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martedì 19 novembre 2019

BAROQUE I (floreale)

Corpi santi, corpi mistici, corpi eterni, reliquie e santoni. Sono certa di aver fotografato il fiore di ceroplastica, così come Big Clai #4 di Urs Fischer. So di averlo fatto, perché mi aveva colpito la polemica sulla distruzione anticipata delle statue sull’arengario di Palazzo Vecchio. Non le trovo più. C’è un momento nel quale la grandezza si fa magmatica e tutti pensano che quella cosa argentata al centro di Piazza della Signoria sia un grande stronzo, letteralmente la rappresentazione di un enorme ammasso di merda monumentale color argento. Noi guardiamo l’ammasso di materia Big Clai #4 (giuro, l’ho fotografato) travestito da merda luccicante di Urs Fisher, nel mentre i ritratti in cera con fiammella incorporata, esposti sull’arengario rovinano al suolo prima del previsto. Un piccolo errore di calcolo di chi ha realizzato il piedistallo, si dice. Le opere di Fisher sono sculture di cera che all’interno custodiscono un meccanismo, una fonte di calore con la precisa missione di fondere l’opera dall’interno, lentamente. Una delle due sculture, non ricordo se il ritratto di Francesco Bonami il curatore o Fabrizio Moretti il presidente degli antiquari, organizzatore dell’evento, è crollata al suolo, ed entrambe sono state rimosse prima del previsto. Punite per la mancanza di professionalità di un produttore di piedistalli? Ma il grande Clai continua a non piacere a nessuno.




Sussidiario

Uomini che amano le piante e Plant Revolution di Stefano Mancuso mi hanno acceso un rinnovato interesse verso le piante. Alcune sue affermazioni sono sconvolgenti, ad esempio secondo Mancuso le piante avrebbero capacità mimetiche straordinariamente superiori se paragonate a quelle animali, possono mutare forma e addirittura potrebbero vedere. (Ricordare di prendere in considerazione questa ipotesi).

Ho un discreto pollice verde. Nonostante non abbia più un terrazzo per esercitare i miei pollici, sono riuscita a far crescere persino il sedano sul davanzale della finestra (per poco tempo). Potrei considerare le mie piantine “singolari” perché nelle ristrettezze dello spazio risultano infinitamente generose, ma le singolarità di cui parla Mancuso sono impressionanti. La Boquilla trifoliata, una liana che cresce nelle foreste temperate del Cile, ha una straordinaria capacità: imita ogni volta e con grande abilità le foglie della specie “ospite”. Può cambiare forma così da confondersi con la pianta vicina. Un vero mutaforma. Come fa una pianta che non vede, a sapere cosa deve imitare? Per imitare qualcuno o qualcosa dovresti vederlo. Mancuso apre una ipotesi sconvolgente: le piante potrebbero avere una qualche capacità di “visione”. A quanto pare non è un fatto così fantascientifico, infatti, continua Mancuso, nel 1905 il famoso botanico Gottlieb Haberlandt propose una teoria per la quale le piante avrebbero la capacità di percepire immagini -quindi sarebbero in possesso di una sorta di capacità visiva- grazie alle cellule dell’epidermide. Il fatto che il mio basilico possa vedermi è elettrizzante. Esistono le prove (non per il mio basilico), Harold Wager durante una conferenza scientifica a Londra, mostrò al pubblico fotografie prodotte utilizzando come lenti cellule dell’epidermide fogliare di diverse specie: ritratti abbastanza dettagliati di persone, panorami della campagna inglese. Inquietante e affascinante. Ultimamente quando passo davanti ai vasetti del mio piccolo boschetto di aromatiche faccio un cenno di saluto, per educazione.


