venerdì 28 novembre 2025

Conversazione con Elisa Pietracito





L’esperienza nella campagna del Mugello, dove è nata e vive – dove gli abitanti sono parte della natura e della sua evoluzione e subiscono anch’essi gli effetti di una mutazione costante - e la vita a Firenze, dove ha studiato al Liceo Artistico Leon Battista Alberti e all’Accademia di Belle Arti, conducono Elisa Pietracito (1998) ad affrontare tematiche del contemporaneo riflettendo sui valori di sostenibilità sociale e ambientale, problematiche relative all’evoluzione degli esseri umani nel rapporto con il paesaggio naturale e metropolitano. I suoi progetti nascono da una attenta osservazione della natura, della vita urbana combinata ad una ricercata lavorazione manuale che si esprime in differenti pratiche: intaglio, cucito, scultura, ceramica.

Dotata di notevoli capacità tecniche, che utilizza anche come strumento conoscitivo, restituisce questa sua risorsa con accuratezza di realizzazione nei ritratti a punto croce per Net dividing, nelle finestre piombate di Memorie di un luogo, riflessioni naturali su Castelnuovo dei Sabbioni, le trapuntature di foglie di pioppo in Erbario fluviale, fino agli oggetti ceramici di Spiaggia libera, nuovo progetto per lo Studio Elisi.

Una serie di residenze e mostre site specific progettate a partire dal 2023, confermano la sua visione unitaria a proposito del tema ibridazioni, ovvero la costante mutazione del rapporto naturale/artificiale, espansione urbana e concetto di rete, allargato anche ad ambiti antropologici, come nel progetto attivato nel dipartimento della Nuova Aquitania, un’area prevalentemente agricola della Francia nord occidentale, nel quale realizza Net dividing, sviluppando una interessante riflessione e destrutturazione del concetto di rete, includendo anche quello parentale non biologico. Si svolge, invece, in territorio toscano, nel Valdarno, in la collaborazione con il museo MINE e Ora Art project, Memorie di un luogo, riflessioni naturali su Castelnuovo dei Sabbioni a cura di Sara Onofrietti, l'esplorazione del legame tra la presenza della natura e le tracce del passato umano nell'antico borgo di Castelnuovo dei Sabbioni e nell’area mineraria dismessa. Tra le crepe è la restituzione del progetto di residenza a Masseria Tagliatelle, Lecce, all’interno del Parco delle Cave, convivenza tra le tracce della storia dell'estrazione della pietra del noto Barocco leccese e la vita di organismi vegetali che in essa hanno creato un mondo. Di recente ha realizzato Denaturazione, opera vincitrice del secondo premio per “Whatsart V edizione” a cura di Fondente Arte, presso Galleria Fonderia (Fi), riflessione sulla crescita urbana di Firenze nei secoli di massima espansione urbanistica, 1800, 1900, 2000 a discapito del contado e delle aree verdi.

Realizzato appositamente per lo Studio Elisi, Spiaggia libera nasce dall’osservazione del paesaggio marino e i suoi processi di trasformazione quotidiana nell’incontro tra materiali organici, inorganici e la costa che raccoglie ogni scarto rilasciato dai fiumi. Prosegue il discorso già avviato in Natura in corso - residenza tra Bologna e Izola, Slovenia, per “Ponti Artistici” - riflessione sui limiti e le opportunità in un ambiente ibrido e complesso. Se in Natura in corso a prevalere era l’ambiente urbano, in Spiaggia libera Pietracito segue il cammino dei residui che dal fiume, al mare, arrivano alla spiaggia ibridandosi.  I luoghi incontaminati non esistono. Sotto pochi centimetri di terra si può nascondere una catastrofe ecologica o l’occasione per generare nuove parentele, collaborazioni tra viventi e non viventi, alleanze per nuove reti di relazione, racconti, collaborazioni e costruzione di nuovi ambienti.




