianamente, nel lavorare e nel consumare oggetti.

ARC Il consumo non è soltanto quello che facciamo nell’usare le cose, gli oggetti si consumano perché si deteriorano. Le cose finiscono, è questo che intendi?
FC Esattamente questo. Le cose per loro natura si deteriorano. Faccio uso di cose che si consumano in poco tempo. Non solo cose che per i materiali di cui sono composte hanno vita breve, non solo materiali organici, che ho usato e uso, ma anche oggetti realizzati con materiali plastici, plastica industriale, materiali elettronici, oggetti come tutta la mercanzia venduta dagli ambulanti. E’ tutto materiale di consumo e di consumo molto veloce, anche se sono fatti con materiali che potrebbero durare migliaia d’anni. Mi piace questa differenza tra il consumo veloce di un oggetto e la durata del materiale.
C’era un lavoro, ad esempio, una specie di installazione luminosa, che ora si è già trasformata -nel libro è presente nella versione di cui ti parlo-, fatta con una serie di lampade, che prevede un consumo di energia, di illuminazione eccessivo, per via di tutte queste lampade sistemate una accanto all’altra, lampade di consumo veloce, nel senso che l’uso di questi oggetti è veloce. Queste installazione funziona però a batteria, non a elettricità domestica, le luci sono posizionate in modo che non si possano più cambiare le pile. In questo modo si è venuta a creare un’incompatibilità tra un oggetto che dovrebbe essere un’opera d’arte luminosa, che in realtà è durata molto poco come opera luminosa, e il suo status di oggetto che rimarrà nel tempo, come oggetto non luminoso.

Anatomia companatica: sculture di diverse dimensioni, acqua,
farina, lievito, tavolo di mdf dimensioni 360 x 80 cm anno 2010
ARC. C’è della frustrazione in tutto questo?
FC Non direi. Io tento di essere molto generoso. Nel lavorare, nella quantità di lavoro e nella quantità di tempo impegnato nel lavoro. Tento sempre di essere generoso nel fare il lavoro e nel presentarlo e nel darlo. 

ARC Non ti interessa condividere la frustrazione?
FC No, quello no. 


books, leaves, clamp 2016

ARC Tutta la tua opera è critica, anche verso il concetto di arte, verso il sistema che lo sostiene, così come la motivazione soggettiva dell’operare artistico. Uno dei tuoi ultimi lavori quello con il testo “Lavori piccoli per andare incontro al mercato di provincia”, è molto ironico e tratta esattamente di questo. Raccontami un po’ di questa operazione.
FC Sì, è molto ironico e alla fine diventerà paradossale. Alla fine diventerà un lavoro enorme costituito da elementi molto piccoli, dove all’interno, di regola, dovrebbero esserci lavori molto piccoli, per poter soddisfare un mercato di provincia. Nella processualità c’è una parte di alienazione che mi interessava evidenziare, volevo lavorare su questo elemento.
Il primo artista che proponemmo come Carico Massimo, qui agli ex Magazzini Generali è stato Colin Darke, un artista inglese. Fece un lavoro sull’alienazione, anche se la sua intenzione, rispetto alla mia, era programmatica. E’ un artista che ha lavorato molto sui testi di Marx e nel suo lavoro confutava questo dogma marxiano per cui l’artista rispetto a qualsiasi altro lavoratore non fa un lavoro alienante, quindi non è alienato. Questo aspetto mi interessava molto. Lui ha voluto adottare un metodo di lavoro dove c’è alienazione, perché è un metodo di lavoro molto ripetitivo che va avanti per otto ore al giorno, che va avanti nel tempo, che spesso diventa soltanto ripetizione di un gesto. La maggior parte dei suoi lavori evidenziano quest’aspetto. Io non ho costruito la stessa intenzionalità programmatica, ma ho ritrovato un aspetto del mio lavoro che c’è sempre stato, anche se non in tutti i lavori. 



“Lavori in oro e azzurro per saziare
I collezionisti suzzaresi”