Dopo aver letto Mancuso e le informazioni inquietanti sulle abilità e sulla ipotetica capacità di visione delle piante, di fronte alle foto di Špela Volčič mi chiedo chi ha guardato chi? Chi ha fotografato chi?
Queste immagini sono perturbanti. E’ strano perché sono fotografie di fiori, dovrebbero mostrare tutta la freschezza e leziosità del soggetto: fondo nero, atmosfera mistica. Sono molto belle, ricordano le nature morte fiamminghe. Ecco perché mi inquietano, ho sempre trovato rivoltanti quelle tavolate di cibo e animali morti. I fiori no, neppure certe composizioni di frutta. Amo Francisco de Zurbaràn. Sta di fatto che a guardare queste composizioni provo un turbamento, lo stesso che mi suscitano certi stucchi. Mi avvicino, guardo con maggiore attenzione. Sono finti! Magistrali imitazioni in stoffa e silicone. Špela Volčič ha fotografato fiori finti. In alcuni scatti, il fiore, non è neppure un fiore, è la fiammata di un petardo. Polvere da sparo che imita la vitalità della natura, un esplosione che finge di essere un fiore. Copie e falsi, mutaforma e imitatori. Meravigliosa piega barocca. La nostra epoca ama il silicone quanto il seicento amava la cera, le parrucche e la cipria. C’è qualcosa di torbido che mi attrae. Intanto, Cai Guo-Qiang infiora di corolle di fumo e fuochi il cielo autunnale di Firenze, credendosi Flora. Cai Guo-Qiang è un artista cinese che dell’arte dei fuochi di artificio ha fatto arte visiva. L’antica arte dei fuochi d’artificio, delle polveri si fa bouquet. Eppure quando sulle tele cerca di tracciare il contorno della bella figura botticelliana della Primavera, specchiandosi in lei, al discorso si sostituisce l’eco, l’ultima sillaba si ripete come un mantra, una consolazione vuota, l’immagine non dice nulla. Cosa vuol dire dialogare a distanza? Ma quanto deve essere questa distanza? Metri, chilometri, anni, secoli. Mi viene da pensare che a volte come uno spirito maligno la didascalia si impossessa degli artisti e appiattisce ogni volontà di complessità, di stratificazione di senso. La Primavera versione stencil di Cai Guo-Qiang, fa l’occhiolino dalle tele esplose, ammicca sotto uno strato di polveri colorate ma non incanta. E’ solo una figurina piatta come le bamboline di carta della mia infanzia. Preferisco i fuochi d’artificio. Nel gesto interiorizzato della polvere da sparo c’è una sincerità che la bambolina ritagliata non ha. Per quale motivo forzare un soliloquio e chiamarlo dialogo? Il dialogo prevede che l’altro risponda. Botticelli non ha proferito parola. Il cielo continua a fiorire e parla.

Sussidiario

"Nella pittura cinese tradizionale lo spazio è un sentiero che si snoda per il mondo, è un serpente, un dragone nella vasta immensità della tela; nella pittura rinascimentale le leggi matematiche della prospettiva conducono verso un punto, l’obiettivo è governare e unificare." In occidente, l’esigenza di lasciare il punto di vista unico e vagare liberamente sulla tela ha catturato la fantasia degli artisti più scaltri. Tra colonie, mercanti e naufragi sono arrivati i dipinti dalla prospettiva rovesciata, con più fuochi, linee sinuose, i pittori più arditi ne hanno concepito lo spazio rivoluzionario e hanno trasformato la finestra rinascimentale in un deserto di dune, uno stagno di ninfee, un mare in tempesta e un campo di grano. Che sarebbe l’arte occidentale senza questo meraviglioso matrimonio? Monet, Van Gogh, Toulouse Lautrec. L’arte orientale oggi stipula un nuovo accordo.

Un vaso in fondo cos’è? Un contenitore, lo decori e diventa un bell’oggetto d’arredo. Ma è davvero solo questo? Del manufatto ceramico è importante riconoscerne l’impasto, la lavorazione, la cottura e la decorazione. Ognuno di questi passaggi ha un significato, comunica dati, orienta lo storico nella scrittura. Un frammento ceramico è la chiave d’ingresso ad un'epoca. Molti artisti moderni hanno lavorato la creta, sperimentato la ceramica a livelli eccellenti. L’associazione tra ceramica e libertà di espressione, appartenenza alla comunità, tradizione e visione del futuro pare ritrovare spazio tra gli artisti contemporanei. Ultimamente mi sono imbattuta in moltissime mostre di opere realizzate in terracotta, ceramica e porcellana. Ho iniziato a rifletterci ripensando ad una performance di Ai Wei Wei. Nel gesto di manifesta e sfrontata indifferenza dell’operario cinese impersonato da Ai Wei Wei in Dropping a Han Dinasty Urn vengono evocate macerie, macerie culturali. La performance in realtà è sintetizzata in un trittico fotografico, l’intento sembra essere quello di mostrare una sorta di moralismo rovesciato. Tre scatti per una sequenza. Tre precise pose. L’artista sembra un attore di teatro dell’opera di Pechino, lo sguardo è distaccato, come una divinità indifferente alla sorte del mondo. Nella prima foto tiene tra le mani un vaso, non è il fazzoletto di una dama in un dramma decadente, le mani si aprono e lasciano cadere un’antica urna della dinastia Han. Le due foto che seguono mostrano la caduta. Nessun cavaliere la raccoglierà. E poi, in altre opere continua ad utilizzare reperti archeologici, ne deturpa l’integrità. Perché ricolorare vasi cinesi neolitici con vernice industriale o imprimere il logo della Coca Cola sopra un’urna della dinastia Han? Sono davvero gesti di consapevolezza riproposti attraverso il sentimento del contrario? Martirio per interposto corpo, il corpo dell’opera d’arte, del monumento? Denuncia? Sì. La società cinese attraversa lo stesso percorso di industrializzazione che ha vissuto l’occidente, solo che va più veloce. In Sardegna, negli anni detti della Rinascita, quando erano tarlate, si bruciavano le statue barocche in Estofado de oro e si sostituivano con statue nuove, comprate sui cataloghi parrocchiali.

