L’esperienza nella
campagna del Mugello, dove è nata e vive – dove gli abitanti sono parte della
natura e della sua evoluzione e subiscono anch’essi gli effetti di una
mutazione costante - e la vita a Firenze, dove ha studiato al Liceo Artistico
Leon Battista Alberti e all’Accademia di Belle Arti, conducono Elisa Pietracito
(1998) ad affrontare tematiche del contemporaneo riflettendo sui valori di
sostenibilità sociale e ambientale, problematiche relative all’evoluzione degli
esseri umani nel rapporto con il paesaggio naturale e metropolitano. I suoi
progetti nascono da una attenta osservazione della natura, della vita urbana
combinata ad una ricercata lavorazione manuale che si esprime in differenti
pratiche: intaglio, cucito, scultura, ceramica.
Dotata di notevoli
capacità tecniche, che utilizza anche come strumento conoscitivo, restituisce
questa sua risorsa con accuratezza di realizzazione nei ritratti a punto croce
per Net dividing, nelle finestre
piombate di Memorie di un luogo,
riflessioni naturali su Castelnuovo dei Sabbioni, le trapuntature di foglie
di pioppo in Erbario fluviale, fino
agli oggetti ceramici di Spiaggia libera,
nuovo progetto per lo Studio Elisi.
Una serie di
residenze e mostre site specific
progettate a partire dal 2023, confermano la sua visione unitaria a proposito
del tema ibridazioni, ovvero la costante mutazione del rapporto
naturale/artificiale, espansione urbana e concetto di rete, allargato anche ad
ambiti antropologici, come nel progetto attivato nel dipartimento della Nuova
Aquitania, un’area prevalentemente agricola della Francia nord occidentale, nel
quale realizza Net dividing,
sviluppando una interessante riflessione e destrutturazione del concetto di
rete, includendo anche quello parentale non biologico. Si svolge, invece, in
territorio toscano, nel Valdarno, in la collaborazione con il museo MINE e Ora
Art project, Memorie di un luogo,
riflessioni naturali su Castelnuovo dei Sabbioni a cura di Sara Onofrietti,
l'esplorazione del legame tra la presenza della natura e le tracce del passato
umano nell'antico borgo di Castelnuovo dei Sabbioni e nell’area mineraria
dismessa. Tra le crepe è la
restituzione del progetto di residenza a Masseria Tagliatelle, Lecce,
all’interno del Parco delle Cave, convivenza tra le tracce della storia
dell'estrazione della pietra del noto Barocco leccese e la vita di organismi
vegetali che in essa hanno creato un mondo. Di recente ha realizzato Denaturazione, opera vincitrice del
secondo premio per “Whatsart V edizione” a cura di Fondente Arte, presso Galleria
Fonderia (Fi), riflessione sulla crescita urbana di Firenze nei secoli di
massima espansione urbanistica, 1800, 1900, 2000 a discapito del contado e
delle aree verdi.
Realizzato
appositamente per lo Studio Elisi, Spiaggia
libera nasce dall’osservazione del paesaggio marino e i suoi processi di
trasformazione quotidiana nell’incontro tra materiali organici, inorganici e la
costa che raccoglie ogni scarto rilasciato dai fiumi. Prosegue il discorso già
avviato in Natura in corso -
residenza tra Bologna e Izola, Slovenia, per “Ponti Artistici” - riflessione
sui limiti e le opportunità in un ambiente ibrido e complesso. Se in Natura in corso a prevalere era
l’ambiente urbano, in Spiaggia libera
Pietracito segue il cammino dei residui che dal fiume, al mare, arrivano alla
spiaggia ibridandosi. I luoghi
incontaminati non esistono. Sotto pochi centimetri di terra si può nascondere
una catastrofe ecologica o l’occasione per generare nuove parentele,
collaborazioni tra viventi e non viventi, alleanze per nuove reti di relazione,
racconti, collaborazioni e costruzione di nuovi ambienti.
ARC – Hai già molto chiaro quali
sono i tuoi interessi e le tematiche di cui ti vuoi occupare. Ibridazioni
naturale/artificiale, compromissioni tra natura e interventi umani. Tutto
questo si lega al tuo biografico, al fatto che sei nata in campagna. Il tuo
interesse verso certi temi ambientali inizia molto prima che tu decidessi di
essere artista e di occuparti d’arte, o sbaglio?
EP – Sì, esatto è come
dici. In realtà la riscoperta è stata in Accademia, durante il triennio.
Cristina Treppo, una docente molto brava a tirare fuori da ogni ragazzo una sua
ricerca personale è stata fondamentale. Nel biennio sicuramente Marco Raffaele,
docente di Decorazione e Nuovi linguaggi espressivi. Ho ripreso un’attività che
facevo da piccola: realizzavo una sorta di libro d’artista in cui collezionavo
una serie di materiali naturali. Sono sempre stata affascinata sia da elementi
vegetali che di recupero, quindi sia organici raccolti in natura che di scarto.