ARC – Hai già molto chiaro quali sono i tuoi interessi e le tematiche di cui ti vuoi occupare. Ibridazioni naturale/artificiale, compromissioni tra natura e interventi umani. Tutto questo si lega al tuo biografico, al fatto che sei nata in campagna. Il tuo interesse verso certi temi ambientali inizia molto prima che tu decidessi di essere artista e di occuparti d’arte, o sbaglio?

EP – Sì, esatto è come dici. In realtà la riscoperta è stata in Accademia, durante il triennio. Cristina Treppo, una docente molto brava a tirare fuori da ogni ragazzo una sua ricerca personale è stata fondamentale. Nel biennio sicuramente Marco Raffaele, docente di Decorazione e Nuovi linguaggi espressivi. Ho ripreso un’attività che facevo da piccola: realizzavo una sorta di libro d’artista in cui collezionavo una serie di materiali naturali. Sono sempre stata affascinata sia da elementi vegetali che di recupero, quindi sia organici raccolti in natura che di scarto. Mi babbo è un po’ un accumulatore, quindi stiamo un po’ cercando di affrontare questa cosa. Prima era un perfezionista poi, nel tempo, è diventato un accumulatore. Ho ripreso questi materiali, cercando di esorcizzare questo aspetto dell’accumulo e creare un dialogo tra quello che era il mio passato e il futuro nell’arte contemporanea, affrontando tematiche ambientali e sociali. E’ impossibile affrontare tematiche ambientali senza scontrarsi con il sociale. Quindi parlare di questo mio vissuto delicato, la raccolta di elementi curiosi nel paesaggio, che poi potevano diventare delle installazioni che facessero riflettere. Partire da qualcosa di personale per arrivare a qualcosa di universale.




ARC – Devo dire che questo è un aspetto che mi ha colpito perché riguarda il vissuto di molte artiste, anche di generazioni precedenti la tua. Partire da un vissuto personale in uno specifico ambiente, una sorta di terapia che diviene specifico collettivo. Comunque tutti questi lavori nascevano in seno all’Accademia. Il primo lavoro dopo l’Accademia come è nato?

EP – In realtà non ho percepito uno stacco. Già durante l’Accademia partecipavo a bandi, progetti esterni, quindi ero autonoma.




ARC – Probabilmente è un fatto generazionale questo sentire un prima e un dopo gli studi. Oggi per uno studente le opportunità di relazionarsi con istituzioni fuori dalla scuola sono molteplici.

Molti tuoi lavori hanno a che fare con luoghi e memoria. Memoria degli oggetti, del paesaggio e dello spazio sociale. Mi parli di Riflessioni naturali realizzato nel borgo di Castelnuovo dei Sabbioni?

EP – Conosceva questa ragazza del Valdarno, che aveva fatto un progetto di tesi per il museo MINE che è un museo all’interno di questo borgo abbandonato di Castelnuovo dei Sabbioni. C’è questo museo, sul colle in cima che regge queste macerie.

ARC – Non ci vive nessuno?

EP – So che con un bando del P.N.R.R. stanno ricostruendo. Speriamo che ricostruiscano con ottica di memoria, perché è un paese nato grazie all’economia della miniera da cui si estraeva lignite, adesso nell’area della miniera c’è l’attuale lago. Un paesaggio alla Simpson. Arrivi c’è il lago e infondo le torri della centrale elettrica.




ARC – Una complessità di stratificazione.

EP – Siamo andate a fare un sopraluogo in un posto ricco di storia. C’è la storia che emergeva dalla miniera. Ovviamente mentre estraevano la lignite emergevano reperti preistorici, piante, tracce geologiche, minerali e tante piante. Poi la storia legata ai minatori, che è quella di cui tratta il museo, più che altro le lotte operaie, la storia dei minatori, lo sfruttamento. Ovviamente l’aspetto ambientale. Gli scavi davano smottamenti, i terremoti creavano problemi alla miniera che venne chiusa. Nel paese ci fu una strage nazista nel 1944. Quindi una storia complessa e stratifica che ho interpretato attraverso l’elemento vegetale che è ancora oggi l’unico vivo. Questa vita che resisteva era principalmente vegetale. In parte anche animale, perché mi dicevano che la notte passavano animali. Un tempo c’era uno Zoo a Cavriglia, quindi c’era questo Orango che veniva fino al Museo.