Sussidiario

La porcellana è cinese per antonomasia. Nel XVIII secolo a causa dell’estendersi dell’uso di thè e caffè, tramite i mercanti olandesi che ne detennero il monopolio per molti tempo, se ne diffuse l’uso anche in Europa. Si dice che prima che venisse prodotta anche in occidente vi furono vari tentativi fallaci. I primi risultati di porcellana europea imperfetta ma accettabile si raggiunsero nei laboratori di alchimia medicea, nel XVI secolo.





In Free Speech Puzzle, i trentadue tasselli di porcellana dipinta a mano riproducono la suddivisione della Cina in province e riportano su ogni tassello la frase libertà di parola in ideogrammi. Imitano la tradizione di scrivere sui pendenti di vario materiale il nome della famiglia di appartenenza. Scrivere il proprio nome, marcare il territorio, affermare una presenza. Nel 2010 a Londra, anche Mark Wallinger ha taggato 2.265 muri realizzati nei classici mattoni con i quali sono costruiti, da secoli, gli edifici londinesi. La nuova urbanistica del grattacielo ha rotto una tradizione, ha separato la città dal fiume, dal fango da cui è sorta. Wollinger con un gessetto ha apposto la scritta MARK sul mattone di un edificio in aree differenti della città, un tentativo di appropriazione del muro, To mark, marcato. Ha scattato una foto ed è passato ad un altro muro. Un gioco di parole, un nome e il tentativo di reclamare fisicamente uno spazio, in una città dove la speculazione edilizia ha modificato totalmente l’identità di alcuni quartieri, espulso gli abitanti più fragili in una periferia sempre più distante dal centro. Appropriarsi dello spazio attraverso un gesto artistico è un’attività quasi primaria, come mangiare, bere, respirare; l’alternativa è la non appartenenza, un nomadismo imposto. Soprattutto dove il degrado è il risultato di amnesie volute, i mattoni rossi sono spesso usati per occludere finestre, porte di edifici abbandonati. Il convento di Sant’Orsola è un casermone grigio al centro di Firenze. Sulle mura esterne e sulle decorazioni alchemiche del degrado alcuni artisti realizzano mostre temporanee, segni di memoria. Sant’Orsola è una ferita esposta all’interno della quale si cercano i resti di Monna Lisa. Hanno trovato un dito. Realizzeranno un mausoleo? A Porto Ercole per Caravaggio hanno realizzato un sacrario dal gusto discutibile, la Canestra ambrosiana in non so quale materiale sopra un piedistallo al centro della corte di un caseggiato popolare. Ci parlano di futuro robotico, cibernetico eppure continuo ad imbattermi in oscuri presagi di decadenza, putrefazione, misticismo da tinello, scienza fai da te, storia così come mi pare. Intanto Monna Lisa riposa non si sa dove ma riposa (nella speranza che ci risparmino l'esposizione di altre dita).
Il vaso di fiori di Jan Van Huysum torna dopo settantacinque anni a Firenze.
 
Sussidiario
Jan van Huysum pittore di nature morte attivo in Olanda nel primo Settecento, noto per il virtuosismo nella descrizione dei particolari, si ipotizza utilizzasse lenti d’ingrandimento per studiare la natura e per dipingerla.
Il Vaso di fiori – soggetto prediletto dell’artista – fu acquistato nel 1824 dal Granduca Leopoldo II d’Asburgo-Lorena. Nel 1943 militari dell’esercito tedesco in ritirata trafugarono alcune casse di opere di Palazzo Pitti riparate fuori Firenze; le trasferirono in provincia di Bolzano, per prepararne la definitiva trasferta attraverso il Brennero. La cassa in cui si trovava il Vaso di Fiori di Palazzo Pitti venne aperta, e nel luglio 1944 un caporalmaggiore, che si era impossessato del quadro, spedì il dipinto come regalo alla moglie in Germania.
 