cartone riciclato, dimensioni variabili, 2016
ARC In questo però è presente in maniera particolare.
FC Sì, ma è presente in tanti altri lavori come quello delle foglie. C’è tutta una metodologia di lavoro, di durata nel tempo, non è voluto, non c’è un’intenzione programmatica come in Colin Darke, ma spesso diventa alienante. Qui è un po’ più voluto, perché ad esempio ci sono degli elementi di consumo di tempo che potrebbe essere considerato spreco.
Sono una serie di scatole, normali scatole da imballaggio, come è consuetudine quando inscatoli qualcosa, ci scrivi sopra il contenuto, per ricordartelo e, lo scrivi una volta. In queste scatole è scritto su tutte le facce. E’ un’operazione non totalmente inutile ma quasi inutile, perché almeno tre facce sono visibili. E’ un’operazione quasi inutile, però anche una specie di imposizione, una specie di autopunizione. Non ho ancora trovato un titolo, però volevo intitolarlo “La punizione del Dott. Rossi”. Rossi è un collezionista che dice sempre <<C’hai qualcosa di piccolo?>> è come una punizione, come scrivere alla lavagna la stessa frase per punizione, tipo scrivi duecento volte <<devi fare lavori piccoli per collezionisti che vogliono lavori piccoli!>>. 
ARC A proposito dell’alienazione, dicevi che non c’è una intenzionalità programmatica però è presente nel tuo lavoro. In alcuni tuoi lavori la critica sociale, come sottolinea Durham, è rivolta in direzione dell’equità, come quando utilizzi del pane o verso la sostenibilità ambientale, quando utilizzi scarti industriali, le foglie di castagno. La critica sociale è presente in forma programmatica? Come procedi?
FC Questa cosa è vera ma non è mai concettuale, perché io parto sempre dal materiale, poi il materiale mi suggerisce alcune cose che mi portano da altre parti, comunque in una direzione dove poi si sviluppa una riflessione che può anche essere sul mondo dell’arte. Cerco sempre di non essere mai autoreferenziale. Parto dal materiale e sviluppo, questo sviluppo rimane sempre aperto anche nel significato. 

ARC Un lavoro non ha mai un significato che si conclude in sé o in quello che in quel momento l’artista vuol dire, ha un rapporto con chi lo guarda ma anche con il tempo.
FC Sì, altrimenti muore.

ARC Per tornare al discorso equità e sostenibilità, qualche anno fa mi facesti vedere un lavoro che qui, ora, non vedo. Erano cartelli con la scritta “Ho fame”. Ricordo che contemporaneamente vidi i lavori fatti di pane "Anatomia Companatica". In fondo due lavori molto diversi, che avevano in comune l’idea di nutrimento e mancanza di equità.
FC Quei lavori lì, li ho buttati via. Non li ho mai esposti. Li hai visti allo stato di studio, poi non sono mai maturati. Alla fine quei cartelli non sono diventati un lavoro vero e proprio ma degli spunti per un altro lavoro. 

Laundry, scarti di lavatraci (tessuto, materiali vari)
 su PVC, 200 x 300 cm, 2014-2016
ARC Li avevi raccolti in giro, non li avevi realizzati tu?
FC Sì, li avevo raccolti in giro, per strada.
In quel momento sono stati un punto di partenza, come se avessi raccolto materiale per fare altri lavori. All’inizio c’è stata la volontà di farli diventare un lavoro, poi si sono trasformati in altro. A partire da quelli ho creato delle altre opere, differenti. Sono partito dalla forma cartello, come quelli trovati in strada, poi anche questi sono diventati paradossali. Erano in realtà dei cartoncini bristol 100x70 su cui passavo una mistura di acqua e farina, quindi completamente bianchi, ma anche materici, sui quali anagrammavo le parole “ho fame”, per cui alla fine non si capiva più la richiesta.

Laundry, scarti di lavatraci (tessuto, materiali vari)
su PVC, 200 x 300 cm, 2014-2016
ARC Un aspetto interessante del tuo lavoro è questo continua trasformazione del materiale in lavoro quasi-finito, che in molti casi rimane sospeso per parecchio tempo nella forma di scarto. E’ possibile che certi materiali rimangano inattivi per tanto tempo, come i residui dei filtri delle lavanderie industriali che hanno occupato il centro dello studio per molto tempo e non sempre hanno acquisito una forma.
FC Li ho tenuti per molto tempo poi li ho buttati. Ho tenuto quattro o cinque sculture che avevo fatto, il resto l’ho buttato via. Rimane a livello di progettualità nel caso dovessi farci qualcosa. Questi sono rimasti perché mi piacevano. Nel caso dovessi fare un progetto per una mostra ho già in mente la possibilità di andarlo a riprendere e di riutilizzarlo. 

ARC Torniamo sempre al residuo, all’arte come resto. Cito Perniola “Se l’arte è resto ovvero resistenza vuol dire che è attraversata da conflitti, fratture” e in questo studio di fratture, squarci ce ne sono parecchi. E’ uno spazio di dispersione e frantumazione. L’intero non tiene più?
FC Questo elemento del resto, del frammento e, quindi alla resistenza a qualcosa che non sia frammento, resto, che non sia qualcosa di intero, di ufficializzato, di istituzionalizzato ha un po’ caratterizzato un filone dell’arte negli ultimi venti, venticinque anni. Ne tratta in maniera chiara il libro “L'Exforma” di Bourriaud dove il punto è il rimosso. La psicoanalisi stessa si è sviluppata attorno al concetto di rimozione. E’ una rimozione continua. Gli artisti del Novecento hanno sempre lavorato su questo. Io ci lavoro. Vivere in Italia vuol dire vivere a contatto continuo con le rovine, sia per la storia passata, sia per la storia più recente. Considera la traccia profonda che la Seconda Guerra Mondiale ha lasciato qui a Livorno. Nella contemporaneità si vive sempre di qualcosa che diventa archeologia il giorno dopo. Non si riesce a vedere l’insieme, focalizzare il tutto. Io, ad esempio ho un certo fastidio per la fine, per qualcosa che è finito, completo. Ho sempre la sensazione che sia qualcosa di morto.


