Visualizzazione post con etichetta Lavinia Iacomelli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Lavinia Iacomelli. Mostra tutti i post

sabato 8 ottobre 2022

Conversazione con Foschini e Iacomelli. Saluti dagli anni '20.

Lo scorso marzo incontro Angelo e Lavinia, l'occasione è la messa in opera dell'antologica Saluti dagli anni '20 recentemente inaugurata, (1 ottobre - 20 novembre 2022), con l'idea di completare un discorso sospeso nella Conversazione del 2017 pubblicare entrambe le conversazioni in catalogoL'obiettivo è verificare a distanza di cinque anni l'andamento del lavoro, chiarire una serie di punti toccati in superficie. E' un po' di tempo che parliamo di questa mostra, ma tra le tante faccende noiose che hanno attraversato le nostre vite -nel frattempo c'è stata una pandemia, un trasloco- siamo giunti ad oggi con l'ultimo dipinto, in senso cronologico, una riflessione ironica e amara sull'abitare, che apre il catalogo e idealmente chiude la mostra. Saluti dagli anni '20 ritrae Angelo e Lavinia seduti sul divano di casa -idea moderna di dimora minima- con indosso fantasiose maschere, protetti da invisibili pericoli. Ognuno di noi può comprendere l'origine di questo doppio autoritratto, capirne l'umorismo e identificarsi con esso, forse. Ma riprendiamo il filo, nel 2017 ci siamo lasciati che il lavoro stava prendendo una direzione nuova, sintetica dal punto di vista formale e  metaforica per ciò che riguarda i contenuti: tele di piccole e medie dimensioni, dipinte a smalto, che affrontano l'idea dell'abitare proponendo visioni di alloggi temporanei, quasi astratti. Gli argomenti trattati in quel primo incontro, i ritratti degli amici, i palazzi popolari, le architetture razionaliste, gli interni intimi e a tratti erotici degli anni dieci, ad un certo punto lasciavano il passo ad oscuri alloggi di precaria stabilità da cui emergeva un profondo senso di fragilità. Questa instabilità emotiva e plastica è l'argomento della nostra nuova conversazione. Siamo ripartiti da qui. 


Saluti dagli anni '20, smalti su tela, 150x160, 2022


Marzo 2022

ARC Quando ci siamo incontrati la prima volta abbiamo ripercorso la vostra carriera a partire dai primi dipinti realizzati come Koroo fino al momento in cui avete deciso di chiamarvi con i vostri cognomi. Ci siamo lasciati che operavate ad un progetto che è sostanzialmente la sintesi di tutto il vostro lavoro: le relazioni, l’abitare, il bisogno di stabilità tutto racchiuso nel concetto di dimora minima. Ripartiamo da qui.

F&I - Per noi l’architettura è sempre stato un elemento presente e condizionante nel rapporto con il contesto, con la figura umana. Ad un certo punto dagli edifici esterni ci siamo spostati negli interni delle case e questi interni erano anch’essi condizionati dall’essere solitamente un luogo domestico. E’ come se fossimo entrati all’interno di quelle architetture di cui ci siamo sempre occupati. Ci interessava l’abitare.

ARC – Negli ultimi lavori, nati proprio durante il nostro primo incontro, che costituiscono il nucleo della mostra del 2019 Neo Gotico Palladiano Sud Sahariano Extra Factory, la figura umana è sparita, anche le case sono qualcosa di essenziale, non c’è più l’edificio come luogo da abitare, la dimora è divenuta astratta. È divenuta un’idea o sbaglio.


Palafitta, - smalto su tela, 40x67 cm, 2016


F&I – Sì, tutto si è spostato sull’idea. Cosa rimane all’essere umano arrivati alla sintesi della dimora? Un posto sicuro, un posto dove stare, un posto da sistemare. Diventano una cosa astratta in questo senso qui, cioè qualcosa che costruisci per stare, per viverlo, che costruisci con le mani. Sono edifici che sembrano costruiti con il fango, con la paglia, col minimo indispensabile, con quello che trovi.

F&I – Volevamo arrivare rappresentare e comprendere quelli che sono gli elementi essenziali che ricordano il concetto di dimora, che è insito nell’essere umano come concetto di rifugio, di dimensione privata. Quali sono quei pochi elementi che effettivamente servono e che rendono riconoscibile all’essere umano l’idea di dimora? Ecco, ci siamo concentrati su questo.