Mi babbo è un po’ un accumulatore, quindi stiamo un po’ cercando di affrontare
questa cosa. Prima era un perfezionista poi, nel tempo, è diventato un
accumulatore. Ho ripreso questi materiali, cercando di esorcizzare questo
aspetto dell’accumulo e creare un dialogo tra quello che era il mio passato e
il futuro nell’arte contemporanea, affrontando tematiche ambientali e sociali.
E’ impossibile affrontare tematiche ambientali senza scontrarsi con il sociale.
Quindi parlare di questo mio vissuto delicato, la raccolta di elementi curiosi
nel paesaggio, che poi potevano diventare delle installazioni che facessero
riflettere. Partire da qualcosa di personale per arrivare a qualcosa di
universale.
ARC – Devo dire che questo è un
aspetto che mi ha colpito perché riguarda il vissuto di molte artiste, anche di
generazioni precedenti la tua. Partire da un vissuto personale in uno specifico
ambiente, una sorta di terapia che diviene specifico collettivo. Comunque tutti
questi lavori nascevano in seno all’Accademia. Il primo lavoro dopo l’Accademia
come è nato?
EP – In realtà non ho
percepito uno stacco. Già durante l’Accademia partecipavo a bandi, progetti
esterni, quindi ero autonoma.
ARC – Probabilmente è
un fatto generazionale questo sentire un prima e un dopo gli studi. Oggi per
uno studente le opportunità di relazionarsi con istituzioni fuori dalla scuola
sono molteplici.
EP – Conosceva questa
ragazza del Valdarno, che aveva fatto un progetto di tesi per il museo MINE che
è un museo all’interno di questo borgo abbandonato di Castelnuovo dei Sabbioni.
C’è questo museo, sul colle in cima che regge queste macerie.
ARC – Non ci vive nessuno?
EP – So che con un bando
del P.N.R.R. stanno ricostruendo. Speriamo che ricostruiscano con ottica di
memoria, perché è un paese nato grazie all’economia della miniera da cui si
estraeva lignite, adesso nell’area della miniera c’è l’attuale lago. Un
paesaggio alla Simpson. Arrivi c’è il lago e infondo le torri della centrale
elettrica.
ARC – Una complessità di
stratificazione.
EP – Siamo andate a fare
un sopraluogo in un posto ricco di storia. C’è la storia che emergeva dalla
miniera. Ovviamente mentre estraevano la lignite emergevano reperti
preistorici, piante, tracce geologiche, minerali e tante piante. Poi la storia
legata ai minatori, che è quella di cui tratta il museo, più che altro le lotte
operaie, la storia dei minatori, lo sfruttamento. Ovviamente l’aspetto
ambientale. Gli scavi davano smottamenti, i terremoti creavano problemi alla
miniera che venne chiusa. Nel paese ci fu una strage nazista nel 1944. Quindi
una storia complessa e stratifica che ho interpretato attraverso l’elemento vegetale
che è ancora oggi l’unico vivo. Questa vita che resisteva era principalmente
vegetale. In parte anche animale, perché mi dicevano che la notte passavano
animali. Un tempo c’era uno Zoo a Cavriglia, quindi c’era questo Orango che
veniva fino al Museo.
ARC – Una natura che cerca di
riprendersi spazio. Anche quella musealizzata dello Zoo cerca di riprendersi il
territorio. Su cosa hai lavorato?
EP – Come materia prima,
principalmente scarto, che mi ha permesso di raccontare la storia del posto. Ad
esempio le foglie di edera che ho utilizzato per creare un velo di foglie
cucite creando connessioni, questo ricamo con foglie di tonalità diverse.
ARC – Come il lavoro
che hai portato per il progetto per Murateartdicstrit, Riva Sinestesie, al
Palazzo Medici Riccardi.
EP – Sì.
ARC – E’ un lavoro molto
difficile, i materiali sono molto delicati, fragili, anche dal punto di vista
visivo sono molto interessanti. Gli scarti della presenza umana quali sono
stati?
EP – Perlopiù vetri che
ho riutilizzato realizzando una vetrata piombata. E elementi di giardinaggio,
forse lasciati lì successivamente tipo reti, tubi di irrigazione che è
diventato un rampicante con spine in ceramica. Ancora un ibrido
artificiale/naturale che si riprende spazio. Ho ricostruito il meccanismo di
difesa delle piante. L’edera che può crescere anche per duecento anni, è lì e,
ha visto tutto.
ARC – Da quanto è chiusa
la miniera? Anni Sessanta?
EP – Sì, più o meno. Per
il pericolo delle escavazioni e i terremoti. Li accanto è stato costruito il
borgo nuovo.
ARC – Tornando alla memoria dei
luoghi. Anche il progetto di residenza di Lecce è legato ad un luogo specifico,
alle sue caratteristiche antropiche, al paesaggio modificato dall’azione
dell’uomo.
