martedì 19 novembre 2019

BAROQUE I (floreale)

Negli ultimi anni, per motivi legati alla noia di troppe mostre d’arte insignificanti e ripetitive, mi è capitato di visitare parecchi musei scientifici o di storia naturale. Il nuovo allestimento della storica Wunderkammer della Certosa di Calci batte le oramai stanche operazioni classificatorie nei musei d’arte contemporanea. Ho compreso che preferisco l’odore di polvere stantia alla sua simulazione in vitro, i funghi di cera ai cristalli di rocca high-design. Il fiore di cera visto in una mostra di porcellane granducali fiorentine è stato una rivelazione. Sfarzoso, all’interno di un vaso in porcellana Doccia Ginori, quasi vivo. L’artigiano della Specola che lo ha realizzato ne ha catturato l’essenza arrestando idealmente la floridezza e liquorosa freschezza; una vita idealmente sottratta alla ripugnante marcescenza, fissata per sempre in un attimo di rigogliosa fioritura. Una Kore vegetale, sovrabbondante e carnosa.
Corpi santi, corpi mistici, corpi eterni, reliquie e santoni. Cerco di mettere assieme il materiale, riguardo il diario fotografico degli ultimi anni per non dimenticare tutto questo eccesso. Foto sfocate, buie, a volte decentrate e fuori asse. Ho sempre un problema di equilibrio. Alcune immagini sono addirittura andate perse. Sono certa di aver fotografato il fiore di ceroplastica, così come Big Clai #4 di Urs Fischer. So di averlo fatto, perché mi aveva colpito la polemica sulla distruzione anticipata delle statue sull’arengario di Palazzo Vecchio. Non le trovo più.

Sussidiario

Posta la questione sul piano di integrazione o esclusione dal mondo dell’arte, alcune opere scatenano bassi istinti e implicazioni di carattere censorio. La ceroplastica e le sculture liquefatte di Ur Fisher, simulacri in decomposizione stearica, più dell’opera hanno attirato l’attenzione dei media per lo scandalo del loro anticipato disfacimento. Non sono i ritratti di Medardo Rosso, sperimentazioni moderniste, altri contesti, altri discorsi.

C’è un momento nel quale la grandezza si fa magmatica e tutti pensano che quella cosa argentata al centro di Piazza della Signoria sia un grande stronzo, letteralmente la rappresentazione di un enorme ammasso di merda monumentale color argento. Noi guardiamo l’ammasso di materia Big Clai #4 (giuro, l’ho fotografato) travestito da merda luccicante di Urs Fisher, nel mentre i ritratti in cera con fiammella incorporata, esposti sull’arengario rovinano al suolo prima del previsto. Un piccolo errore di calcolo di chi ha realizzato il piedistallo, si dice. Le opere di Fisher sono sculture di cera che all’interno custodiscono un meccanismo, una fonte di calore con la precisa missione di fondere l’opera dall’interno, lentamente. Una delle due sculture, non ricordo se il ritratto di Francesco Bonami il curatore o Fabrizio Moretti il presidente degli antiquari, organizzatore dell’evento, è crollata al suolo, ed entrambe sono state rimosse prima del previsto. Punite per la mancanza di professionalità di un produttore di piedistalli? Ma il grande Clai continua a non piacere a nessuno.


L’arte gioca a farsi scienza e la scienza gioca a farsi arte. Al Natural History Museum i bambini provano l’ebrezza del terremoto di Kobe - una simulazione da parco dei divertimenti- incoscienti dei morti saltellano di qua e di là concentrati a far eruttare vulcani. Non reggiamo allo shock di un pomeriggio domenicale nella finzione di visitare un museo muovendoci come zombie in un parco giochi, quindi optiamo per la grande esposizione di fine estate della Royal Accademy, l’anniversario dei 250 anni della grande istituzione. Grayson Perry, il nostro folletto preferito conduce le danze. Che meraviglia!