F&I – Abbiamo guardato alle capanne preistoriche, alle capanne etrusche, alle capanne di ogni tempo e ogni luogo. Abbiamo cercato di appropriarci di quel minimo di elementi visivi, da pittori. L’impatto visivo prevale. Cosa si vede di questi elementi? Cosa serve per costruire? Un’immagine che dia l’dea della dimora, anche della sicurezza, un luogo dove rifugiarti quando tutto attorno e nero e buio.


S.t., 60x80 cm, smalto su tela, 2017

ARC –la tavolozza si è ridotta al minimo: nero, bianco e qualche giallo o ocra. Il fondo nero.

F&I – Sì, non sai mai se la figura emerge o si nasconde, se c’è il bene o il male in tutto quel nero. Questa doppia possibile visione riguarda l’esperienza di ognuno.

F&I – C’è una riflessione su cosa è considerabile sicuro e solido. Danno un’idea di solidità, però alla fine sono fatte senza fondamenta, senza quei criteri dello studio architettonico o almeno non sembra essere così. E’ un pensiero immediato, qualcosa che ti serve subito e costruisci con la solidità delle cose che hai intorno, ma non molto altro. In qualche modo sono fragili e solide allo stesso tempo.

ARC – Quanto ha influito la condizione perennemente diasporica di molta parte dell’umanità in continuo movimento, in fuga, partenze precipitose per via di conflitti, migrazione nell’idea di dimora fragile o solida a seconda dell’esperienza personale?

F&I –E’ un aspetto che ci ha sempre interessato. Ci siamo sempre chiesti quali fossero gli elementi indispensabili ad un essere umano per potersi rifugiare in un momento di estrema necessità. Il concetto della dimora primitiva era quasi nel calarsi nei panni di chi effettivamente è scappato, deve ripararsi dalle intemperie, deve nascondersi avvolte perché non deve essere visto, deve dare un minimo senso di sicurezza ai propri figli. Non lo fa solo con la sua persona ma anche con quello che riesce a costruire con il minimo indispensabile: un semplice telo e quattro legni.


S.t., - smalto su tela, 60x80 cm, 2018


ARC - Il tema della fragilità ritorna sempre nel vostro modo di affrontare il rapporto dell’essere umano con la società.

F&I – Fragilità e insicurezza sono due concetti che vengono sempre fuori sia nel primi dipinti che nei lavori a smalto, perché anche se si perde il rapporto con l’architettura, molte delle immagini che abbiamo realizzato successivamente si fondano su questo sensazione.

F&I – Nella mostra L’ossessione dello stupore, 2014 lo stupore è sempre accompagnato dal concetto di fragilità, perché è qualcosa di così impermanente, provato al momento, che passa, se ne va, e quando lo provi per qualcosa di tangibile, ti accorgi che sei te che proietti su qualcosa di tangibile lo stupore; l’oggetto o l’architettura ti aiutano a ricordare quella sensazione, però è un momento tuo, è fragile, veloce, temporaneo. In queste immagini a volte scattate da noi, spesso prelevate dal web, facciamo accadere qualcosa di imprevisto.


Palafitta #2 - smalto su tela, 40x50, 2020


ARC – Ma già alla seconda visione ti abitui agli elementi estranei, non stupiscono più.

F&I – E’ un altro stupore, diventa qualcosa di familiare, vai a ricercare cos’è che ti ha stupito la prima volta, con razionalità. Razionalizzando le cose si sintetizzano, ti servono meno elementi, ti accorgi che basta anche meno per stupirsi.

F&I – Il discorso della fragilità mi riporta alle relazioni, perché le relazioni stanno in piedi, sono solide finché ci investiamo, quando sono continuamente richiamate e possono dare un’idea di solidità, anche al mondo esterno ma questo non è mai dato sapere in realtà. L’dea di dimora io la vedo più quasi come qualcosa che richiama simbolicamente alla relazione, che si crea perché sia solida ma che va continuamente aggiustata o comunque percepita solida perché lo sia, altrimenti crolla sotto il suo stesso peso.

F&I – Rischia di rimanere uno scheletro abbandonato a se stesso, testimonianza di un passaggio, testimonianza di una relazione come diceva Lavinia, che però si regge sui fili.

ARC – Il vostro ultimo lavoro invece vede di nuovo voi due protagonisti, siete invecchiati, su un divano e indossate delle maschere protettive: antigas e a becco di uccello steampunk.