EP – Tutto dipende
sempre dai luoghi nei quali mi trovo a realizzare il progetto. In quel caso era
una residenza nel Parco delle cave, da cui veniva estratta la pietra che
caratterizza i Barocco leccese, in cui è presente un progetto di
riqualificazione. E’ stato molto interessante vedere la traccia lasciata sulla
pietra, vedere questo parco riqualificato da architetti famosi come Alvaro
Siza, in cui c’era sia la flora selvatica che piante introdotte, e questo
elemento geologico della pietra di cui si vedevano i tagli. Anche la masseria
in cui eravamo alloggiati, ovviamente utilizzava la pietra leccese, quindi il
taglio della pietra come traccia era proprio la forma di questi blocchi, molto
caratteristici. L’idea era riprendere la forma del blocco e l’elemento vegetale
che nasceva tra le fessure. C’era questa interazione tra la geologia e le
piante, che si insinuavano tra le crepe.
ARC – Natura in corso,
che riproporrai in una riflessione nuova allo Studio Elisi nasce anche questo
progetto per una residenza artistica tra Bologna e Izola, in Slovenia.
Raccontami di cosa si tratta.
EP – Era una residenza
che durava un mese. Prima in Slovenia, poi si spostava a Bologna. Il tema era
la rete, era partito in Slovenia a Izola, con le reti dei pescatori, le alghe e
la flora acquatica che produce l’ossigeno necessario ai viventi. Passando da
Izola, che in realtà è una penisola, circondata dal mare per gran parte del
perimetro siamo stati catapultati a Bologna.
ARC – Altro paesaggio,
altre reti.
EP – Sì, essendo una
città vera e propria eravamo nei Viali.
La cosa che mi ha colpito, infatti sono state le reti
di cantiere. Stavamo vicino all’Ippodromo, c’erano cantieri aperti, lavori che
andavano avanti da tantissimi anni. In alcuni c’erano gli operai al lavoro,
altri c’erano questi frammenti di rete nei quali di notte si accumulavano le
foglie degli spazzini. La notte passavano a pulire le strade e le foglie si
accumulavano all’interno delle reti in cui nascevano delle piccole piante.
ARC – Si crea una sorta di humus
e nasce un microambiente.
EP – All’interno dei
viali nuove aiuole.
ARC – Da un punto di vista
formale sei partita da due tipi di rete: quella dei pescatori e quella dei
cantieri, funzioni differenti, paesaggi differenti ma con molte affinità.
EP – Le reti dei
cantieri mi piacciono molto. Il concetto di rete si può espandere a qualsiasi
ambito dalle reti neuronali, al web. Infatti anche in Francia per il progetto Net dividing per la
residenza Noveau Grand Tour nella Nouvelle Aquitaine, ho
affrontato le reti in due o tre modalità diverse. Le reti che si trovano a
dividere le proprietà terriere, quasi inutili perché gli animali selvaggi come
i caprioli le saltavano facilmente, più che altro reti simboliche; poi lo
sviluppo della rete come rete sociale. Anche questa era una residenza di un
mese. Eravamo dieci artisti, architetti, designer, e quindi ho sviluppato un
lavoro sulle relazioni nella comunità che si era creata utilizzando la trama
della juta e il punto croce, sempre incrociando, ho realizzato i ritratti dei
membri del gruppo che poi sono stati donati ai partecipanti.
ARC – Sei passata dal paesaggio
e il frazionamento della terra, i confine apparentemente inutili del mondo
contadino alle relazioni all’interno della vostra comunità artistica. Non ti
sai lasciata limitare.
EP –L’ultima opera è rimasta
impressa, ognuno prendeva il suo ritratto e poteva ritagliarlo e farci
qualcosa. Anche lì l’idea è nata dal luogo. Due domeniche al mese andavamo in
questo mercatino della comunità inglese che si è insediata
per la comodità dei trasporti.
ARC – La comunità inglese che si
è insediata per la comodità dei trasporti. Interessante come tessuto di
antropizzazione turistica.
EP – Sì. Era un
mercatino dell’usato, vendevano tante cose vecchie tra cui manuali di punto
croce, fili da ricamo. Ho comprato il materiale da cui è nato il lavoro. Il
paesaggio, il sistema antropico, il ricamo. Il sistema del ricamare mi
interessava. In questi manuali rappresentavano sempre una certa famiglia
convenzionale. Nel mio progetto ho invece ricreato una famiglia non
convenzionale: una comunità artistica accolta da una coppia gay, famiglia non
contemplata da questo manualetto.
ARC - Di recente hai
realizzato Denaturazione, opera vincitrice
del secondo premio per “Whatsart V edizione” a cura di Fondente Arte, presso
Galleria Fonderia (Fi). Un’opera su l’urbanizzazione a discapito della natura.
EP- Dove si espande l’uomo,
il verde scompare. L’urbanizzazione nei secoli ha portato alla conseguente
riduzione della vegetazione, un’assenza di verde urbano che non solo ha
modificato il paesaggio ma ha anche avuto conseguenze sulla salute della
cittadini.
ARC
Per approfondire:
https://studioelisi.blogspot.com/2025/11/elisa-pietracito-spiaggia-libera-sabato.html
https://elisapietracito.wixsite.com/elisapietracito
https://www.artribune.com/mostre-evento-arte/elisa-pietracito-memorie-di-un-luogo/
https://www.murateartdistrict.it/progetto-riva-sinestesie/
https://www.finestresullarte.info/arte-contemporanea/livorno-il-gioco-della-natura