Koningin Juliana, corten, 250x250x250 cm, 2011.
Fortezza Medicea, Livorno
ARC Un tuo lavoro che a guardarlo sembrerebbe un opera finita, ma a mio parere non è così, è “Koningin Juliana”. Vorrei ricordare che “Koningin Juliana” è un monumento che commemora le 140 vittime del “Moby Prince” .
FC Quello è un lavoro che io faccio molta fatica anche a guardare, a passarci davanti. E’ un lavoro che non riconosco completamente. Quel lavoro non è nato, in realtà, come un monumento, non è stato commissionato, è nato come una scultura che doveva denunciare una vicenda storica. La mia intenzione era differente. La scultura, il monumento doveva essere rottamato, doveva sparire. Era sicuramente un oggetto fatto per durare, realizzato in corten, che alla fine della mostra doveva sparire, doveva essere distrutto. Doveva essere venduto come rottame, a peso, e il denaro in qualche modo immobilizzato, che non circolasse più. Poi ha preso un’altra strada, alla quale io ho aderito in qualche modo. Il monumento non è stato commissionato, però è stato pagato dai familiari delle vittime. Loro hanno voluto che rimanesse e che diventasse il monumento commemorativo. 

Fortezza Medicea, Livorno
ARC A vederlo così sulla Fortezza sembrerebbe un oggetto finitissimo, del resto è un cubo. Più finito di così? In realtà anche questa opera è un frammento, manca di qualcosa, di più di qualcosa, di tanto, compreso un suono che ora, come monumento, non ha più. Non so se questo facesse parte dell’intenzione, ma ha una chiara ascendenza di derivato, penso al cubo di Tony Smith e via via a cascata tutti i cubi derivati di ascendenza minimalista.
FC Sì, è esattamente così. Avevo visto un lavoro di Richard Serra, un cubo un po’ inclinato, era un monumento a Charlie Chaplin a Berlino e, poi un altro cubo: il progetto di Malevic per il monumento a Lenin. Gli chiesero di fare questo monumento a Lenin e lui presentò un cubo che rappresentava una sintesi formale del carattere, della rettitudine e fermezza di Lenin. Ovviamente non fu mai realizzato. La forma è stata una citazione di quelle forme e poi, mi sembrava che fosse perfetta come sintesi di una barca. Poteva essere una prua che puoi vedere da qualsiasi angolo, come se fosse una ripetizione in loop della prua di una nave.

ARC E’ vero che la rottamazione non è avvenuta, però la percepisci. E’ presente nella forma del cubo stesso, tipica forma dell’oggetto in ferro compresso dopo la rottamazione. Oggi poi, il termine rottamazione, inteso come rimozione, va così di moda! E qui torniamo al rimosso.
FC Il discorso che fai tu sul rottame si incastra perfettamente sulla decisione di posizionamento che ho fatto nel momento in cui si è presa la decisione di esporlo come monumento. La collocazione sembra marginale, sembra quasi nascosto, quasi abbandonato. Si vede, però sembra abbandonato. Se si hanno i mezzi per comprendere lo vedi, altrimenti sembra qualcosa lasciato lì. Non ho mai voluto venisse sistemato in una piazza. Dialoga bene con un altro monumento della città che è la Fortezza. Collocato in quel modo, ne sembra un prolungamento e poi, ricorda una cosa a cui io ho pensato dopo. Ricorda un po’ il periodo nel quale in Fortezza c’erano le baracche. Fino agli anni settanta, in fortezza c’erano le baracche di quelli che avevano perso la casa sotto i bombardamenti, c'erano gli sfollati della Seconda Guerra Mondiale e ci sono rimasti fino alla metà degli anni Settanta. Come c’erano in tutte le città bombardate massicciamente. Nelle foto che ho visto all’Archivio di Stato si vedono questi parallelepipedi.
ARC Penso che alla fine è molto meglio che l’opera esista e sia lì.
FC In realtà quello che mi è venuto in soccorso, per il discorso della trasformazione da opera a monumento, che me lo fa digerire, sono le scritte molto demonizzate che ogni tanto ci fanno sopra i Writers. Io queste scritte qui le uso, le rifaccio pari, pari sui lavori che non mi convincono, che non hanno trovato una chiusura. Li completo riportando le scritte. Scritte che sono una specie di censura e, in quanto censura le rifaccio in lavori che non hanno ancora una fine. Un riconoscimento a qualcosa di istituzionale e contestato.

ARC

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