Sussidiario

Uomini che amano le piante e Plant Revolution di Stefano Mancuso mi hanno acceso un rinnovato interesse verso le piante. Alcune sue affermazioni sono sconvolgenti, ad esempio secondo Mancuso le piante avrebbero capacità mimetiche straordinariamente superiori se paragonate a quelle animali, possono mutare forma e addirittura potrebbero vedere. (Ricordare di prendere in considerazione questa ipotesi).

Ho un discreto pollice verde. Nonostante non abbia più un terrazzo per esercitare i miei pollici, sono riuscita a far crescere persino il sedano sul davanzale della finestra (per poco tempo). Potrei considerare le mie piantine “singolari” perché nelle ristrettezze dello spazio risultano infinitamente generose, ma le singolarità di cui parla Mancuso sono impressionanti. La Boquilla trifoliata, una liana che cresce nelle foreste temperate del Cile, ha una straordinaria capacità: imita ogni volta e con grande abilità le foglie della specie “ospite”. Può cambiare forma così da confondersi con la pianta vicina. Un vero mutaforma. Come fa una pianta che non vede, a sapere cosa deve imitare? Per imitare qualcuno o qualcosa dovresti vederlo. Mancuso apre una ipotesi sconvolgente: le piante potrebbero avere una qualche capacità di “visione”. A quanto pare non è un fatto così fantascientifico, infatti, continua Mancuso, nel 1905 il famoso botanico Gottlieb Haberlandt propose una teoria per la quale le piante avrebbero la capacità di percepire immagini -quindi sarebbero in possesso di una sorta di capacità visiva- grazie alle cellule dell’epidermide. Il fatto che il mio basilico possa vedermi è elettrizzante. Esistono le prove (non per il mio basilico), Harold Wager durante una conferenza scientifica a Londra, mostrò al pubblico fotografie prodotte utilizzando come lenti cellule dell’epidermide fogliare di diverse specie: ritratti abbastanza dettagliati di persone, panorami della campagna inglese. Inquietante e affascinante. Ultimamente quando passo davanti ai vasetti del mio piccolo boschetto di aromatiche faccio un cenno di saluto, per educazione.

 
Dopo aver letto Mancuso e le informazioni inquietanti sulle abilità e sulla ipotetica capacità di visione delle piante, di fronte alle foto di Špela Volčič mi chiedo chi ha guardato chi? Chi ha fotografato chi?
Queste immagini sono perturbanti. E’ strano perché sono fotografie di fiori, dovrebbero mostrare tutta la freschezza e leziosità del soggetto: fondo nero, atmosfera mistica. Sono molto belle, ricordano le nature morte fiamminghe. Ecco perché mi inquietano, ho sempre trovato rivoltanti quelle tavolate di cibo e animali morti. I fiori no, neppure certe composizioni di frutta. Amo Francisco de Zurbaràn. Sta di fatto che a guardare queste composizioni provo un turbamento, lo stesso che mi suscitano certi stucchi. Mi avvicino, guardo con maggiore attenzione. Sono finti! Magistrali imitazioni in stoffa e silicone. Špela Volčič ha fotografato fiori finti. In alcuni scatti, il fiore, non è neppure un fiore, è la fiammata di un petardo. Polvere da sparo che imita la vitalità della natura, un esplosione che finge di essere un fiore. Copie e falsi, mutaforma e imitatori. Meravigliosa piega barocca. La nostra epoca ama il silicone quanto il seicento amava la cera, le parrucche e la cipria. C’è qualcosa di torbido che mi attrae. Intanto, Cai Guo-Qiang infiora di corolle di fumo e fuochi il cielo autunnale di Firenze, credendosi Flora. Cai Guo-Qiang è un artista cinese che dell’arte dei fuochi di artificio ha fatto arte visiva. L’antica arte dei fuochi d’artificio, delle polveri si fa bouquet. Eppure quando sulle tele cerca di tracciare il contorno della bella figura botticelliana della Primavera, specchiandosi in lei, al discorso si sostituisce l’eco, l’ultima sillaba si ripete come un mantra, una consolazione vuota, l’immagine non dice nulla. Cosa vuol dire dialogare a distanza? Ma quanto deve essere questa distanza? Metri, chilometri, anni, secoli. Mi viene da pensare che a volte come uno spirito maligno la didascalia si impossessa degli artisti e appiattisce ogni volontà di complessità, di stratificazione di senso. La Primavera versione stencil di Cai Guo-Qiang, fa l’occhiolino dalle tele esplose, ammicca sotto uno strato di polveri colorate ma non incanta. E’ solo una figurina piatta come le bamboline di carta della mia infanzia. Preferisco i fuochi d’artificio. Nel gesto interiorizzato della polvere da sparo c’è una sincerità che la bambolina ritagliata non ha. Per quale motivo forzare un soliloquio e chiamarlo dialogo? Il dialogo prevede che l’altro risponda. Botticelli non ha proferito parola. Il cielo continua a fiorire e parla.