Poi dice che gli uomini hanno smesso di regalare fiori alle mogli.


Black is the color of my true love's hair
 
ARC

 

venerdì 15 settembre 2017

Taccuino di Londra. Parte seconda

“Death Of A Disco Dancer” [1]



Death of a Working Hero
 Considerare solo i propri bisogni e quelli di una ristretta comunità è un limite. C'è chi prova a guardare oltre, proprio a partire da ciò che gli è più vicino.Tra le proposte di un’estate londinese ho messo insieme alcune delle cose viste che hanno in comune argomenti profondamente connessi. Prima di tutto il mito della comunità e a seguire, a cascata, la dialettica della separazione, gli archivi, la sorveglianza, l'uso strumentale della tecnologia. Tento di andare oltre gli stereotipi e l’ovvio, mostro ciò che mi è parso interessante.
Grayson Perry artista seducente e ironico in The Most Popular Art Exhibition Ever! affronta gli stereotipi di genere e la dialettica della separazione. In due progetti architettonici nati con intenti differenti, invece ritrovo il mito della comunità: da una parte, il padiglione temporaneo di Francis Kéré, l'architetto a cui è stato affidato quest'anno il diciassettesimo progetto per la Serpentine Gallery, dall'altra la Fontana di Diana a Kensington Park, un progetto il design idraulico in memoria di Diana Spencer. Poi un enorme salto in un’altra realtà: un duro reportage sulla situazione dei migranti in Libia del fotografo messicano Narciso Contreras, alla Saatchi Gallery e alcune fotografie dell’archivio dei galeotti russi di Sergei Vasiliev tratto dalla mostra From Selfie a Self-Expression, sempre alla Saatchi Gallery. Infine, una splendida mostra Da qui ho visto cosa è successo e ho pianto dell'artista americana Carrie Mae Weems, alla Tate Modern, commovente lavoro sull’uso della fotografia a scopo colonialista e giustificatorio della schiavitù.
 
 
 

Long Pig

 
Kensinton Garden. Serpentine Gallery. Grayson Perry, The Most Popular Art Exhibition Ever!
Considerato uno dei più rilevanti artisti inglesi, noto soprattutto per le ceramiche, Grayson Perry ha vinto il prestigioso Turner Prize nel 2013. Interessato al concetto di civiltà, propone attraverso disegni complessi opere realizzate in ceramica, bronzo, stoffe tessute cioè quelli che considera gli elementi fondamentali di ogni cultura materiale, che sia quella contemporanea occidentale o quelle delle antiche civiltà preclassiche.
Matching Pair
Le opere selezionate per The Most Popular Art Exhibition Ever! toccano molti temi cari all'artista come la popolarità e l'arte, che con quelli più personali e biografici come la sua vita da trasvestito, incarnato nel suo alter-ego Claire, si sovrappongono a questioni sociali, gli stereotipi di genere e il contesto culturale attuale, le differenze di classe, la religione. Le tecniche e i materiali tradizionali adottate da Perry sono connesse a pratiche che più di altre si prestano a una collocazione ambigua tra artigianato e arte. Le qualità affascinanti della ceramica ad esempio sono poste al servizio di una critica sociale della società. Perry è interessato a come i materiali e gli oggetti possano acquisire nel tempo un certo peso intellettuale ed emotivo nel quale politica, consumismo, storia e storia dell'arte sono sia nel soggetto che nella materia intimamente connessi. I vasi si mostrano profondamente
Our Mother
seducenti nella loro apparente neutralità decorativa, così nelle ceramiche si stratificano immagini e testi, in maniera molto simile a quelle del muro di una città: molteplici strati di disegni graffitati, testi scritti a mano trasferiti con stencil e fotografie. Gli arazzi, prendendo in prestito una forma d'arte tradizionalmente associata a dimore sontuose per discutere i drammi comuni della vita britannica moderna.
Ad un anno dal referendum dell'UE, il nuovo lavoro realizzato per la mostra, si pone l’obbiettivo di catturare i pensieri di un paese diviso. Sfruttando i social media, Perry ha invitato il pubblico britannico a contribuire a idee, immagini e frasi per coprire la superficie di due enormi nuovi vasi: uno per i Brexiteer e uno per i Remainers. Ad accogliere i visitatori all’ingresso è, in oltre, un enorme salvadanaio, (come uno dei tanti box delle offerte dei musei londinesi) dalla tradizionale forma a maialino, in questo caso a due teste, una sorridente e l’altra arrabbiata e undici fessure riconducibili a categorie sociali considerate perdenti o vincenti.