F&I – E’ come chiudere il cerchio e aprirne un altro. E’ un quadro ironico, un po’ inquietante. Siamo approdati in questo luogo qui: un divanetto per due. Non è molto diverso dalle capanne, una struttura minima indispensabile, galleggiante in un vuoto. Frontale, essenziale.

Link collegati:

Conversazione con Foschini e Iacomelli, 2017

  http://www.foschiniiacomelli.it/


lunedì 8 maggio 2017

Conversazione con Angelo Foschini e Lavinia Iacomelli/ artisti


Tra gli anni novanta e il primo decennio del terzo millennio, la riflessione sull’identità ha caratterizzato la ricerca di artisti che in quegli anni avevano tra i venti e i trent’anni. Lavinia Iacomelli e Angelo Foschini, coppia nell’arte e nella vita, vissuto pienamente l'instabilità del periodo, hanno scelto la pittura come mezzo di indagine della propria identità individuale e di coppia, sociale e collettiva -scelta che nella pratica pittorica è formalmente visibile nell’assenza di un segno espressivo distintivo che identifichi l’una o l’altro- dissolvendosi nell’ azione comune. Agli inizi, con il nome collettivo di Koroo, si muovono all’interno di una comunità di amici e colleghi. I set allestiti nei luoghi della propria vita o quella dei soggetti ritratti sono dei film mancati e le immagini fotografiche da cui i dipinti derivano non sono altro che frame di una narrazione incompleta. Le tele prodotte in questi primi anni, pur restando nel solco di una tradizione accademica assodata, contengono già il germe della precarietà e della totale annullamento di una identità stabile. Negli anni, attraverso sottrazioni continue, semplificazione dei soggetti e cambio di tecnica, trovano la loro compiutezza nell’uso, anche, di immagini fotografiche altrui, materiali effimeri e smalti, campiture piatte e tavolozza essenziale.
 

A.R.C. – Iniziamo a parlare di voi. Come lavorate?
Wash your soul, detersivo in polvere su tela,
 lampada wood, 2007
F&I. – Guarda per capire ti faccio vedere un’installazione che abbiamo fatto qualche anno fa. Ho ritrovato il catalogo. Un lavoro esposto in "Voci silenti", una mostra curata da Alessandro Trabucco. In realtà è un lavoro partito da Livorno poi approdato a Milano.
Per questa installazione abbiamo lavorato a dei ritratti un metro per un metro e venti, su tela nera, realizzati con il sapone in polvere, quello per il bucato, stesi con delle mollette su filo. L'ambiente era completamente oscuro e i ritratti illuminati con la luce di wood apparivano quasi come dei fantasmi. Il passaggio stesso delle persone, muovendoli, lasciava cadere sempre un po’ di “ritratto”. Era diventato un lavoro sul lavaggio collettivo delle coscienze, nel senso che questi personaggi sono tutti personaggi dalla storia irrisolta: Calipari, Pasolini, Pinelli, Alpi, Masi, Giuliani tutti con un caso giudiziario irrisolto. C’era stata un’implicazione politica.
F&I. – Inizialmente ne abbiamo scelti otto, diversissimi tra loro sia per generazione, per età, per tutto, per avere una gamma vasta di storie, anche di emozioni, abbiamo scelto delle storie lontane il più possibile tra loro. Quando siamo andati a cercare tutti questi personaggi, la cosa che ci aveva colpito di più era vedere come il tempo non avesse attenuato minimamente la voglia di ricerca di giustizia da parte dei parenti.
 
A.R.C. – Come si intitola questo lavoro?
F&I. – Wash your soul… E’ nato nel 2005… l’idea è quella di continuare. Siamo partititi con questi otto personaggi, purtroppo ce ne sono altri, quindi proseguiremo. La sfida è quella di togliere i personaggi il cui caso giudiziario trovava una soluzione. Per ora non abbiamo mai tolto nessuno.

A.R.C. –E’ un lavoro realizzato in coppia?
F&I. Sì, è sempre un lavoro a quattro mani.