Sussidiario

"Nella pittura cinese tradizionale lo spazio è un sentiero che si snoda per il mondo, è un serpente, un dragone nella vasta immensità della tela; nella pittura rinascimentale le leggi matematiche della prospettiva conducono verso un punto, l’obiettivo è governare e unificare." In occidente, l’esigenza di lasciare il punto di vista unico e vagare liberamente sulla tela ha catturato la fantasia degli artisti più scaltri. Tra colonie, mercanti e naufragi sono arrivati i dipinti dalla prospettiva rovesciata, con più fuochi, linee sinuose, i pittori più arditi ne hanno concepito lo spazio rivoluzionario e hanno trasformato la finestra rinascimentale in un deserto di dune, uno stagno di ninfee, un mare in tempesta e un campo di grano. Che sarebbe l’arte occidentale senza questo meraviglioso matrimonio? Monet, Van Gogh, Toulouse Lautrec. L’arte orientale oggi stipula un nuovo accordo.

Un vaso in fondo cos’è? Un contenitore, lo decori e diventa un bell’oggetto d’arredo. Ma è davvero solo questo? Del manufatto ceramico è importante riconoscerne l’impasto, la lavorazione, la cottura e la decorazione. Ognuno di questi passaggi ha un significato, comunica dati, orienta lo storico nella scrittura. Un frammento ceramico è la chiave d’ingresso ad un'epoca. Molti artisti moderni hanno lavorato la creta, sperimentato la ceramica a livelli eccellenti. L’associazione tra ceramica e libertà di espressione, appartenenza alla comunità, tradizione e visione del futuro pare ritrovare spazio tra gli artisti contemporanei. Ultimamente mi sono imbattuta in moltissime mostre di opere realizzate in terracotta, ceramica e porcellana. Ho iniziato a rifletterci ripensando ad una performance di Ai Wei Wei. Nel gesto di manifesta e sfrontata indifferenza dell’operario cinese impersonato da Ai Wei Wei in Dropping a Han Dinasty Urn vengono evocate macerie, macerie culturali. La performance in realtà è sintetizzata in un trittico fotografico, l’intento sembra essere quello di mostrare una sorta di moralismo rovesciato. Tre scatti per una sequenza. Tre precise pose. L’artista sembra un attore di teatro dell’opera di Pechino, lo sguardo è distaccato, come una divinità indifferente alla sorte del mondo. Nella prima foto tiene tra le mani un vaso, non è il fazzoletto di una dama in un dramma decadente, le mani si aprono e lasciano cadere un’antica urna della dinastia Han. Le due foto che seguono mostrano la caduta. Nessun cavaliere la raccoglierà. E poi, in altre opere continua ad utilizzare reperti archeologici, ne deturpa l’integrità. Perché ricolorare vasi cinesi neolitici con vernice industriale o imprimere il logo della Coca Cola sopra un’urna della dinastia Han? Sono davvero gesti di consapevolezza riproposti attraverso il sentimento del contrario? Martirio per interposto corpo, il corpo dell’opera d’arte, del monumento? Denuncia? Sì. La società cinese attraversa lo stesso percorso di industrializzazione che ha vissuto l’occidente, solo che va più veloce. In Sardegna, negli anni detti della Rinascita, quando erano tarlate, si bruciavano le statue barocche in Estofado de oro e si sostituivano con statue nuove, comprate sui cataloghi parrocchiali.