Reclining Artist

 
Battle of Britain (Arazzo, dettaglio)
 
Red Carpet , Arazzo
 
Red Carpet  (Arazzo, dettaglio)

The Digmoor Tapestry (Arazzo, dettaglio)


Gay Black Cats
 
 
Kensinton Garden non è solo quello che appare. FrancisKéré Serpentine Pavilion 2017
Fuori dalla galleria c’è il diciassettesimo progetto Serpentine Pavilion, quest’anno affidato all’architetto del Burkina Faso Francis Kéré, una struttura temporanea che verrà rimossa alla fine dell’estate. In Burkina Faso l'albero è un luogo dove le persone si riuniscono, dove le attività quotidiane si svolgono sotto l'ombra dei suoi rami. Ispirato all'albero che funge da punto di incontro centrale, concepito come un microcosmo, il padiglione cerca di collegare i suoi visitatori alla natura: il tetto estensivo è sostenuto da un quadro centrale in acciaio, imitando quello di un albero, permettendo all'aria di circolare liberamente mentre offre un rifugio contro la pioggia di Londra e il caldo estivo. Poco distante, al contrario si può godere dello spazio della Fontana di Diana progettata da
Kathryn Gustafson e Neil Porter. Una grande architettura ad anello in granito della Cornovaglia dove scorre acqua limpidissima, circondata da una riva non di sabbia ma di granito duro, sopra la quale le famiglie si rinfrescano e i bambini giocano seguendo i differenti andamenti determinati dall'acqua che scorre dal punto più alto in due direzioni a cascata, trovando turbine e bolle prima di incontrarsi in un laghetto calmo in basso. Tre ponti permettono di attraversare l'acqua e andare direttamente nel cuore della fontana, dove potersi distendere.
Quali affinità? Più di quanto appaia. Entrambe le strutture architettoniche sono aperte, inserite nella natura e hanno come missione quella di essere riferimento della comunità che frequenta il parco.




Saatchi Gallery, Chelsea. Narciso Contreras Libya: A Human Marketplace
Lontani dalle utopie di comunità felice di Kensington Garden picchiamo il muso sul reportage di Narciso Contreras. Realizzato da febbraio a giugno 2016, narra la brutale realtà del traffico di esseri umani, in un viaggio nella complessa società tribale della Libia post Gaddafi. Contreras presenta una crisi umanitaria in atto, in cui i migranti, i rifugiati e i richiedenti asilo sono alla mercé delle milizie che li sfruttano per guadagno. Trattati in centri di detenzione per i migranti clandestini, sono sottoposti a condizioni disumane. Contreras mostra, in una convincente narrazione, come invece di essere un luogo di transito per i migranti sulla strada verso l'Europa, la Libia sia diventata effettivamente un mercato di traffico dove le persone vengono acquistate e vendute quotidianamente. Questa mostra è il 7° Premio del Carmignac Photojournalism Award, istituito dalla Fondation Carmignac con l'obiettivo di finanziare e promuovere ogni anno una reportage fotografico investigativo sulla violazione dei diritti umani.



 


 
E poi? Giochiamo nella sala degli specchi, cerchiamo l’eternità di un momento tra le infinite possibilità che ci offre la tecnologia. From Selfie a Self-Expression, autorappresentazione in tutte le sue varianti, dagli autoritratti d’artista in versione digitale in light box allo stupore infantile della camera degli specchi, alle telecamere di sorveglianza.
 


Raphael Lozano - Hemmer e Krzystof Wodiczo,
Zoom Pavilion, 2017


Raphael Lozano, The Year's Midnigth, 2011
Daniel Rozin, Mirror n 12, 2013
 
 
 
Come evitare lo "specchio" di Raphael Lozano- Hemmer? E ancora giocare grazie a un software che ti trasforma in un dipinto, di Daniel Rozin. Come non rimanere affascianti dal muro di facce di Christopher Baker, migliaia volti scaricati dalle bacheche dei social, pubblicate da noi utenti internettiani.
Raphael Lozano Hemmer e Krzystof Wodiczo creano la simulazione di un grande fratello. Giochiamo spiati da telecamere di sorveglianza che controllano l'intera stanza. Le telecamere catturano la nostra immagine in loop e la proiettano sulle pareti ed il soffitto. Il sistema utilizza algoritmi  di riconoscimento facciale per i volti dei visitatori e li ingrandisce di 35 volte.
Vado oltre. Ritrovo altri archivi. Sergei Vasiliev e l’uso strumentale della fotografia a fini politici e di controllo, e mi appassiono alla selezione dell’enciclopedia russa del tatuaggio criminale.
Sergei Vasiliev è nato nel 1937 a Chelyabinsk, in Russia. E’ stato fotografo del giornale “Vecherny Chelyabinsk”, dove ha lavorato negli ultimi trent'anni. Le foto in mostra sono pubblicate in Russian Criminal Tattoo Encyclopaedia, l’enciclopedia dei tatuaggi dei galeotti russi, stampata in tre volumi dalla casa editrice inglese Fuel Design & Publishing, rispettivamente nel 2003, nel 2006 e nel 2008. I libri, che fanno parte della collezione permanente del Design Museum di Londra, propongono la collezione di più di 3000 tatuaggi riprodotti nei disegni di Danzig Baldaev realizzati durante il suo lavoro come guardia carceraria tra il 1948 e il 1986. Sebbene questo tipo di tatuaggio fosse illegale - a Baldaev fu inizialmente proibito di continuare- in seguito, il KGB ha capito che la cosa poteva risultare una risorsa per gli archivi criminali e ha sostenuto questo progetto documentario.
Le fotografie di Sergei Vasiliev, realizzate tra il 1989 e il 1993, rappresentano quindi un importante supporto ai disegni di Baldaev, che oltre al valore archivistico confermano con evidenza fotografica la loro autenticità. Lontano dall'essere illustrazioni isolate da un catalogo di tatuaggi, nelle foto di Vasiliev prevale l’aspetto umano che pone i volti e i corpi dei proprietari al centro del progetto.


Sergei Vasiliev, Russian Criminal Tattoo Encyclopaedia, stampa no.15, 2010 

Sergei Vasiliev, Russian Criminal Tattoo Encyclopaedia, stampa no.12, 2010
 

E tra chilometri di mostre ritrovo altri archivi e altre storie come quella di Carrie Mae Weems alla Tate Modern. Da qui ho visto ciò che è successo e ho pianto. Il lavoro di Carrie Mae Weems è sia un’accusa dell’uso della fotografia a scopo coloniale, giustificazionista della schiavitù, sia un omaggio alle persone ritratte. Lo sviluppo più completo dell’indagine sul razzismo dell’artista americana e sulle sue conseguenze si compie proprio nel classico Da qui ho visto ciò che è successo e ho pianto, che fa un'impressione potente ancora oggi come nel 1995 quando è nato.
La mostra, all’interno della sezione della Tate Artist and Society, è composta di 33 stampe, tratte da diversi archivi statunitensi creati in un arco di tempo che va dal 1850 agli anni cinquanta del novecento, gli anni dei diritti civili. L’archivio principale da cui sono state tratte le immagini risale al 1850 ed è composto da numerosi dagherrotipi di schiavi africani in South Carolina. I ritratti furono commissionati dal ricercatore di Harvard Louis Agassiz per dimostrare la sua teoria secondo cui i neri costituivano una razza separata e inferiore.
La sequenza inizia e termina con un'immagine della moglie di un capo Mangbetu, nel Congo belga, catturata negli anni venti dell’ottocento. Il ruolo è quella di testimone di questa tragica storia.






Sulle immagini colorate di rosso l’artista ha sovrastampato frasi riferite alle persone ritratte: alcune sono descrittive tipo “Tipo negroide”, altre si rivolgono direttamente al soggetto “Sei diventato un profilo scientifico”, altre sono tenere “Tu sei diventato un sussurro, un simbolo di un viaggio immenso e dal sudore della tua fronte hai lavorato per te, famiglia e altro”. Affrontando singolarmente i soggetti delle fotografie, ogni testo incoraggia lo spettatore a riconoscere in ogni volto un individuo piuttosto che un tipo etnografico o storico.
 
(Le mie foto sono piuttosto scadenti. Per avere un'idea della bellezza di quest'opera sarebbe meglio visitare la pagina http://carriemaeweems.net/galleries/from-here.html )
ARC
Taccuino di Londra
  • "A dreaded sunny day..." Prima Parte


  •  




    [1] The Smith, Stangeways, Here We Come, 1987.