A.R.C. –Voi lavorate sempre in coppia?
Adieu, grafite e olio su tela, 130x95cm, 2005
F&I. – Abbiamo deciso quasi subito, perché ci sembrava una forma interessante. Condividendo lo stesso studio, condividendo la vita.Lavoravamo entrambi a partire da un riferimento fotografico, un soggetto legato alla fotografia, alle foto che scattiamo. Lavoriamo sulle persone. Le persone che coinvolgevamo allora erano un po’ le stesse quindi è venuto quasi automatico.
F&I. – C’era uno scambio continuo, cercavamo di non pestarci i piedi o cercavamo di scansarci, non so se era veramente autentico ciò che facevamo. C’è stato un momento che semplicemente abbiamo unito le forze.
F&I. – Era più limitante creare una competizione.
F&I. – Quando le cose vanno bene, quando festeggi, festeggi in due.

A.R.C. – Quindi sin da subito, sia le immagini fotografiche che l’interesse verso l’essere umano sono stati il vostro oggetto e soggetto. Poi come sono andate le cose?
F&I. – L’idea iniziale, forse il primo nucleo importante è stato legare la figura umana all’architettura; all’architettura nel senso di luoghi, i luoghi che noi frequentavamo di più, dei passaggi che facevamo più frequentemente, anche quotidianamente, sia quello che trovavamo in giro nei viaggi, sia quello che vedevamo qui, tutti i giorni. Ci interessava capire quanto l’immagine architettonica si sposasse con la figura, quanto la condizionasse.
F&I. – Perché quelle immagini architettoniche, specialmente alcune, avevano già condizionato la nostra vita. Vedendole tutti i giorni, passandoci. Ci sono vie che ti sono simpatiche perché lì è successo qualcosa o semplicemente perché ti ricorda un momento. Il discorso di empatia dei luoghi.

A.R.C. – Partivate sempre da fotografie? Con che tecnica sono realizzati?
Bubble Booble, grafite e olio su tela, 60x85cm,2005
F&I. – E’ un lavoro molto elaborato. Le figure, che inizialmente erano tutta la nostra generazione, tutti i nostri amici che hanno posato per noi, erano realizzate in grafite, bianco e nero, grafite finissima, in alcuni lavori abbastanza tardi, un lieve strato di acquerello; a queste figure si univano, quasi a caso, le architetture dipinte ad olio. Tutto su tela.
Il legame architettura figura umana era arbitrario e solo visivo: quella persona lì non c’era mai stata.
F&I. – Il nostro lavoro è sempre stato di regia. Erano tutti attori inconsapevoli. Venivano catapultati in questi luoghi nostri, in cui in realtà passavamo noi. Spesso a queste persone chiedevamo di interagire con oggetti del proprio vissuto.
 
A.R.C. – Mi sembra di capire che le figure umane realizzate a grafite siano parecchio più fragili e precarie delle architetture ad olio, decisamente più solide.
F&I. – Appariva tutto schiacciato da qualcosa di condizionante. Del resto erano persone giovani, dai venti ai trent’anni, un’età nella quale non hai ancora concluso niente realmente di tuo nella vita e sei condizionato da quello che c’è intorno. Erano tutte persone che si guardavano intorno alla ricerca di una via e dovevano prendere in quel momento una decisione.
Fino alla fine del mondo, olio e grafite su tela,130x95-cm, 2005
F&I. – Non in questo caso, ma abbiamo lavorato tanto sull’architettura razionalista, per esempio.
Nel lavoro sull’architettura è stato per noi un motivo forte la casa, l’abitazione, la dimora; lo spazio proprio e personale da vivere è stato sempre qualcosa di fortissimo.
Il nome che avevamo scelto all’inizio, Koroo, era un nome che ci era piaciuto come suono, in realtà fa riferimento a delle capanne, recinti impermanenti che costruivano i nomadi del sud della Russia. Costruivano un modulo abitativo che non era permanente. Per noi era riconducibile al discorso della coppia, che a volte si ferma, si chiude perché ha bisogno della propria intimità, poi chiaramente continua il viaggio insieme.

A.R.C. –Su Livorno l’architettura è effettivamente condizionante. C’è una sorta di cupola temporale alla Stephen King che condiziona il giudizio. Ti aspetti che alcuni edifici siano più antichi di quello che sono effettivamente, è come se non si riuscisse ad uscire dagli anni Settanta.
Quanto è durato questo progetto?