Sussidiario

La porcellana è cinese per antonomasia. Nel XVIII secolo a causa dell’estendersi dell’uso di thè e caffè, tramite i mercanti olandesi che ne detennero il monopolio per molti tempo, se ne diffuse l’uso anche in Europa. Si dice che prima che venisse prodotta anche in occidente vi furono vari tentativi fallaci. I primi risultati di porcellana europea imperfetta ma accettabile si raggiunsero nei laboratori di alchimia medicea, nel XVI secolo.

 
 
 
 
In Free Speech Puzzle, i trentadue tasselli di porcellana dipinta a mano riproducono la suddivisione della Cina in province e riportano su ogni tassello la frase libertà di parola in ideogrammi. Imitano la tradizione di scrivere sui pendenti di vario materiale il nome della famiglia di appartenenza. Scrivere il proprio nome, marcare il territorio, affermare una presenza. Nel 2010 a Londra, anche Mark Wallinger ha taggato 2.265 muri realizzati nei classici mattoni con i quali sono costruiti, da secoli, gli edifici londinesi. La nuova urbanistica del grattacielo ha rotto una tradizione, ha separato la città dal fiume, dal fango da cui è sorta. Wollinger con un gessetto ha apposto la scritta MARK sul mattone di un edificio in aree differenti della città, un tentativo di appropriazione del muro, To mark, marcato. Ha scattato una foto ed è passato ad un altro muro. Un gioco di parole, un nome e il tentativo di reclamare fisicamente uno spazio, in una città dove la speculazione edilizia ha modificato totalmente l’identità di alcuni quartieri, espulso gli abitanti più fragili in una periferia sempre più distante dal centro. Appropriarsi dello spazio attraverso un gesto artistico è un’attività quasi primaria, come mangiare, bere, respirare; l’alternativa è la non appartenenza, un nomadismo imposto. Soprattutto dove il degrado è il risultato di amnesie volute, i mattoni rossi sono spesso usati per occludere finestre, porte di edifici abbandonati. Il convento di Sant’Orsola è un casermone grigio al centro di Firenze. Spesso sulle mura esterne e sulle decorazioni alchemiche del degrado alcuni artisti realizzano mostre temporanee, segni di memoria. Sant’Orsola è una ferita esposta all’interno della quale si cercano i resti di Monna Lisa. Hanno trovato un dito. Realizzeranno un mausoleo? A Porto Ercole per Caravaggio hanno realizzato un sacrario dal gusto discutibile, la Canestra ambrosiana in non so quale materiale sopra un piedistallo al centro della corte di un caseggiato popolare. Ci parlano di futuro robotico, cibernetico eppure continuo ad imbattermi in oscuri presagi di decadenza, putrefazione, misticismo da tinello, scienza fai da te, storia così come mi pare. Intanto Monna Lisa riposa non si sa dove ma riposa (nella speranza che ci risparmino l'esposizione di altre dita) e il vaso di fiori di Jan Van Huysum torna dopo settantacinque anni a Firenze. 
 
 
Black is the color of my true love's hair
 
 
 Sussidiario

Jan van Huysum pittore di nature morte attivo in Olanda nel primo Settecento, noto per il virtuosismo nella descrizione dei particolari, si ipotizza utilizzasse lenti d’ingrandimento per studiare la natura e per dipingerla.
Il Vaso di fiori – soggetto prediletto dell’artista – fu acquistato nel 1824 dal Granduca Leopoldo II d’Asburgo-Lorena. Nel 1943 militari dell’esercito tedesco in ritirata trafugarono alcune casse dalla villa Bossi-Pucci a Montagnana (Montespertoli) dove le opere di Palazzo Pitti erano riparate; le trasferirono in provincia di Bolzano, per prepararne la definitiva trasferta fuori del confine nazionale attraverso il Brennero. La cassa in cui si trovava il Vaso di Fiori di Palazzo Pitti venne aperta, e nel luglio 1944 un caporalmaggiore, che si era impossessato del quadro, spedì il dipinto come regalo alla moglie in Germania.

Poi dice che gli uomini ha smesso di regalare fiori.

CONTINUA in... BAROQUE II (Konmari)