ARC – Una natura che cerca di riprendersi spazio. Anche quella musealizzata dello Zoo cerca di riprendersi il territorio. Su cosa hai lavorato?

EP – Come materia prima, principalmente scarto, che mi ha permesso di raccontare la storia del posto. Ad esempio le foglie di edera che ho utilizzato per creare un velo di foglie cucite creando connessioni, questo ricamo con foglie di tonalità diverse.

ARC – Come il lavoro che hai portato per il progetto per Murateartdicstrit, Riva Sinestesie, al Palazzo Medici Riccardi.

EP – Sì.

ARC – E’ un lavoro molto difficile, i materiali sono molto delicati, fragili, anche dal punto di vista visivo sono molto interessanti. Gli scarti della presenza umana quali sono stati?

EP – Perlopiù vetri che ho riutilizzato realizzando una vetrata piombata. E elementi di giardinaggio, forse lasciati lì successivamente tipo reti, tubi di irrigazione che è diventato un rampicante con spine in ceramica. Ancora un ibrido artificiale/naturale che si riprende spazio. Ho ricostruito il meccanismo di difesa delle piante. L’edera che può crescere anche per duecento anni, è lì e, ha visto tutto.

ARC – Da quanto è chiusa la miniera? Anni Sessanta?

EP – Sì, più o meno. Per il pericolo delle escavazioni e i terremoti. Li accanto è stato costruito il borgo nuovo.




ARC – Tornando alla memoria dei luoghi. Anche il progetto di residenza di Lecce è legato ad un luogo specifico, alle sue caratteristiche antropiche, al paesaggio modificato dall’azione dell’uomo.

EP – Tutto dipende sempre dai luoghi nei quali mi trovo a realizzare il progetto. In quel caso era una residenza nel Parco delle cave, da cui veniva estratta la pietra che caratterizza i Barocco leccese, in cui è presente un progetto di riqualificazione. E’ stato molto interessante vedere la traccia lasciata sulla pietra, vedere questo parco riqualificato da architetti famosi come Alvaro Siza, in cui c’era sia la flora selvatica che piante introdotte, e questo elemento geologico della pietra di cui si vedevano i tagli. Anche la masseria in cui eravamo alloggiati, ovviamente utilizzava la pietra leccese, quindi il taglio della pietra come traccia era proprio la forma di questi blocchi, molto caratteristici. L’idea era riprendere la forma del blocco e l’elemento vegetale che nasceva tra le fessure. C’era questa interazione tra la geologia e le piante, che si insinuavano tra le crepe.




ARC – Natura in corso, che riproporrai in una riflessione nuova allo Studio Elisi nasce anche questo progetto per una residenza artistica tra Bologna e Izola, in Slovenia. Raccontami di cosa si tratta.

EP – Era una residenza che durava un mese. Prima in Slovenia, poi si spostava a Bologna. Il tema era la rete, era partito in Slovenia a Izola, con le reti dei pescatori, le alghe e la flora acquatica che produce l’ossigeno necessario ai viventi. Passando da Izola, che in realtà è una penisola, circondata dal mare per gran parte del perimetro siamo stati catapultati a Bologna.

ARC – Altro paesaggio, altre reti.




EP – Sì, essendo una città vera e propria eravamo nei Viali.

La cosa che mi ha colpito, infatti sono state le reti di cantiere. Stavamo vicino all’Ippodromo, c’erano cantieri aperti, lavori che andavano avanti da tantissimi anni. In alcuni c’erano gli operai al lavoro, altri c’erano questi frammenti di rete nei quali di notte si accumulavano le foglie degli spazzini. La notte passavano a pulire le strade e le foglie si accumulavano all’interno delle reti in cui nascevano delle piccole piante.

ARC – Si crea una sorta di humus e nasce un microambiente.

EP – All’interno dei viali nuove aiuole.

ARC – Da un punto di vista formale sei partita da due tipi di rete: quella dei pescatori e quella dei cantieri, funzioni differenti, paesaggi differenti ma con molte affinità.




EP – Le reti dei cantieri mi piacciono molto. Il concetto di rete si può espandere a qualsiasi ambito dalle reti neuronali, al web. Infatti anche in Francia per il progetto Net dividing per la residenza Noveau Grand Tour nella Nouvelle Aquitaine, ho affrontato le reti in due o tre modalità diverse. Le reti che si trovano a dividere le proprietà terriere, quasi inutili perché gli animali selvaggi come i caprioli le saltavano facilmente, più che altro reti simboliche; poi lo sviluppo della rete come rete sociale. Anche questa era una residenza di un mese. Eravamo dieci artisti, architetti, designer, e quindi ho sviluppato un lavoro sulle relazioni nella comunità che si era creata utilizzando la trama della juta e il punto croce, sempre incrociando, ho realizzato i ritratti dei membri del gruppo che poi sono stati donati ai partecipanti.




ARC – Sei passata dal paesaggio e il frazionamento della terra, i confine apparentemente inutili del mondo contadino alle relazioni all’interno della vostra comunità artistica. Non ti sai lasciata limitare.

EP –L’ultima opera è rimasta impressa, ognuno prendeva il suo ritratto e poteva ritagliarlo e farci qualcosa. Anche lì l’idea è nata dal luogo. Due domeniche al mese andavamo in questo mercatino della comunità inglese che si è insediata per la comodità dei trasporti.



ARC – La comunità inglese che si è insediata per la comodità dei trasporti. Interessante come tessuto di antropizzazione turistica.

EP – Sì. Era un mercatino dell’usato, vendevano tante cose vecchie tra cui manuali di punto croce, fili da ricamo. Ho comprato il materiale da cui è nato il lavoro. Il paesaggio, il sistema antropico, il ricamo. Il sistema del ricamare mi interessava. In questi manuali rappresentavano sempre una certa famiglia convenzionale. Nel mio progetto ho invece ricreato una famiglia non convenzionale: una comunità artistica accolta da una coppia gay, famiglia non contemplata da questo manualetto.




ARC - Di recente hai realizzato Denaturazione, opera vincitrice del secondo premio per “Whatsart V edizione” a cura di Fondente Arte, presso Galleria Fonderia (Fi). Un’opera su l’urbanizzazione a discapito della natura.

EP- Dove si espande l’uomo, il verde scompare. L’urbanizzazione nei secoli ha portato alla conseguente riduzione della vegetazione, un’assenza di verde urbano che non solo ha modificato il paesaggio ma ha anche avuto conseguenze sulla salute della cittadini.

L’opera è la sovrapposizione di tre immagini tratte da cartine dell’archivio storico comunale, nei secoli di massima espansione urbanistica, 1800, 1900, 2000, rappresenta una mappatura delle aree verdi nella città di Firenze. Gli strati realizzati con foglie di edera visualizzano i confini del verde, il suo ritirarsi come conseguenza dello sviluppo della città, svanendo progressivamente con lo scorrere del tempo.



ARC

Per approfondire:

https://studioelisi.blogspot.com/2025/11/elisa-pietracito-spiaggia-libera-sabato.html

https://elisapietracito.wixsite.com/elisapietracito

https://www.artribune.com/mostre-evento-arte/elisa-pietracito-memorie-di-un-luogo/

https://www.murateartdistrict.it/progetto-riva-sinestesie/

https://www.finestresullarte.info/arte-contemporanea/livorno-il-gioco-della-natura