Menage, olio e acrilico su tela,150x120cm, 2006
F&I. – E’ un progetto che è andato avanti dal 2001 al 2005, più o meno. E’ un lavoro che aveva bisogno di una regia abbastanza ferrea, lavoravamo in due per cui avevamo bisogno di un progetto chiaro. Avevamo comunque degli spazi di gioco. Il modo in cui lavoriamo è sempre stato quello di stare il più possibile insieme sulla tela, quindi tele grandi. Poi, è naturale, si sono creati momenti di ping pong in cui ci si scambiava. A volte uno non era presente, allora interveniva l’altro. Le modalità sono sempre diverse, anche se ci sono degli spazi di autonomia all’interno del lavoro collettivo. Sono vitali.

A.R.C. – Non è usuale trovare una coppia di pittori che lavorano contemporaneamente sulla stessa tela. E’ piuttosto anomalo.
Curacao, olio e acrilico su tela, 150x110cm, 2007
F&I. – A Livorno non eravamo gli unici. Forse perché in quegli anni c’era un rapporto con le immagini molto forte.
F&I. – Partendo da un’immagine progettata insieme, si lavorava insieme sulla tela. Mi ricordo che negli anni novanta c’erano altre coppie che dipingevano assieme. Del resto la forza era il progetto, non tanto la riconoscibilità della mano dell’uno o dell’altro. Proprio per questo avevamo eliminato le nostre individualità. Il nome collettivo Koroo, era questo.

A.R.C. –E’ in questo momento che avete superato l’idea di rappresentare architetture?

Just like in the 60s yet only without hope, olio e acrilico su tela, 180x150cm,2007
F&I. – La fase successiva è stata passare agli interni e qui la figura umana, che era più evanescente, inizia ad acquisire una solidità. Gli ambienti erano quelli intimi della casa. Non c’era ancora l’epoca dei social dove le persone tendono ad esibire la propria intimità con grande disinvoltura. Noi andavamo a costruire questo ambiente.
 
A.R.C. – Sempre grafite e olio?
Planet Air, smalti su tela100x125cm, 2010
F&I. – Sparisce la grafite e rimane l’olio. Gli sfondi sono in acrilico. Introduciamo questi sfondi piatti, in acrilico, che isolano la scena. Sono micro storie e ogni quadro era una storia a sé.

A.R.C. – Quell’esigenza che tra i novanta e duemila di raccontare le proprie relazioni parentali, da famiglia allargata anche agli amici, la tribù degli artisti e gli amici degli artisti non è ravvisabile oggi, nelle nuove generazioni. E’ una particolarità della vostra generazione?
Maybe Stars,  smalti su tela, 120x140cm, 2010
F&I. – Sì, infatti è stata una ricerca che abbiamo esaurito, perché alla fine siamo passati ad una visione meno intima.
 
A.R.C. –Voi però non siete mai i soggetti. Sono sempre persone che fanno parte della vostra vita, ma voi non ci siete.
F&I. – No, ci siamo stati. Non è che ci siamo esclusi dalla rappresentazione. Facevamo parte di questa tribù. All’inizio eravamo noi, poi ti stanchi e vai a cercare qualcuno che racconti un po’ anche la tua vita. Non era molto differente. Siamo diventati registi di una storia ampia. Ad esempio alcune di queste coppie erano a loro volta artisti, attori, noi abbiamo fatto un po’ da collante tra tutte queste persone, perché alcune non si conoscono tra loro. Era il nostro mondo.

A.R.C. –I vostri ultimi lavori vanno in tutt’altra direzione: tavolozza essenziale, campitura larghe, e negli ultimissimi un minimalismo al limite dell’astrazione e formati piccoli.

First contact, smalti su tela, 80x60cm, 2010 
F&I. – Dal 2010 siamo passati agli smalti. Abbiamo fatto un salto per noi importantissimo dal punto di vista concettuale e tecnico. Avevamo bisogno di un materiale più leggero e più veloce che però mettesse alla prova la nostra capacità. Fino a quel punto avevamo lavorato ad affinarci tecnicamente, ora avevamo bisogno d’altro. Lo smalto è tremendo, asciuga velocemente e necessita velocità di esecuzione. Abbiamo deciso di metterci in gioco, avere un progetto e chiuderlo con tempi di esecuzione diversi, più veloci. Questo ci ha svecchiato.

A.R.C. – …e avete cambiato nome. Ora siete Foschini & Iacomelli.
F&I. – Sì.

A.R.C. –…avete abbandonato la capanna…
Bends,smalti su tela, 72,3x91cm,2012
F&I. – Perché nel frattempo anche fuori succedeva la stessa cosa, tutti quei gruppi non esistevano più. Siccome noi il cambiamento l’avevamo fatto vistoso, anche noi volevamo rimarcare questo passaggio, non era più necessario nasconderci dietro un nome.
 
A.R.C. – Più che nascondervi, avevate risolto quella situazione, trovato la dimora.
Beach, smalto su tela,121x102-cm, 2011
F&I. – Sì, anche a livello personale erano cambiate tante cose, avevamo avuto il bimbo ecc… Tra le prime cose significative c’era Beach. Come vedi non abbiamo abbandonato la figura umana, ma l’ambiente è artificiale. Abbiamo iniziato a raccontare altro che non fosse un piccolo gruppo, raccontare ciò che ci interessava, ci colpiva. Sempre utilizzando scatti fotografici, abbiamo iniziato ad utilizzare scatti non nostri, perché a questo punto il lavoro era più sulla pittura, sul togliere e mettere, sull’ABC della pittura, su cosa inserire all’interno del lavoro e cosa sottrarre alla vista. Ogni quadro poteva essere un mondo pittorico a se.
F&I. – L’idea era quella di creare una collettiva all’interno di una nostra personale, una anti-riconoscibilità tecnica, tematica e pittorica che ci ha portato a fare quadri diversissimi, macro-mondi e micro-mondi, più intimi e sociali o paesaggi puri stagliati sul niente. Questa grande libertà di annettere tutto nella nostra pittura ci ha regalato sollievo.

A.R.C. – Avete raggiunto la sintesi che cercavate?
Inside, smalti su tela, 70x116cm, 2011
F&I. – Sì, è stato un modo per liberarci. Del resto avevamo fatto un percorso formativo, scolastico che come tanti non volevamo fare, poi arrivata l’Accademia. Scelto e deciso di fare l’Accademia, con tutti i crismi, a quel punto pittori con tutti i crismi, salvo poi rimanerne un po’ ingabbiati. A quel punto c’è stato il bisogno di liberarsi.

A.R.C. – Dicevamo che utilizzate anche immagini non vostre, come?
 
Over, smalti su tela 20x20cm, 2016
F&I. – Avere immagini è facilissimo, è un po’ il male della nostra epoca, scegliere è difficile. Il problema essenziale è sceglierle. Effettivamente una cosa che ci ha sempre incuriosito dagli anni novanta ad oggi è il ruolo dell’artista che lavora con la pittura, che lavora ancora legandosi ad una certa figurazione, ad un racconto.
Cosa salvare di questo flusso infinito, enorme?
Ora ad esempio ci stiamo occupando di lavori meno legati alla tela, più installativi, come questo del Parterre.

A.R.C. – Di cosa si tratta?
foto dal sito de Il Parterre
F&I.- Due anni fa è nato un progetto abbastanza articolato. Due artisti Valerio Michelucci e Stefano Pilato hanno coinvolto altri trenta artisti, (ora il gruppo si è ristretto ad una decina) per realizzare opere all’interno del parco, occupando gli spazi rimasti vuoti. 
Il Parterre era il vecchio giardino zoologico di Livorno. Tanti degli spazi dove stavano gli animali sono rimasti vuoti. Le gabbie sono storiche, molto belle ma ci sono altri spazi dove c’erano le gabbie e sono state tolte, sono riamasti vuoti, non molto risolti, magari sono spazi aperti o una nicchia.
Cage, smalti su tela,103x120cm, 2012
Il progetto si sta sviluppando attraverso forme di autofinanziamento, c’è stato un crowdfunding e un lavoro che abbiamo fatto portando il Parterre nelle scuole. 
Blu funk, smalto su tela, 49,6x39,5cm, 2015
Dapprima abbiamo lavorato alla pista si skateboard, che era tutta bianca, ora c’è un bestiario che abbiamo realizzato con i bambini e i ragazzi, un lavoro che ricollocasse il Parterre nella luce del giardino zoologico.
Visto dall’alto si vede l'orso Gigi Balla, che era l’animale più importante e occupava la gabbia centrale, dove ora c’è la fontana. E’ diventata un’operazione grafica sui lavori dei bimbi. Noi siamo stati gli esecutori e i bimbi stessi sono venuti a dipingere l’orso. L’anno scorso abbiamo iniziato con questa pista e quest’anno, tra un po’, dovrebbero nascere le prime installazioni. L’idea è quella di realizzare un primo parco pubblico d’arte contemporanea. 
ARC












Siti d'interesse:
http://ilparterre.org/

altri link correlati: