sabato 6 luglio 2019

BAROQUE

 In un mondo positivista e servo della scienza, devoti sacerdoti di Sir Darwin hanno ideato la più grande macchina barocca mai vista. Alla Certosa di Calci tavole didattiche, sculture in ceroplastica, esserini gelatinosi, anemoni e meduse in vetro soffiato, animali impagliati, balene e persino un cammello pisano; la fantasticheria del barocco al servizio del razionalismo scientifico, il caos della magia per comprendere la natura. Spero possano resistere questi piccoli esserini fragili e conservarsi a lungo. Che tutto questo mondo di cera, paglia, formalina possa resistere alla tentazione di una simulazione digitale, di ologrammi, che possa ancora stimolare la fantasia di noi nativi analogici, animati dalla fede nella poesia attraverso diorami polverosi. Questi musei sono il sale dell'immaginazione. Negli ultimi anni, per motivi legati alla noia di troppe mostre d’arte insignificanti e ripetitive, mi è capitato di vedere parecchi musei scientifici o di storia naturale. Il nuovo allestimento della storica Wunderkammer della Certosa di Calci batte le oramai stanche operazioni classificatorie nei musei d’arte contemporanea. Preferisco l’odore di polvere stantia alla sua simulazione in vitro, i funghi di cera ai cristalli di rocca high-design. Il fiore di cera visto in una mostra di porcellane granducali fiorentine è stato una rivelazione. Sfarzoso, all’interno di un vaso in porcellana Doccia Ginori, quasi vivo. L’artigiano della Specola che lo ha realizzato ne ha catturato l’essenza arrestando idealmente la floridezza e liquorosa freschezza; una vita idealmente sottratta alla ripugnante marcescenza, fissata per sempre in un attimo rigogliosa fioritura. Una Kore vegetale, sovrabbondante e carnosa.
Corpi santi, corpi mistici, corpi eterni, reliquie e santoni. Cerco di mettere assieme il materiale, riguardo il diario fotografico degli ultimi anni per non dimenticare tutto questo eccesso. Foto sfocate, buie, a volte decentrate e fuori asse. Ho sempre un problema di equilibrio. Alcune immagini sono addirittura andate perse. Sono certa di aver fotografato il fiore di ceroplastica, così come Big Clai #4 di Urs Fischer. So di averlo fatto, perché mi aveva colpito la polemica sulla distruzione anticipata delle statue sull’arengario di Palazzo Vecchio. Non le trovo più.

Sussidiario

Posta la questione sul piano di integrazione o esclusione dal mondo dell’arte, alcune opere scatenano bassi istinti e implicazioni di carattere censorio. La ceroplastica e le sculture liquefatte di Ur Fisher, simulacri in decomposizione stearica, più dell’opera hanno attirato l’attenzione dei media per lo scandalo del loro anticipato disfacimento. Non sono i ritratti di Medardo Rosso, sperimentazioni moderniste, altri contesti, altri discorsi.

C’è un momento nel quale la grandezza si fa magmatica e tutti pensano che quella cosa argentata al centro di Piazza della Signoria sia un grande stronzo, letteralmente la rappresentazione di un enorme ammasso di merda monumentale color argento. Noi guardiamo l’ammasso di materia rappresa, Big Clai #4 (giuro, l’ho fotografato) travestito da merda specchiante di Urs Fisher, nel mentre i ritratti in cera con fiammella incorporata, esposti sull’arengario rovinano al suolo prima del previsto. Un piccolo errore di calcolo di chi ha realizzato il piedistallo, si dice. Le opere di Fisher sono sculture di cera che all’interno custodiscono un meccanismo, una fonte di calore con la precisa missione di fondere l’opera dall’interno, lentamente. Una delle due sculture, non ricordo se il ritratto di Francesco Bonami il curatore o Fabrizio Moretti il presidente degli antiquari, organizzatore dell’evento, è crollata al suolo, ed entrambe sono state rimosse prima del previsto. Punite per la mancanza di professionalità di un produttore di piedistalli? Ma il grande Clai continua a non piacere a nessuno.
L’arte gioca a farsi scienza e la scienza gioca a farsi arte. Al Natural History Museum i bambini provano l’ebrezza del terremoto di Kobe: una simulazione da parco dei divertimenti incoscienti dei morti saltellano di qua e di là concentrati a far eruttare vulcani. Non reggiamo allo shock di un pomeriggio domenicale nella finzione di visitare un museo muovendoci come zombie in un parco giochi, quindi optiamo per la grande esposizione di fine estate della Royal Accademy, l’anniversario dei 250 anni della grande istituzione. Grayson Perry, il nostro folletto preferito conduce le danze. Che meraviglia!

Sussidiario

Uomini che amano le piante e Plant Revolution di Stefano Mancuso mi hanno acceso un rinnovato interesse verso le piante. Alcune sue affermazioni sono sconvolgenti, ad esempio secondo Mancuso le piante avrebbero capacità mimetiche straordinariamente superiori se paragonate a quelle animali, possono mutare forma e addirittura potrebbero vedere. (Ricordare di prendere in considerazione questa ipotesi).

Ho un discreto pollice verde. Nonostante non abbia più un terrazzo per esercitare i miei pollici, sono riuscita a far crescere persino il sedano sul davanzale della finestra (per poco tempo). Potrei considerare le mie piantine “singolari” perché nelle ristrettezze dello spazio risultano infinitamente generose, ma le singolarità di cui parla Mancuso sono impressionanti. La Boquilla trifoliata una liana che cresce nelle foreste temperate del Cile, ha una straordinaria capacità: imita ogni volta e con grande abilità le foglie della specie “ospite”. Può cambiare forma così da confondersi con la pianta vicina. Un vero mutaforma. Come fa una pianta che non vede, a sapere cosa deve imitare? Per imitare qualcuno o qualcosa dovresti vederlo. Mancuso apre una ipotesi sconvolgente. Le piante potrebbero avere una qualche capacità di “visione”. A quanto pare non è un fatto così fantascientifico, infatti, continua Mancuso, nel 1905 il famoso botanico Gottlieb Haberlandt propose una teoria per la quale le piante avrebbero la capacità di percepire immagini -quindi sarebbero in possesso di una sorta di capacità visiva- grazie alle cellule dell’epidermide. Il fatto che il mio basilico possa vedermi è elettrizzante. Esistono le prove (non per il mio basilico), Harold Wager durante una conferenza scientifica a Londra, mostrò al pubblico fotografie prodotte utilizzando come lenti cellule dell’epidermide fogliare di diverse specie: ritratti abbastanza dettagliati di persone, panorami della campagna inglese. Inquietante e affascinante. Ultimamente quando passo davanti ai vasetti del mio piccolo boschetto di aromatiche faccio un cenno di saluto, per educazione.
Dopo aver letto Mancuso e le informazioni inquietanti sulle abilità e sulla ipotetica capacità di visione delle piante, di fronte alle foto di Špela Volčič mi chiedo chi ha guardato chi? Chi ha fotografato chi?
Queste immagini sono perturbanti. E’ strano perché sono fotografie di fiori, dovrebbero mostrare tutta la freschezza e leziosità del soggetto: fondo nero, atmosfera mistica. Sono molto belle, ricordano le nature morte fiamminghe. Ecco perché mi inquietano, ho sempre trovato rivoltanti quelle tavolate di cibo e animali morti. I fiori no, neppure certe composizioni di frutta. Amo Francisco de Zurbaràn. Sta di fatto che a guardare queste composizioni provo un turbamento, lo stesso che mi suscitano certi stucchi. Mi avvicino, guardo con maggiore attenzione. Sono finti! Magistrali imitazioni in stoffa e silicone. Špela Volčič ha fotografato fiori finti. In alcuni scatti il fiore, non è neppure un fiore, è la fiammata di un petardo. Polvere da sparo che imita la vitalità della natura, un esplosione che finge di essere un fiore. Copie e falsi, mutaforma e imitatori. Meravigliosa piega barocca. La nostra epoca ama il silicone quanto il seicento amava la cera, le parrucche e la cipria. C’è qualcosa di torbido che mi attrae. Intanto, Cai Guo-Qiang infiora di corolle di fumo e fuochi il cielo autunnale di Firenze, credendosi Flora. Cai Guo-Qiang è un artista cinese che dell’arte dei fuochi di artificio ha fatto arte visiva. L’antica arte dei fuochi d’artificio, delle polveri si fa bouquet. Eppure quando sulle tele cerca di tracciare il contorno della bella figura botticelliana della Primavera, specchiandosi in lei, al discorso si sostituisce l’eco, l’ultima sillaba si ripete come un mantra, una consolazione vuota, l’immagine non dice nulla. Cosa vuol dire dialogare a distanza? Ma quanto deve essere questa distanza? Metri, chilometri, anni, secoli. Mi viene da pensare che a volte come uno spirito maligno la didascalia si impossessa degli artisti e appiattisce ogni volontà di complessità, di stratificazione di senso. La Primavera versione stencil di Cai Guo-Qiang, fa l’occhiolino dalle tele esplose, ammicca sotto uno strato di polveri colorate ma non incanta. E’ solo una figurina piatta come le bamboline di carta della mia infanzia. Preferisco i fuochi d’artificio. Nel gesto interiorizzato della polvere da sparo c’è una sincerità che la bambolina ritagliata non ha. Per quale motivo forzare un soliloquio e chiamarlo dialogo? Il dialogo prevede che l’altro risponda. Botticelli non ha proferito parola. Il cielo continua a fiorire e parla.

Sussidiario

"Nella pittura cinese tradizionale lo spazio è un sentiero che si snoda per il mondo, è un serpente, un dragone nella vasta immensità della tela; nella pittura rinascimentale le leggi matematiche della prospettiva conducono verso un punto, l’obiettivo è governare e unificare." In occidente, l’esigenza di lasciare il punto di vista unico e vagare liberamente sulla tela ha catturato la fantasia degli artisti più scaltri. Tra colonie, mercanti e naufragi sono arrivati i dipinti dalla prospettiva rovesciata, con più fuochi, linee sinuose, i pittori più arditi ne hanno concepito lo spazio rivoluzionario e hanno trasformato la finestra rinascimentale in un deserto di dune, uno stagno di ninfee, un mare in tempesta e un campo di grano. Che sarebbe l’arte occidentale senza questo meraviglioso matrimonio? Monet, Van Gogh, Toulouse Lautrec. L’arte orientale oggi stipula un nuovo accordo.

Un vaso in fondo cos’è? Un contenitore, lo decori e diventa un bell’oggetto d’arredo. Ma è davvero solo questo? Del manufatto ceramico è importante riconoscerne l’impasto, la lavorazione, la cottura e la decorazione. Ognuno di questi passaggi ha un significato, comunica dati, orienta lo storico nella scrittura. Un frammento ceramico è la chiave d’ingresso ad un epoca. Molti artisti moderni hanno lavorato la creta, sperimentato la ceramica a livelli eccellenti. L’associazione tra ceramica e libertà di espressione, appartenenza alla comunità, tradizione e visione del futuro pare ritrovare spazio tra gli artisti contemporanei. Ultimamente mi sono imbattuta in moltissime mostre di opere realizzate in terracotta, ceramica e porcellana. Ho iniziato a rifletterci ripensando ad una performance di Ai Wei Wei. Nel gesto di manifesta e sfrontata indifferenza dell’operario cinese impersonato da Ai Wei Wei in Dropping a Han Dinasty Urn vengono evocate macerie, macerie culturali. La performance in realtà è sintetizzata in un trittico fotografico, l’intento sembra essere quello di mostrare una sorta di moralismo rovesciato. Tre scatti per una sequenza. Tre precise pose. L’artista sembra un attore di teatro dell’opera di Pechino, lo sguardo è distaccato, come una divinità indifferente alla sorte del mondo. Nella prima foto tiene tra le mani un vaso, non è il fazzoletto di una dama in un dramma decadente, le mani si aprono e lasciano cadere un’antica urna della dinastia Han. Le due foto che seguono mostrano la caduta. Nessun cavaliere la raccoglierà. E poi, in altre opere continua ad utilizzare reperti archeologici, ne deturpa l’integrità. Perché ricolorare vasi cinesi neolitici con vernice industriale o imprimere il logo della Coca Cola sopra un’urna della dinastia Han? Sono davvero gesti di consapevolezza riproposti attraverso il sentimento del contrario? Martirio per interposto corpo, il corpo dell’opera d’arte, del monumento? Denuncia? Perché no. La società cinese attraversa lo stesso percorso di industrializzazione che ha vissuto l’occidente, solo che va più veloce. In Sardegna, negli anni detti della Rinascita, quando erano tarlate, si bruciavano le statue barocche in Estofado de oro e si sostituivano con statue nuove, comprate nei cataloghi parrocchiali.

Sussidiario

La porcellana è cinese per antonomasia. Nel XVIII secolo a causa dell’estendersi dell’uso di thè e caffè, tramite i mercanti olandesi che ne detennero il monopolio per molti tempo, se ne diffuse l’uso anche in Europa. Si dice che prima che venisse prodotta anche in occidente vi furono vari tentativi fallaci. I primi risultati di porcellana europea imperfetta ma accettabile si raggiunsero nei laboratori di alchimia medicea, nel XVI secolo.

In Free Speech Puzzle, i trentadue tasselli di porcellana dipinta a mano riproducono la suddivisione della Cina in province e riportano su ogni tassello la frase libertà di parola in ideogrammi. Imitano la tradizione di scrivere sui pendenti di vario materiale il nome della famiglia di appartenenza. Scrivere il proprio nome, marcare il territorio affermare una presenza. Nel 2010 a Londra, anche Mark Wallinger ha taggato 2.265 muri realizzati nei classici mattoni con i quali sono costruiti da secoli gli edifici londinesi. La nuova urbanistica del grattacielo ha rotto una tradizione, ha separato definitivamente la città dal fiume, dal fango da cui è sorta. Wollinger con un gessetto ha apposto la scritta MARK sul mattone di un edificio in aree differenti della città, un tentativo di appropriazione del muro, To mark, marcato. Ha scattato una foto ed è passato ad un altro muro. Un gioco di parole, un nome e il tentativo di reclamare fisicamente uno spazio, in una città dove la speculazione edilizia ha modificato totalmente l’identità di alcuni quartieri, espulso gli abitanti più fragili in una periferia sempre più distante dal centro. Appropriarsi dello spazio attraverso un gesto artistico è un’attività quasi primaria, come mangiare, bere, respirare; l’alternativa è la non appartenenza, un nomadismo imposto. Soprattutto dove il degrado è il risultato di amnesie volute, i mattoni rossi sono spesso usati per occludere finestre, porte di edifici abbandonati. Il convento di Sant’Orsola è un casermone grigio al centro di Firenze. Spesso sulle mura esterne e sulle decorazioni alchemiche del degrado alcuni artisti realizzano mostre temporanee, segni di memoria. Sant’Orsola è una ferita esposta all’interno della quale si cercano i resti di Monna Lisa. Hanno trovato un dito. Realizzeranno un mausoleo? A Porto Ercole per Caravaggio hanno realizzato un sacrario dal gusto discutibile, la Canestra ambrosiana in non so quale materiale sopra una piedistallo al centro della corte di un caseggiato popolare.
Ci parlano di futuro robotico, cibernetico eppure continuo ad imbattermi in oscuri presagi di decadenza, putrefazione, misticismo da tinello, scienza fai da te, storia così come mi pare. 

Konmari

Sussidiario

L’economia domestica è stata una materia scolastica, poi espulsa dalla scuola anni fa è rientrata nelle nostre vite sotto forma di tutorial. Ne esistono di ogni tipo. Mi ha stupito la notorietà raggiunta da un libro intitolato Konmari. Studiato da una esperta giapponese di economia domestica, Konmari è un metodo, per riordinare al meglio gli spazi abitativi allo scopo di migliorare la qualità della propria vita. Mi ha fatto pensare al metodo di Marina Abramovic.

Durante la fila costruisco scenari, immagino storie. Guardo tutte queste persone e penso: cosa le ha spinte a scegliere questo museo, questa mostra? In cosa ci assomigliamo? A volte a vederle immagino abbiano sbagliato strada. Ci sono quelli che non sanno neppure cosa andranno a vedere, lo capisco dai discorsi. A volte sono stati sedotti dalla pubblicità, dalla fama dell’artista, da un concierge d’albergo. Genitori tenaci, disposti a tutto pur di entrare e dire di esserci stati, trascinano bambini annoiati, piagnucolosi o iperattivi. In fila, le famiglie hanno spesso in’aria disorientata, qualcuna non ha idea di che cosa sia The Cleaner. Per fortuna interviene l’amico smartphone, colui che soccorre l’inconsapevole e, tutto cambia. Coppia giovane, marito alla moglie "Ci sono persone nude, guarda, non è adatto ai bambini"; moglie al marito "è molto famosa, magari dove ci sono i nudi non andiamo"; marito alla moglie "dice che i nudi sono all’ingresso, guarda la foto, devi passarci in mezzo" mostra la foto, moglie al marito "No! Per carità io in mezzo a quei due non ci passo! Andiamo via! Se facciamo in tempo entriamo all’Opera del Duomo."
Lo hanno detto. Erano in fila a pochi passi da noi. Subito dietro una coppia di settantenni dall’aria molto composta. Due insegnanti in pensione? Lui fuma il sigaro, lei piumino Barbour e foulard Gucci. Si scambiano sguardo complice e ridacchiano. Probabilmente, c’erano anche loro alla prima di Imponderabilia nel 1977, a Bologna. Lui aveva tutti i capelli, magrissimo, jeans velluto a coste larghe, sfoggiava un bel paio di baffoni bruni; lei gonna lunga, zoccoli e cardigan di lana. Nelle foto delle performance storiche esposte in mostra il pubblico è più o meno così. Quella volta non era ancora disponibile l’opzione “passare dall’ingresso laterale per i disabili”, oggi, i visitatori potranno scegliere se passare tra i corpi dei due giovani attori oppure attraversare un varco laterale. Imponderabilia non è più un’azione, potremmo definirla una simulazione. Immedesimazione di altri corpi nel corpo dell’artista. Gli attori di Imponderabilia fanno dei turni, ognuno ha un certo numero di ore a contatto con i corpi turistici sudaticci reali, a pochi centimetri dal proprio corpo artistico simulato. Sono dei professionisti, il loro sentire è simulato a patto di dare per scontato che il sentire dell’artista sia sincero. Più che alla nudità dei due attori, ho pensato ai loro sensi. Immagino questi due operai dell’arte, stipendiati poco, mettere in scena, recitare una parte e, annusare le ascelle di tutti i convenuti. Marina e Ulay grazie al pronto intervento delle forze dell’ordine se la sbrigarono in novanta minuti, il tempo di una partita di calcio. La polizia non chiuderà la mostra, come nel ‘77, i tempi sono cambiati, ogni cosa è in regola, compresi i contratti degli attori. La Body Art è morta.

Sussidiario

(…) "L’esistenza dei Nuovi Corpi, come li chiama lei, creerà una notevole confusione, non crede? Come faremo a sapere chi è vecchio e chi è nuovo?" "Su questo argomento non è stato formulato alcun tipo di pensiero," disse lui "proprio come ci sono state discussioni sull’aborto, sull’ingegneria genetica, sulla clonazione e sui trapianti d’organi, o su qualunque altra scoperta medica, ci saranno discussioni anche su questo."
"Certo questa è una cosa di ordine diverso," dissi io. "Genitori che avranno la stessa età dei figli o magari saranno più giovani, per esempio. Cosa significherà?"
"Questo lo diranno i filosofi, i poeti, i preti e i commentatori televisivi. Il mio lavoro è solo quello di estendere la vita."
Il corpo, Hanif Kureishi

- Che schifo! Non passo in mezzo a due persone nude. – Protesta lei, mentre gli restituisce lo smartphone.

- Esagerata, è una performance. Non ti interessa fare quest’esperienza? – Cerca di tranquillizzarla, lui.

- A me piacciono le pale d’altare, i ritratti, le Madonne in trono.

- Anche a me piacciono le pale d’altare, allora?

- Allora perché venire a vedere questa schifezza?

- Schifezza, che esagerazione!

- Comunque, questa non è arte. Hai visto cosa fa? Urlare fino a svenire non fa di lei un’artista, e quella cosa dentro la lavatrice?

- Quale cosa dentro la lavatrice?

- Sì, quell’altra cosa che fa nella lavatrice.

La guarda interdetto. Questa della lavatrice potrebbe essere una nuova performance di cui non ha saputo l’esistenza? A questo punto, fingendo di leggere dal booklet -non ha nessuna intenzione di rinunciare alla mostra- con tono condiscendente si produce in un elenco fantasioso di opere note dell’artista.

– E’ verosimile ci siano anche opere modello pale d’altare, dei trittici di ispirazione mistica, una Pietà… poi… dovrebbe esserci… non ho certezza, anche una Madonna in trono e, opere penitenziali.

Le performance di Marina Abramovic sono azioni di resistenza fisica e mentale. Ultimamente rasentano l’esercizio yoga. Couting the Rice. Mi sono rifiutata di separare i chicchi di riso dalle lenticchie. Va beh! Non esageriamo, mi diverte mettermi in gioco, ma le lenticchie no! Bello, si molto bello! Poi si offende se le fanno la parodia. Il nostro compagno di fila non si è inventato proprio niente, ha semplicemente piegato la realtà alle sue esigenze, ha comunque dato una spiegazione neppure tanto strampalata alle opere più note. Che ci sia del misticismo non è un segreto. La sua amica troverà trittici di ispirazione mistica, opere penitenziali e Madonne in trono, anche un “madonno”, se per questo! La performance nella lavatrice? Quella proprio no! E’ una parodia con Cate Blanchet.
Facciamo la fila, ci facciamo compagnia. The Cleaner, Marina Abramovic.

Sussidiario

Ho riflettuto un po’ su questa retrospettiva e sono arrivata alla conclusione che The Cleaner sia un progetto di musealizzazione in progress. L’artista interpreta il ruolo di curatore-conservatore. Abramovic riprogetta le sue antiche performance per altri corpi: seleziona, riscrive, documenta e musealizza. Il suo è un lavoro di archiviazione e restauro. Replicate a distanza di anni, con l’ausilio di attori, le performance acquistano un altro significato, si raffreddano, perdono la carica emotiva che legava Marina al pubblico. La sparizione del corpo dell’artista per un’opera di Body Art non è una questione secondaria. La scelta di replicare le performance con l’ausilio di attori, ha spostato il paradigma della performance da “perdita di identità” a “cessione di identità”, dal corpo dell’artista, alla sua sparizione. Il corpo non è più il centro della riflessione artistica, neppure nella sua versione posthuman normalizzata. L’arte ha preso una via verso l’antropologia e la sociologia. Che tipo di cambiamenti apporterà l’operazione di Marina Abramovic nell’arte? Probabilmente nessuno. Il suo è solo il sistema più attuale di occuparsi del proprio lavoro, eliminare ciò che non serve, rinfrescare le altre opere, lasciare ai posteri esattamente ciò che vuole. Un’operazione d’archiviazione prima della dipartita, riscrivendo la storia, non lasciando ad altri il compito. Nel caso fosse ancora viva, ha ucciso definitivamente la Body Art.

Ad una conferenza una tizia si è alzata e ha urlato "MARINA ABRAMOVIC NON È UN’ARTISTA!" Giuro l’ha fatto. Non era neppure una conferenza d’arte, almeno lo era solo in parte, il relatore, uno psicoterapeuta, parlava della creatività come terapia o qualcosa di simile, non ero interessata, accompagnavo un’amica. L’intervento della barricadiera inaspettata ha avuto comunque il merito di destarmi dalla noia. Naturalmente non posso respingere in toto l’idea che potesse fare parte della combriccola: una infiltrata tra il pubblico nel ruolo di antagonista per vivacizzare la serata. Ciò non toglie che con quella dichiarazione la signora ha introdotto in un contesto altrimenti soporifero una questione filosofica della postmodernità: il discredito dell’artista. Il discredito dell’artista è uno sport piuttosto praticato. Il rischio che corre l’artista contemporaneo, sempre al centro dei media, in un contesto di divismo esasperato è che la sua identità, a prescindere dal valore delle opere, venga posta su un piano differente da quello artistico o sufficientemente estetico. Se la sua fama è di portata planetaria la diffusione sarà proporzionata, così il disprezzo. Per un artista meno noto, tenendo conto che le reti sociali arrivano dove non arriva tutto il resto, la portata dell’odio non sarà inferiore, piuttosto sarà marginale l’importanza del suo discredito artistico.

Sussidiario

Ispirato al documentario di Matthew Akers del 2012, Marina Abramovic: The Artist is Present, Waiting for the Artist è una parodia-omaggio e fa parte della serie Documentary Now, falsi ispirati a documentari famosi del XX secolo, ricreati in chiave parodistica.
Raramente avviene che un artista visiva vivente raggiunga una fama tale da meritare una parodia, quando accade lei dovrebbe esserne orgogliosa, invece penso che il film Waiting for the Artist con Cate Blanchett non le sia piaciuto per niente. Io l’ho trovato fantastico, ho riso alle lacrime, soprattutto per la performance dentro la lavatrice. Mi è sembrato un grande omaggio, una dichiarazione d’amore.
 
Dispensatrice di spiritualità prêt-à-porter Marina Abramovic suscita grandi odi e profonde devozioni. E’ divisiva. Ha unificato nella sua persona il sacro e il profano. Ha superato in termini sentimentali persino l’icona del femminile, sintesi del sacro e del profano, Marilyn di Warhol. Il giorno dell’inaugurazione a Firenze, un artista le ha spaccato in testa un quadro.
La fila prosegue. La maggior parte delle persone guarda lo smartphone e non parla affatto. Mi incuriosisce quella tipa lì, quella signora sui sessanta, occhiali con montatura bianca stile Wertmuller, zoccolo con pelliccia –vanno molto di moda quest’anno- cappottino, zainetto sulle spalle. Al momento è sola, non dice nulla. So che il suo intervento potrebbe essere lirico, perché è una emotiva, cerca in tutto ciò che vede qualcosa di ideale. Anche di fronte ad una forma artistica didascalica, cronachistica lei sente poesia. Quando Marina è sulla sedia/trono, l’ampia veste rossa, lo sguardo distante, lei tende a la pensarla come una visione medievale, una Maestà

Ma lei, volto fiorito/ Sulla grazie dello stelo, /tutto domina, ovale/ appena appena / granito porporino, / tutto in sé contiene, / seduta sul trono/ di pace e di vertigine.

S’introna, / s’ inaugusta/ di limpida maestà[1].

Dopo aver visto il film, ai tempi di The Artist is present, anch’io l’ho immaginata così, una Maestà di Duccio o Simone Martini, distante e separata, eppure seducente come una Gioconda e sacrale come Marilyn. Madonna-Gioconda-Marina Abramovic.
Infondo in quella performance ha saputo fondere in un’unica esperienza il concetto di pellegrinaggio religioso e laico, i santuari Mariani e l’ossequio al genio del Rinascimento. Nei tre mesi della mostra al Moma ci sono state persone che si sono commosse, hanno pianto. Il clima era miracolistico. Invece, difronte al giovane attore che impersonava Marina alla mostra fiorentina non è accaduto niente. Prima di tutto era un uomo in t-shirt e calzoni neri, niente di più triste. Troppo giovane, sconosciuto, perché commuoversi? Sembrava la sua versione in prosa, un calco, il resoconto di un ausiliario del traffico. Era un corpo in prestito, vuoto. E’ stato come guardare una didascalia di carne. Dov’è finito il corpo mistico dell’artista? Il dono? Non è rimasto niente di “Marina ci guarda, Marina ci ama, è connessa con noi". Quando il corpo mistico dell’artista scompare, perché qui è sparito, è sufficiente sostituirlo con un simulacro vivente? Direi di no. Meglio l’incarnazione in un idolo di pietra. Prima di transitare al book shop, per l’ennesima calamita da frigo, passiamo a purificare lo spirito nella sala dei cristalli. Fredda geologia, nessuna compassione ma adorazione new age. Mi sono pentita di non aver indossato le scarpe di granito, a ripensarci avrei dovuto pazientare un po’ e fare un selfie, ma prima di me c’erano due giovani pellegrine che non smettevano di chiocciare e fotografare, ho lasciato perdere, non avevo voglia di aspettare che finissero, però ho provato il cuscino di granito e la sedia con gli spunzoni di cristallo di rocca.

Sussidiario.

Ho finito di leggere Il corpo di Hanif Kureishi. La storia racconta di uno scrittore di fama a cui viene data l’opportunità di cambiare il proprio corpo con uno più giovane mantenendo intatti ricordi e esperienze passate, rimanendo fondamentalmente se stesso. E’ spinto ad accettare la proposta da un misto di curiosità professionale, egoismo senile e inconsapevolezza; non vuole sapere se per ottenerlo qualcuno ha commesso un reato, a chi sia appartenuto quel giovane corpo, né tanto meno vuole conoscere le conseguenze di quella scelta. Kureishi non chiarisce come avvenga il passaggio, né quali potrebbero essere le conseguenze dell’esperimento in termini sociali e morali.

Chimere soap-plaster-casting

Sussidiario

Molti artisti utilizzano pratiche tradizionali o ritenute specifiche dell’artigianato penso l’uso della tessitura negli arazzi o il patchwork di Grayson Perry, Kiki Smith. Gli arazzi e le trapunte sono passate di moda, il carro della ceramica sta guadagnando velocità e negli ultimi anni è regolare trovare opere realizzate con questo materiale.

Mi ricordo che spesso lo scarico della lavatrice saltava dalla sua posizione e capitava di trovare il bagno allagato, di solito ad avvisarci era la nostra cagnetta Samantha, che alla vista dell’acqua sul confine del corridoio iniziava ad abbaiare, salvando così il resto della casa da inondazioni bibliche. Una volta l’acqua arrivò al contenitore di cartone del sapone in polvere, l’incidente l’aveva addensato in una poltiglia maleodorante, perché asciugasse o in attesa di buttarlo via, mia madre lo lasciò in terrazza. Certi esperimenti che facevo da bambina riguardavano la scultura. Una volta sperimentai delle sculture di sapone. La terrazza era il mio laboratorio da alchimista, il luogo dove trasformavo gli scarti in gioco, la fantasia in avventure. Avevo tutto ciò che serve per sognare. Quella poltiglia aveva qualcosa di attraente, forse l’odore, forse la consistenza spugnosa. Ne misi una piccola quantità in una delle pentoline di alluminio smaltato con cui giocavo. I giochi per bimbi un tempo erano soltanto la versione in miniatura degli oggetti per adulti, si usava ancora molto il metallo. A quella poltiglia addizionavo, con una grattugia per noce moscata, una piccola quantità di gesso colorato. I colori saturi del gesso, la spugnosità del detersivo davano a quella pappa una consistenza e una bellezza da scultura pop. Aveva la caratteristica di asciugare molto in fretta, così potevo aggiungere elementi e decorazioni colorate. Dalle formine da spiaggia venivano fuori torte e pasticcini e tutta una serie di strane sculture fatte di elementi indigesti, forme decadenti come in una sorta di sand-casting saponoso. Ricordo ancora l’odore di sapone bagnato, l’odore del bucato asciugato male, di scarpe da tennis. Confection di Francesca Di Mattio mi fa pensare a quelle chimere, non ho ancora capito se mi piace o è semplicemente un déjà-vu. Entrata nella sala, è una delle opere che ho notato immediatamente. Ricordo di essermi diretta verso Confection senza indugio, ma non perché la ritenessi bella o meritevole di interesse, volevo capire cos’era, come quando si viene attratti da qualcosa di repellente, vorresti staccare lo sguardo ma la curiosità ti fa aprire gli occhi. Sono sculture artificiose, sanno di putrefazione, come le mie soap-casting. La scultura che ho davanti ha tutta l’aria di una torta abbondantemente decorata rovinata al suolo, anzi, quel che rimane dopo che per uno strano sentimento di pietà qualcuno ha provato a rimetterla insieme. Pezzi di vasi, manici a forma di proboscide o code di scimmia, pastorelle di Sèvres e insetti molesti di Maissen, a fare da collante una pappa simile per colore e consistenza alla zuccherina glassa per dolci. Persino alcuni decori simili a riccioli di meringhe e roselline di zucchero fondente sembrerebbero fatti con la saccapoche da pasticcere. I frammenti non sembrano originali, le proporzioni non corrispondono a quelle dei vasi che mi pare di riconoscere, eppure a guardarli restituiscono bene la sincerità delle porcellane a cui si riferiscono: manifattura Maissen, frammenti di ceramica di Iznik, porcellane di Sèvres, gres Jasperwere tutti assemblati in una sorta di grande ammasso in equilibrio precario. Nel tentativo di capire il senso di questa poltiglia potrei dire che l’artista, Francesca Di Mattio, newyorkese, persegua l’obiettivo di verificare i limiti, fino alle estreme conseguenze, del mezzo che si trova a lavorare, fino a produrre effetti piuttosto contrastanti al confine tra il desiderio goloso di dolci e il disgusto, il gradimento di certe decorazioni classiche e la repulsione. Una mosca nel piatto.



All too human

Persi in un App, cerchiamo di ritrovare la rotta.

- Siamo scesi alla fermata sbagliata. Ogni posto di questa città si chiama King, Queen o St. James’s?

- Credo di aver sbagliato a digitare la fermata, ma siamo vicini. Andiamo a piedi.

- Perché non andiamo verso Parliament Square? Oggi finalmente non piove. Saremo più vicini all’apertura della mostra. Lasciamo perdere il parco.

- Voglio andare al parco, se continua così non ci andiamo neppure oggi. Visto che non piove approfittiamone.

- Ma è un’ora che giriamo a vuoto! Che traffico! Cosa sarà successo? Ci sarà la visita di qualche politico?

- Non è che a Livorno la mattina sia meglio. Comunque, siamo quasi arrivati.

- Però potevi anche guardare meglio. E’ possibile che non te ne sei accorto?

- Basta! Non me ne sono accorto, va bene? Vogliamo andare o continuiamo a parlarne?

Il suono delle sirene è un sottofondo irritante. Mezzi della polizia e ambulanze continuano a passarci affianco. Dev’essere successo qualcosa. Man mano che ci avviciniamo alla meta, il numero di pedoni aumenta e con loro i poliziotti con i tabarri gialli. Continuiamo la nostra marcia verso St. James’s Park. L’ingresso è chiuso. Ci sono poliziotti ovunque. La fila aumenta e si assottiglia. Iniziamo a vedere i nastri di plastica arancione che delimitano l’area e impediscono l’ingresso al parco; l’unica scelta è imboccare un sentiero diretto a nord. Una sola scelta, un percorso obbligato ci espelle dall’area. Un paddock di filo arancione e poliziotti gialli indicano percorsi obbligati, anzi un solo percorso direzione Green Park Station.

- Perché ci fanno passare da qui?

- Non lo so. Anche per me è nuovo. Camminiamo e basta.

Si vedono solo pedoni, tutti in fila verso nord. La zona è isolata, transennata. Hanno evacuato e chiuso il parco, isolato Buckingham Palace. Lentamente fanno uscire tutti.
Neppure oggi vedremo il laghetto!

Stamani siamo usciti alle otto dal nostro alberghetto a Paddington, direzione St. James’s Park per una passeggiatina mattutina, in attesa che apra la mostra. Abbiamo l’abitudine di tracciare degli itinerari da percorrere a piedi fino ad arrivare ad una meta. Ci prendiamo sempre del tempo, sappiamo che durante il percorso ci imbatteremo in qualcosa non previsto. Qualche via, le più noiose le facciamo in autobus, poi di nuovo a piedi. Non sempre quello che credi di incontrare è quello che veramente vedrai. In Edgware Road ad esempio abbiamo camminato tra colori e odori familiari. Alle otto del mattino abbiamo visto i fruttivendoli sistemare la merce sulle cassette esterne al negozio, piramidi di mele e pesche, il garzone del bar preparare i bracieri per il narghilè. Qui il Mediterraneo non è idea astratta, un lago di problemi di cui non ci si vuole occupare. All too human. Le vie centrali le abbiamo fatte in autobus. Oggi sono lentissimi, c’è un traffico pazzesco, sirene della polizia, ambulanze. Di nuovo a piedi, facciamo prima. E poi c’è questa cosa che chiudono il parco e transennano la zona. Ci spediscono verso Green Park Station. Dobbiamo andare a Millbank! All too human. La carne e la vernice!
La fotografia, i video, le performance mi avevano un po’ distratto dalla pittura. La pittura inglese è prepotentemente ancorata alla realtà, alla identità di genere, all’appartenenza etnica, alle relazioni sociali e politiche, alla fisicità dei corpi. C’è qualcosa di classico. Siamo riusciti ad arrivare muovendoci secondo uno percorso un po’ tortuoso, ma siamo arrivati.
Entrare in una stanza accerchiata da corpi nudi, grassi, cadenti di Lucien Freud è impressionante, non lascia spazio a fraintendimenti. Quelli lì siamo tutti noi. Brutti, grassi, vecchi, malati, magrissimi, giovanissimi, bianchissimi, tristi o soli. Siamo proprio tutti noi.

Sussidiario

Di recente ho visto un documentario. Una delle modelle di Lucien Freud, penso fosse la modella di Sleeping by the Lion Carpet, 1992, raccontava la sua esperienza nell’ambiente creativo londinese degli anni ottanta. Amica e biografa di Leigh Bowery, mi ha incuriosito.
Freud, Bacon, Kitaij, Auerbach, Saville. Una mostra di carne e vernice. La sala dei dipinti di Auerbach è molto animata. Un ritratto dei primi anni sessanta cattura l’attenzione di molti, soprattutto gli appassionati di pittura materica. Ad attirare l’attenzione è un piccolo quadro, un ammasso di vernice spessa, quasi una scultura. Un signore al mio fianco esulta -It’s a amazing! e con lo sguardo cerca la mia complicità. E’ la prima volta che mi capita di condividere entusiasmo con uno sconosciuto. Di solito si parla con i propri sodali, raramente un estraneo vuole condividere il suo stupore, la sua emozione o disappunto con te, un estraneo, tra l’altro una sconosciuta assolutamente anglo-insufficiente come me. Sorrido e concordo con lui It’s amazing, ha ragione. Un ritratto realizzato con un ammasso di pittura acrilica, trattata come materia plastica. Scatto le mie solite foto diario della memoria, per ricordare Frank Auerbach e il suo appassionato amatore.
C’è qualcosa che ho già visto o meglio ricostruito nella mia mente guardando il quadro di Kitaj, Cecil Court, London W.C.2. L’ho immaginato come una scena de Il Budda delle Periferie di Kureishi. Poi mi sono ricordata che anche il grafico e la casa editrice l’hanno scelto per la copertina dei tascabili. Devo aver sovrapposto il ricordo. L’ho sicuramente visto quando ho letto il libro e ora che riguardo le foto della mostra mi sembra ancora più familiare. 
Tutto ciò che accade in queste sale è letterario, separato. Siamo in una piccola navicella spaziale, il mondo fuori non esiste, ci siamo noi e il mondo dentro di noi. Poi usciamo dalla navicella spazio-temporale e la realtà si mostra in tutto il suo disordine. In Parliament Square c’era stato un attentato. Era questo il motivo di tutto quel dirottare pedoni verso nord, chiudere al traffico automobilistico, gli autobus lenti, l’isolamento di Buckingham Palace e la chiusura del parco. Quel giorno non sarebbe finita lì. Mentre un povero pazzo tentava di spianare pedoni fuori dal Parlamento, senza fare danni troppo gravi, da un'altra parte, vicino casa i danni sarebbero stati più ingenti, i fatti più dolorosi. In un altro mare, il nostro, cadeva un ponte. Anche questo lo sapemmo per caso, più tardi. Da quel giorno ogni volta che vedo un dipinto di Lucian Freud ricordo le braccia spezzate del Ponte Morandi. CONTINUA... in PERDUTI NEL MONDO



[1] Mario Luzi, Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, 1994

sabato 29 giugno 2019

PERDUTI NEL MONDO



Sussidiario

Lo spostamento del girovago urbano non ha più niente a che fare con la flânerie, con il viaggio conoscitivo per incidente, nel quale quello che si scopre non è stato programmato e non si innesta su una competenza preesistente. "Il profilo del girovago urbano che passeggia senza meta è superato, siamo entrati nell’era dello stalker, dei viaggi intrapresi per uno scopo con uno sguardo aguzzo e senza nessun patrocinio" Iain Sinclair, London Orbiral
 
A partire da una cornice ipotetica parto da un punto a caso sul bordo, costruisco labirinti sempre più grandi e tortuosi, allargo lo spazio, aggiungo connessioni fra cose e ricordi, oggetti e riflessioni poi rallento e torno al punto di partenza, fatto un girotondo su me stessa, la finisco lì. Nei vagabondaggi ho trovato spesso istruttivo fissare un itinerario di massima così da avere una rotta e poi perdermi nel groviglio delle informazioni. Non sempre questo modo di fare dà realmente dei risultati, a volte troppi avvenimenti e troppi concetti si affastellano, vado in una direzione e mi sfugge l’essenziale, sono costretta a tornarci più volte. Il risultato è confusione, scorie sedimentate in decenni di disordine. Spesso al disordine contribuisce l’ignoranza dello spazio, della storia, perfino della cronaca presente. Capita che avuto notizia di una mostra l’abbia trascurata, abbandonata per qualcosa che al momento sembrava più invitante, capita che quella mail letta troppo presto, sovrapposta a tanti altri dati spesso inutili, l’abbia scordata. Capita, imboccata la strada giusta, di ritrovare la galleria. E’ aperta. La mostra è di Frédéric Bruly Baubré, un artista della Costa d’Avorio recentemente scomparso, conosciuto in Europa dal 1989 quando il suo lavoro venne esposto a Parigi, al Centre Pompidou, nella celebre mostra Magiciens de la terre che in quel momento particolare della storia occidentale e dell’arte segnalava l’attenzione verso culture non occidentali e in generale verso la marginalità. Molti artisti che hanno un vissuto coloniale come Bruly Baubré hanno un’esperienza lavorativa impiegatizia, alcuni dei suoi lavori sono stati realizzati durante il periodo in cui lavorava come impiegato in uffici governativi. I feules volages sono disegni a penna a sfera e pastello, formato cartolina inquadrati da una cornice di testo, spesso si ispirano al folclore locale o a sue visioni. E’ vero, le storie generano collante sociale, contribuiscono a dare forma alla comunità, almeno in passato è stato così, eppure non sempre riescono ad impedire incidenti, inneschi di odio.

Sussidiario

Alcuni testi dei disegni più noti di Frédéric Bruly Baubré: Antique art africain: Bruly et la scarification o La montée dell’umanité au ciel: un nuage blanc figurant un “enfant”, raffigura una nuvola a forma di bambino; Una divine peinture scriptuaire relevée sur un “fruit banane jaunie”, raffigura una banana con degli strani segni sulla buccia. Bruly Baubré ha creato anche un sillabario universale in lingua Bété di 448 pittogrammi che rappresentano scene della vita e sono sinonimo di parole a sillaba singola. Lettere che ha usato per trascrivere la tradizione orale del suo popolo. Una comunità riunita attorno a racconti e storie.
 
Mi sono resa conto che a prescindere dall’aspetto gradevole, dalla sperimentazione di materiali innovativi i padiglioni temporanei della Serpentine Gallery non sono sempre all’altezza dell’esperienza media e spesso ciò che noi tutti comuni mortali vediamo è un riparo dal sole. Non tutte le architetture hanno avuto la stessa fortuna. Il padiglione del 2017 di Francis Kéré però mi è piaciuto. Ispirato all'albero che funge da punto di incontro, concepito come un microcosmo, cerca di collegare i suoi visitatori alla natura: il tetto estensivo è sostenuto da un pilastro centrale in acciaio, imita il tronco di un albero e in questo modo permette all'aria di circolare liberamente mentre offre un rifugio contro la pioggia di Londra e il caldo estivo. Potrei definirlo uno smisurato, ma bellissimo, ombrellone. Tutti a cercare un riparo, qualcosa a cui appigliarsi persi nelle micro diaspore che ci riguardano, popoli interi e piccole comunità perse tra le case di mattoni. Basterà un simbolo a attenuare gli scontri, gli odi razziali?

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Ho visto Brike Line il film di Sara Gavron tratto dal romanzo di Monica Ali sulla comunità bengalese, di origine rurale, la più numerosa in questa zona di Londra che dai tempi degli Ugonotti francesi è il quartiere nel quale permangono da sempre i nuovi immigrati prima di spostarsi in altri quartieri. Al tempo della sua realizzazione, il film creò non poche polemiche all’interno dei gruppi più ortodossi, al punto che la produzione decise di girarlo in altre zone di Londra. A distanza di qualche anno, oggi quest’area è la visione turistica di se stessa. Hanno perso tutti.
Ricordarsi di andare a vedere Bangla di Phaim Bhuiyan, ambientato a Torpignattara.

La comunità non è mai un rifugio, un idilliaco conservatore di tradizioni che non implichino scontro e delusioni. Come ben sapeva anche Maria Lai, le storie e, i luoghi nelle quali si raccontano, sono la linfa di una comunità, ma anche covi di serpi, luoghi in cui districare i nodi, rendere innocui i veleni. Il progetto del lavatoio di Ulassai realizzato con Costantino Nivola, ha consentito un’operazione di recupero sia del monumento che dell’uso che ne veniva fatto, un luogo di socialità, prima che entrassero nelle case le lavatrici. La tradizione del contos, della poesia orale, della letteratura nasce dalla socialità. Spesso le opere hanno origine in una leggenda, come quella di Legarsi alla montagna. La comunità si aggrega attorno alle storie. L'arte come risorsa.

Sussidiario

E’ la fine degli anni Settanta. La crisi della pastorizia, lo spopolamento dei piccoli centri, il miraggio del petrolchimico, l’emigrazione. L’amministrazione comunale di Ulassai, il suo paese, ha in mente un monumento ai caduti e per la sua realizzazione pensa a Maria Lai, che rifiuta di realizzare un monumento di questo tipo, propone in cambio “Legarsi alla montagna”. L’idea nasce nel 1979 e, ci vorranno ben due anni prima che il progetto possa prendere forma. Il progetto è molto più complesso di un monumento ai caduti, è un monumento ai resilienti. L’idea è quella di un’opera che coinvolga, nei due anni successivi, tutto il paese. Due anni di incontri e scontri che mettano d’accordo le persone, superino le inimicizie, le fazioni, che creino quei legami necessari per la comunità. Scegliendo quest’ultima e non le pietre Maria Lai ha innescato un meccanismo che non si è più fermato. La leggenda: durante un furioso temporale, una bambina è attratta da un nastro che vola nel cielo ed esce dalla grotta dove si è rifugiata. Un gesto a prima vista sconsiderato la salverà da una frana devastante. Un elemento poetico, un sogno, qualcosa di colorato opposto al degrado, all’inimicizia. Un racconto, un'artista, una comunità, una montagna e ventisei chilometri di stoffa azzurra.

L’idea di comunità sognata o reale, aspirazioni e vita concreta, radici, tradizioni o acquisizione di modelli preconfezionati imposti dall’alto, sincera spiritualità comunitaria, senso del sacro sedimentato di generazione in generazione o fuochi fatui, non è facile decifrare i segnali dell’uno o dell’altro. Ci sono i luogo sognati e la realtà vera. Ci sono luoghi immaginati e luoghi vissuti. La Sardegna che ho vissuto non è quella del turista medio che immagina una terra di vip in bikini circondato da greggi di pecore. C’è stata un’epoca, forse ancora è così, in cui la Sardegna veniva immaginata come un luogo esotico al pari di isole caraibiche. Per me è stata un terreno di esperienza. Anche la Toscana vive questa contraddizione. C’è San Gimignano pulita e medievalmente vendibile e c’è Livorno. C’è una terra da cartolina come la Val d’Orcia e i luoghi concreti, veri come i capannoni nella aree industriali di Prato, San Donnino, Osmannoro. Gli artisti come al solito cavalcano le contraddizioni. Un paio d’anni fa, il pittore Liu Xiaodong, per un progetto di residenza artistica si è ispirato a questi luoghi, alle contraddizioni del paesaggio sognato e del paesaggio vissuto. Ha deciso di realizzare alcuni dipinti di paesaggio rappresentanti la Toscana sognata, la Val d’Orcia e i luoghi della vita reale di Prato dove vive la comunità cinese più popolosa d’Italia, ormai arrivata alla terza generazione.

Sussidiario

La serie Chinatown di Liu Xiaodong rappresenta persone e luoghi incontrati durante il suo soggiorno. Nate dalle esplorazioni e dalle fotografie fatte dall’artista nel Macrolotto Zero, punto di arrivo della migrazione cinese a Prato tra gli anni Ottanta e Novanta, ritraggono momenti banali della vita di queste persone, colte in tutta la loro dignità e normalità. Si incrociano sulle tele i temi l’appartenenza identitaria, il conflitto e i destini incrociati delle due città di Prato e Wenzhou, luogo di provenienza della maggior parte dei cittadini cinesi presenti nella città toscana, che rivela la particolarità sociale e storica della migrazione cinese a Prato.

La prima volta che sono stata a Prato pioveva. Con Roberto ci siamo persi e ritrovati a China Town. Andavamo al Centro Pecci, per arrivaci con l’auto non è necessario entrare nel centro storico, per questo conoscevo i margini esterni della città e niente di più. Ci siamo tornati molte volte da allora, soprattutto dopo la riapertura in occasione dell’ampliamento, l’ultima volta per vedere Tomorrow Is the Question di Rirkrit Tiravanija.
Ho scoperto la Prato medievale e ottocentesca qualche anno fa, arrivata in città col treno, in una giornata di sole di fine estate: il fiume, il castello federiciano, il duomo, i vecchi opifici.

Sussidiario

Tomorrow Is the Question di Tiravanija riattiva a distanza di anni il progetto dell’artista Jùlius Koller. Koller installò nel 1970 in uno spazio espositivo di Bratislava tavoli da ping-pong e invitò i visitatori a giocare. Tiravanija ha riempito una delle sale del museo Pecci di Prato di tavoli da Ping-pong su cui campeggia la scritta “domani è la questione”, invitando il pubblico a prendere parte alla mostra giocando e incitando quelli che giocano.
La questione del futuro è la questione dell’impegno comune, mi sembrava interessante parteciparvi.

Nei rapporti tra Regno Unito, ex colonie e cittadini del Commonwealth, le antiche dinamiche e i nuovi rapporti hanno dato vita sia in letteratura che nell’arte visiva a opere sorprendenti. L’artista inglese di origine nigeriana Yinka Shonibare lavora sull’identità e per le sue opere trae ispirazione dal mondo coloniale vittoriano, lo stile del dandy e le sue mitologie.
Le installazioni di Shonibare che vidi qualche tempo fa a Firenze mi fecero pensare a certi statue processionali come la Madonna Assunta. Il manichino di una statua processionale non è molto diverso da una stampella, è il corredo a definirne lo status. Il manichino è composto sostanzialmente di una testa di legno montata su un torso di pagliericcio a cui sono attaccati gli arti di legno; possiede un corredo di abiti e accessori, scarpe, parrucche e gioielli che la definiscono, ne determinano l’identità. Se l’aspetto devozionale non compromettesse il rispetto religioso dovuto a questi oggetti, un manichino con differenti abiti e accessori potrebbe benissimo interpretare differenti santi. Anche le sculture di Shonibare indossano la loro identità, sono strutture metalliche, niente di più, a definirle sono gli l’abiti. Per la confezione degli abiti che hanno una foggia vittoriana molto precisa, utilizza l’african wax prints, il tessuto cerato olandese con cui sono cuciti gli abiti tradizionali africani. La storia di questa stoffa è la storia dell’economia coloniale, imposizione di merci e schiavitù. Stoffe in cambio di corpi. Queste stesse stoffe sono oggi sinonimo di tradizione e appartenenza.

Sussidiario

L’african wax prints è un batik realizzato in olanda nel negli anni sessanta dell’ottocento per il mercato indonesiano, che non lo prese affatto in considerazione in quanto veniva ritenuta una stoffa di fattura mediocre. Stranamente diverrà l’emblema dell’eleganza africana. Gli olandesi che avevano dei porti in africa iniziarono a smerciarlo in quella che veniva chiamata la costa d’oro, attuale Ghana, da cui si diffuse in molte aree dell’Africa divenendo una stoffa tradizionale.

Roman holiday

L’estate scorsa abbiamo intrapreso un altro dei nostri viaggi-escursione, questa volta in auto, da Perugia direzione Ostia antica. La mia mente traccia linee di collegamento a cui non avevo mai fatto caso: una mappa di desideri monchi da completare come un puzzle. Viste le connessioni emotive determinate dalle visioni infantili, l’antico porto romano si è rivelato quasi una visita a parenti lontani. Dei tanti edifici che volevamo vedere c’erano i tre mitrei menzionati sulla guida, due quel giorno erano chiusi, l’unico visibile era interessante, ma per certi verso non soddisfacente. Poi, casualmente, vagando in rete, abbiamo scoperto che nel 2017 è stato riaperto al pubblico il Mitreo di Londra: eretto nel III secolo dopo Cristo da un certo Vulpius Silvanus, veterano dell’esercito romano. Il desiderio parzialmente realizzato di visitare questo tipo di tempio ci ha condotto in una Londra inconsueta; il tempio si trova in piena City, circondato da palazzi di vetro e cemento, nei sotterranei del Bloomberg building, una società che si occupa di media, tv e comunicazione, proprietà dell’ex sindaco di New York.
La ricerca di un mitreo nella City può risultare difficoltoso, soprattutto per chi le aree archeologiche le ha sempre visitate in piena campagna o semplicemente all’aperto. Lo sguardo fa fatica a riconoscere la differenza tra una banca, un palazzo adibito a uffici finanziari e un mitreo. Quel giorno pioveva. Ma va? Chissà come mai.

- Come sarà il suo involucro?

- Un grattacielo in vetro, immagino.

Cercare qualcosa di cui non conosci la forma, peraltro sotto la pioggia, è snervante.

- Hai controllato l’indirizzo?

- L’indirizzo è giusto. Dovrebbe essere qui.

D’un tratto lo sguardo cade sulla porta a vetri di un edificio che avevamo scambiato per una banca. Una scritta grigia: London Mitreum, Bloomberg SPACE. Una meraviglia.

Sussidiario

Ritrovato negli anni cinquanta durante gli scavi per la ricostruzione dell’area est di Londra dopo i bombardamenti della guerra. Spostato e ricostruito in Queen Victoria Street oggi è tornato nella sua sede originale. Sappiamo che il tempio fu eretto da Vulpius Silvanus soldato della II legione Augusta, nel III secolo, da un’iscrizione incisa su un altare, ritrovata durante gli scavi dell’area a fine ottocento.
Costruito a pianta rettangolare, dieci metri per cinque, al contrario di molti mitrei, non è stato realizzato nella sua forma ipogeica bensì in alzato. In un primo tempo gli archeologi pensarono fosse una basilica paleocristiana: tre navate divise da due file di colonnine, un’area per l’altare, sedili lungo le pareti. Il ritrovamento di alcuni resti tra i quali una testa raffigurante mitra ne hanno consentito la corretta attribuzione. Dopo gli scavi archeologici in occasione della costruzione del nuovo palazzo di Bloomberg, la struttura è stata ricollocata nel sito originale, musealizzata e aperta al pubblico.

Ci accoglie uno Stuart clone dei commessi di via Tornabuoni, stesso abito, bellezza, età. E’ gentile, sorridente ci avvolge di parole setose, efficaci allo scopo e ci consegna due tablet per la visita. L’ingresso è gratuito ma su prenotazione. Oggi non c’è molta gente handsome guy ci fa entrare. Fradici e un po’ confusi cerchiamo di capire come funziona lo spazio. All'ingresso un progetto d'arte contemporanea dell'artista argentino  Pablo Bronstein. Nella prima sala, su una teca verticale alta fino al soffitto, è collocata una selezione di oggetti ritrovati nell’area durante gli scavi preliminari all’edificazione del Bloomberg building. L’esplorazione ha consentito la raccolta di nuovi dati ed è stato possibile riportare l’edificio nel suo sito originale. Dopo il ritrovamento nel 1952 era stato smontato e collocato altrove, a circa duecento metri. Il motivo? Non so dire. Sono numerosi gli oggetti in cuoio e legno, di solito difficili da trovare integri, ma come testimoniano i recuperi nell'area del Vallo di Adriano, la composizione del terreno di quest’isoletta è particolarmente adatto alla conservazione di materiali deperibili, che come al solito sono quelli più appassionanti: scarpe, oggetti in cuoio, porzioni di porte, chiodi, coltelli col il manico in osso, gioielli e tavolette di cera, le antenate analogiche del nostro tablet. Il conto alla rovescia di un orologio a cristalli liquidi, piuttosto voluminoso, collocato su una parete, scandisce il tempo tra un ingresso e l’altro al vero e proprio monumento, che si trova sette metri sotto i nostri piedi. Nell’attesa consultiamo le postazioni digitali sistemate in una stanza dalla luce soffusa. Attraverso un sistema intuitivo, abbastanza semplice, leggiamo la storia del sito, alcune piante illustrano l’impianto architettonico e la funzione dei vari elementi, il tutto è sintetico ma efficace. Le sculture esposte sono poche, tra queste una testa di Mitra. Mentre leggiamo le schede didattiche teniamo d’occhio il countdown. E’ ora. L’ingresso al tempio avviene passando per una scala molto ampia, che lungo il muro riporta una time line: 1941 una bomba distrugge l’edificio che si trovava in questo sito, 1838 incoronata la regina Vittoria, 1666 il grande incendio di Londra e, sette metri sotto l’attuale piano stradale, sull’ultimo scalino, 410 dopo Cristo, data di fine della dominazione romana. Ci troviamo a livello del piano stradale dell’antica Londinium. Entriamo in una sala dall’illuminazione soffusa, i resti mostrano chiaramente la pianta dell’edificio e la divisione degli spazi. Giriamo attorno al perimetro lungo una passerella, sul fondo, su una lastra di plexiglass è collocato un disegno della famosa rappresentazione del mitra tauroctono. Mentre osserviamo i vari elementi architettonici rimasti, dalla penombra sorge in forma olografica l’alzato del tempio, si sentono voci arrivare dal passato, i “fantasmi” si muovono, ne sentiamo i rumori, parlano tra loro. L’ologramma e i suoni permettono ai visitatori un’esperienza sensoriale e allo stesso tempo conoscitiva. Il viaggio a Londinium prosegue a pochi metri da qui, sotto la Guildhall Art Gallery. Sotto l’edificio, danneggiato anche questo dai bombardamenti del 1941, sono stati ritrovati i resti di un anfiteatro del II secolo d.C. Anche qui i giochi di luci ricreano le scalinate, i posti a sedere nonché le sagome degli spettatori e dei gladiatori. Dell’edificio restano solo alcuni frammenti di mura dell’ingresso orientale; è possibile concepirne le dimensioni dall’esterno, sulla piazza sono segnati i punti che delimitavano l’edificio, così da dare un’idea delle reali proporzioni. Poteva contenere 6000 posti. In un’area di dimensioni modeste, circondata da edifici moderni, per poche ore fingiamo di essere a Londinium.
Bizzarro.
Tornati in quell’angolo di Liguria che abbraccia la Toscana, dopo qualche giorno decidiamo di visitare Luni, l’antica città romana. Profumo di macchia, salmastro e i resti di un anfiteatro. In primavera avevamo visto la fortezza di Sarzanello, e ci eravamo resi conto che non avevamo mai visto Luni. Una scelta totalmente sganciata da ciò che avevamo visto a Ostia e poi a Londra, non pensammo affatto ad un qualche legame, eppure, l’anfiteatro di Luni ha completato l’opera. Un luogo ha permesso l’emersione dell’idea dell’altro, ogni frammento ha illuminato qualcosa che sembrava ancora in ombra. Sullo sfondo il disegno di un mare affollato di polpi, cernie, calamari, sardine, conchiglie realizzato con piccole tessere musive bianche e nere sul pavimento di un edificio scomparso: Turris.

Bibendum
Lo so, tutti cercano la maniera per saltare la fila, eppure ci sono contesti e contesti, certe file vanno percorse e vissute; mi piacciono particolarmente quelle di composizione ultra internazionale dove c’è la ragazza giapponese con trench Burberry color cachi, calzine bianche, sandali e borsetta Vuitton o quella, sempre giapponese, stilosissima con gonna di seta plissettata, t-shirt bianca e sneakers ultra lucide, brillanti; più avanti trovi sempre una coppia cinese ottantenni con cappellino antipioggia e impermeabile di plastica. Adorabili! Poi ci sono i nordici: russi, scandinavi, tedeschi che a qualsiasi temperatura vanno in giro in canottiera e sandali; sono inquietanti almeno quanto quelli che in valigia mettono un po’ di questo e un po’ di quello, perché forse farà caldo oppure pioverà. Nelle città a forte affluenza turistica, soprattutto in Italia, incontri indifferentemente chi sembra andare in spiaggia e altri pronti per scalare le alpi. Personalmente prediligo chi abbina elementi di abbigliamento di varie stagioni, lunghezze e materiali a caso. Io mi identifico molto con questa categoria, perché ho difficoltà a fare la valigia. Da molti anni ho un metodo quasi scientifico, la mia appare come una divisa, ma raramente rischio l’effetto calzoncini e stivali da pioggia e, quando accade è voluto, così per autoironia. Mi vesto a strati. Sembro ancora più cicciona. Se appaio in qualche foto, ed è raro perché le scatto io, sembro il Bibendum della Michelin. C’è una foto, che mi ha scattato Roberto, mi piace molto, ho le gambe sottili e il busto cubico, outfit zen londinese: metti la giacca, togli la giacca, metti la giacca, togli la giacca. Orripilante! In realtà rappresenta benissimo il tipo di contesto psicologico che vivo in queste occasioni, sempre inadeguata all’idea che vorrei dare di me. Se sono presente, l’immagine è riflessa sui vetri dei dipinti, sulle teche delle opere. Un dipinto protetto dai vetri riflette l’ambiente circostante, riflette me. Tutte foto sbagliate. Mi diverte costruire immagini sfuocate, incerte dove appaio un fantasma nell’arte, perché in fondo è così che mi sento. Tuttavia, Bibendum esiste e vive a Chelsea alla Michelin House, un edificio proto-déco degli anni dieci, in ferro cemento, vetrate colorate e ceramica. E’ stato il garage dei noti pneumatici, la celebrazione dell’automobile, della velocità, realizzato con il materiale più antico della storia dell’homo faber: l’argilla. Oggi è un ristorante, eppure sembra la stazione dei pompieri versione lusso del film Ghostbuster.
Proprio a Chelsea ha avuto una fabbrica di ceramiche William De Morgan ceramista e scrittore, collaboratore di William Morris, preraffaellita, figlio del matematico Augustus. Ispiratosi alla ceramica medioevale araba e mediterranea, applicò la simmetria speculare alle decorazione di piastrelle e piatti vittoriani realizzando fiori, pesci, pavoni e draghi usando una tavolozza di origine persiana. Non è paragonabile a ceramisti di alta levatura comunque interessante. Alla mostra ho comprato quattro spillette tratte dai suoi piatti ceramici arabeggianti alla modica cifra di 2 pound. Souvenir vittoriani di pura plastica, made in Cina. Gli inglesi pensano di essere ancora un impero e inciampano sui loro stessi sogni di grandezza. C’è confusione.
All’attuale disordine si è ispirato Grayson Perry, artista seducente e ironico, che dei materiali tradizionali, dell’artigianato ha fatto il suo terreno di lavoro e ha scelto la ceramica per rappresentare lo scontro sempre più grottesco e ripiegato su se stesso tra Brexiteers e Remainers. Due vasi di forma classica sfruttano il bagaglio iconografico e la dimensione domestica per condurci in un'altra dimensione, perturbante e incerta. Sfruttando i social media, ha invitato il pubblico britannico a contribuire a idee, immagini e frasi per coprire la superficie dei due enormi vasi: uno per i Brexiteer e uno per i Remainers.

 

Sussidiario

Per l’apertura della mostra The Most Popular Art Exhibition Ever! Alla Serpentine, Gallery Grayson Perry ha creato Long Pig, un enorme salvadanaio dalla tradizionale forma a maialino, in questo caso a due teste, una sorridente e l’altra arrabbiata e undici fessure riconducibili a categorie sociali considerate perdenti o vincenti. Mi sono sentita parte in causa.

Trovare un posto dove stare non sempre è facile. Appartengo ad una categoria? A quale categoria vorrei appartenere? A Quale realmente appartengo? Galleggiamo in uno stato di sospensione per cui non si è mai appagati, uniamo a questo una perenne condizione di incertezza acquisita e ciò che ottiniamo è un disastro. L’ironia può essere uno strumento di affermazione. Perry ad esempio si presenta in pubblico impersonando il suo alter-ego Claire, una figura femminile vestita come Alice del film Disney.
Lo stato di sospensione determinato dalla Brexit è un Drama-comedy, un’esperienza surreale, persino le persone che hanno partecipato con i testi alla scrittura dei vasi hanno probabilmente già cambiato idea.
Questa faccenda mi fa ricordare il film Jumanji. Dei ragazzini trovano un gioco da tavolo che si rivela svincolato dalle scelte dei giocatori, uno svago da cui potrebbero non uscire mai più. Non hanno idea di ciò che potrebbe accadere veramente una volta avviato, tant’è, curiosi come scoiattoli, lanciano i dadi, per provare. Il primo tira e si ritrova quarant’anni nella giungla, inseguito da qualsiasi tipo di predatore. Spera nell’altro giocatore, che rilanci, lo liberi, ma l’altro si è scordato, non sa più del gioco, sono passati anni. Mentre la sua vita continua in una corsa senza fine, potrebbe accadere che il suo compagno non tiri mai più i dadi, che il gioco si fermi lì. Brexit or Remain?

Sacri monti

La Città di Gerusalemme di San Vivaldo è un Sacro Monte, nel comune di Montaione provincia di Firenze. Immerse in un bosco, una serie di cappelle e casette ricostruiscono la topografia dei luoghi sacri di Gerusalemme legati alla vita di Cristo: la valle di Giosafat, il giardino degli ulivi; una compensazione per chi non poteva recarsi in pellegrinaggio in Terra Santa e immaginava di percorrere le vie di una città desiderata. Ogni costruzione, simile ad una casetta nel bosco, ad una cappella o una piccola chiesa di campagna riserva al suo interno una sacra rappresentazione in terracotta raffigurante una scena del nuovo testamento. Dopo le piogge torrenziali di questi giorni ci tornerò, stavolta accompagnata dallo sguardo lucido di Edith Warthon che durante un viaggio, non paga delle notizie apprese, aprì una questione di attribuzioni.

Sussidiario

Nel 1893 Edith Warthon, la famosa scrittrice newyorkese, visitò il santuario di San Vivaldo per vedere alcune grandi statue di terracotta attribuite a Giovanni Gonnelli, scultore del XVII secolo, di cui aveva sentito parlare. Ricordava di aver visto al Bargello opere simili “alcuni dettagli di capelli e panneggio” “la ricorrenza dello stesso tipo di faccia” notevoli esempi di arte del Quattrocento, in questo caso in ritardo. L’intuizione fu che non c’era ritardo ma le opere potevano essere benissimo di scultori quattrocenteschi. Chiese ai fratelli Alinari di scattare alcune foto e le spedì al professor Enrico Ridolfi, allora direttore dei Musei Reali di Firenze. Viste le foto il professore si convinse dell’errore di attribuzione. Studi recenti attribuiscono una somiglianza stilistica all’opera di Giovanni della Robbia a tre su cinque dei gruppi fotografati. La Warthon Pubblicò il suo resoconto in un articolo del 1895 e in seguitò riportò l’episodio in Scenari italiani, pubblicato nel 1905.

Vasi, cornucopie, ghirlande, madonne, crocefissioni, santi e angeli invetriati; sobborghi operai e case borghesi, palazzi vittoriani rivestiti di stucco bianco, insulae romane, pavimenti di conventi, chiostri maiolicati, stazioni della metropolitana. Fango, sempre fango, origine del mondo.
Alcuni nuovi scenari hanno necessità di tempo per armonizzarsi con il paesaggio o l’ambiente urbano. E’ pure vero che non tutto risulta a prima vista piacevole o accogliente. Nei pressi della stazione di Edgware Road, cercando di evitare la pioggia a scrosci, alla ricerca di una nota galleria d’arte, faccio notare a Roberto - che nel frattempo punta la sua App-bussola alla ricerca dell’indirizzo- qualcosa di colorato, un edificio dissonante. Ricorda edifici visti in Italia dove fino agli anni settanta era possibile trovare palazzi rivestiti in mattonelle. Un ospedale? Ci avviciniamo, ci giriamo intorno, scatto le mie foto sbilenche. Troviamo una targa. Ci informa che si tratta di un intervento di arte pubblica. Nel 2012 l’artista belga Jacquelin Poncelet ha realizzato un opera non apprezzata moltissimo dagli abitanti del quartiere, soprattutto non nell’immediato, un muro di rivestimento realizzato con 700 pannelli di piastrelle in smalto vetroso, che rimandano a decorazioni tradizionali o semplicemente evocative del patchwork delle comunità locali. Questa zona di Londra è abitata soprattutto da nord africani e arabi: marocchini, libanesi, egiziani. Alle otto del mattino i tavolini fuori dai bar accolgono i mattinieri del narghilè. Basterebbe una visita al V&A per capirne le implicazioni antropologiche, estetiche e sociali. Tutto torna, l’enorme edificio colorato ospita gli uffici della metropolitana di Londra. L’evocazione del materiale ceramico in un’opera di rivestimento parietale riporta alla memoria vecchie tradizioni architettoniche locali poiché molte vecchie stazioni della metro conservano ancora il loro rivestimento in ceramica, alcune sono anche molto belle. Nella storica stazione di Edgware Road, le finestrelle della biglietteria, non più in uso, sostituite da pratiche biglietterie elettroniche, sono in ceramica verde.
 

Attraversamenti

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Di recente ho trovato alcuni libri di viaggio, non li cercavo, mi sono venuti incontro. Trans Europa express e Annibale di Paolo Rumiz che non ho ancora letto e, Viaggi e altri viaggi di Antonio Tabucchi. Nei charity shop è facile imbattersi nei lasciti di eredità inattese. Cosa tenere dei libri di nonno o di zia? Buona parte finiscono nelle bancarelle dell’usato o dagli Amici della Zizzi. Il mondo che ho visto di Mario Praz assieme a Virginia Woolf di Quentin Bell (che per me equivale ad un libro di viaggio) provengono da altrettante eredità casuali.
Io sono quell’affine che non ti aspettavi, prendo in consegna la tua eredità libraria non apprezzata. Un affido temporaneo, a suo tempo migrerà dalla mia verso un’altra libreria.

L’attesa del treno può essere noiosa. La mentalità diffidente che ha colonizzato il sentire sociale non ammette che ci si possa appisolare sulle scomode panche di una sala d’attesa (solo treni di lusso ammettono un’attesa intima, priva del guardiano sospettoso). La stanchezza del viaggiatore è ammessa in pochi casi, gli altri sono sottoposti al giudizio di un guardiano dallo sguardo diffidente, un dipendente vestito dei panni del secondino. E’ accaduto anni fa in certe stazioni: Milano, Roma, Firenze. Non ne so più tanto, oggi alcune di quelle stanze sono state trasformate in sala slot, negozi di souvenir. Appisolarsi sulla panca di una sala d’attesa faceva parte del pacchetto stazione, attesa del treno o di un amico. Ho sperimentato che al contrario questa diffidenza non fa parte del manuale del dipendente aeroportuale, che ha altre priorità. Superato il check-in non sei più estraneo alla struttura, puoi aprire il tuo sacco a pelo, puoi accamparti con la tua cucciolata come fossi sul tappeto del salotto di casa. Nessuno commenterà. E’ invece chiaro che la dimensione aperta della stazione ferroviaria non lo permette. In stazione sei sempre potenzialmente abusivo. La diffidenza ha colonizzato la nostra idea di sala d’attesa, piccolo salotto per accogliere te viaggiatore che transiti. Alla diffidenza spesso si associa l’idea che tu sia soltanto un consumatore, uno da imbonire per l’acquisto di chi sa quale affare del millennio. Bonifacio, Corsica. Sala d’attesa. Il traghetto per Santa Teresa ha un leggero ritardo, dalla colonnina di una postazione touch screen turistica proviene in loop, ad un volume altino, direi, Alleluia di Leonard Cohen nella versione un po’ stucchevole, sì, bella, ma stucchevole di Jeff Buckley. Provate ad ascoltarla per due o tre ore di seguito, la troverete diabetica. E’ passato qualche anno, posso raccontarlo. Ci siamo avvicinati alla colonnina, studiato l’utilità del video che andava in loop, niente di vitale per il viaggiatore e, abbiamo staccato la spina. Sì, l’abbiamo fatto, silenziato Jeff Buckley.
E’ una canzone che non posso più sentire senza ridere. I tecnici di quella colonnina pubblicitaria sono consapevoli di aver trasformato una ballad sentimentale e romantica in una battuta di spirito?

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 “Di solito le stazioni non si visitano, vi si transita. Un antropologo contemporaneo Marc Augé, le ha inserite, con gli aeroporti e i supermercati, nel suo libro Non luoghi, gli spazi architettonici della nostra epoca nei quali passiamo buona parte del nostro tempo ma dove viviamo una vita “sospesa”, perché sono spazi di uso e di passaggio, una sorta di limbi urbani. Nel saggio di Augé la stazione di Washington meriterebbe una postilla di eccezione: non è solo un luogo da cui arrivare e da cui partire, ma da visitare con soddisfazione per la bellezza architettonica” Antonio Tabucchi, Viaggi e altri viaggi

I musei si sa, oggi hanno dimensione colossali. E’ raro visitare un museo importante in poche ore, a patto che, in quanto visitatore avveduto, tu non decida quali sale e quali artisti vedere, rimandando ad un’altra visita altre sale, altri artisti. Questo non toglie che la stanchezza possa arrivare improvvisa. Quando un museo è una ex stazione ferroviaria, un velo di ironia si sostituisce al disagio. Dopo una mattinata passata alla Gare d’Orsay, è possibile sentire l’esigenza di sedersi sulle panche di quella sorta di balconata, che permette di osservare la navata centrale dove un tempo correvano i binari, lasciandosi cullare dal brusio dei visitatori, ipnotizzati dalle lancette dell’orologio, ancora al suo posto. Ci siamo addormentati. Al risveglio per conservare le nostre facce stravolte ho scattato delle foto (non avevo uno smatphone, quindi non si chiamano selfie). Foto alle nostre facce sfatte. Una in particolar modo mi è sempre piaciuta: sono io che sbaciucchio Roby ancora addormentato. Per anni quell’immagine l’ho appuntata al cappotto montata su una spilla.
La stazione di Washington di cui parla Tabucchi, non è l’unica meritevole di una visita, a mio parere a differenza di altri non luoghi come aeroporti e supermercati, le stazioni sono strutture architettoniche al confine tra modernità e surmodernità, non sono solo luoghi di transito, mantengono nella struttura e nell’uso motivi per cui le si può abitare e visitare. Gli aeroporti sono asettici come ospedali, i supermercati standardizzati dalle scatolette, le stazioni hanno storia. Alcune stazioni oggi sono musei, come la Gare d’Orsay, che pur nella sua nuova veste mantiene quel fascino dell’attesa, altre sono divenute iconiche per essere state soggetto di dipinti famosi, la Gare di Saint Lazar di Monet oppure, luoghi di fantasia letteraria, che per noi lettori di vite altrui divengono mitiche. Non tutte semplicemente si attraversano. Tabucchi ha detto una cosa vera, ci sono stazioni che meritano una visita, raccontano ben più di ciò che vediamo dal finestrino del treno. Tempio Pausania ha una deliziosa biglietteria in legno e merita una visita per i dipinti di Giuseppe Biasi. Edgware Road Tube Station di Londra ha una scala a chiocciola molto interessante, ma sono gli sportelli della biglietteria in ceramica che mi hanno ammaliato. E, che dire, di quel sali scendi da una stazione all’altra che è il museo diffuso della metropolitana di Napoli? Linea 1: Garibaldi, Università, Municipio, Toledo, Dante, Museo, Materdei, Salvator Rosa, Quattro Giornate, Vanvitelli e ritorno.
 
Low coast

A definire i tratti di una località a volte concorrono pochi elementi, in alcuni casi rappresentati da edifici storici, monumenti celebrativi, strade, il sentimento comune poi contribuisce a cristallizzarne l’immagine. Di Assisi la Basilica di San Francesco, di Pisa la torre, di Genova nell’immaginario c’è il porto. Per me Genova sin da bambina è stata anche l’altro capo di un filo emotivo che mi legava ad uno dei luoghi di mio padre, ma in generale un’idea di altrove dal sentore familiare. Certo, Genova è per un isolano la prima tappa verso il continente, il porto, le navi. A Genova quelli delle isole ci arrivano sempre dal mare, assonnati, stanchi con in bocca il sapore di un pessimo caffè e l’odore di nafta nelle narici. Genova raggiunta dalla terra ferma, dalla costa tirrenica, ha invece il profumo del corbezzolo e del lentisco, essenze nate dall’abbraccio tra Liguria e Toscana, già Mediterraneo; le voci hanno un’inflessione familiare, i suoni sono quasi isolani. Una linea invisibile unisce la terraferma con Bonifacio, Maddalena e per sentieri imprevisti del destino arrivano a Porto Torres.
Il nostro primo, per ora ultimo, viaggio con un autobus low coast ha avuto come destinazione proprio Genova. Con Roberto abbiamo vagabondato per la città vecchia, scesi alla darsena e passeggiato per l’angiporto, visitato la biosfera, risaliti verso il Duomo, visitato i palazzi della Genova rinascimentale, e in collina il museo d’arte orientale Chiossone. Da qui abbiamo ammirato la città dall’alto. Ho sentito la voce di Caproni
Genova mia città intera. / Geranio. Polveriera. / Genova di ferro e aria, mia lavagna, arenaria. / Genova città pulita. / Brezza e luce in salita. Genova verticale, / vertigine, aria, scale. /Genova nera e bianca. / Cacumine. Distanza. Genova dove non vivo, / mio nome, sostantivo (…) Genova di Livorno, / partenza senza ritorno. / Genova tutta la vita, /mia litania infinita. (…)
Mi piacciono i micro mondi che sono le serre di ferro e vetro, i giardini botanici, le biosfere. Una biosfera mi riporta alla mente sempre Stephen King, che scrisse The Dome, la storia di una cittadina americana chiusa dentro una palla di vetro.
Proseguiamo il vagabondaggio. Il caldo ci conduce infine di nuovo verso il mare al borgo di Boccadasse. Concludiamo una meravigliosa giornata low coast con un oste burbero e una birra eccezionale, sonnellino alla spiaggetta di sassi, neppure tanto scomodi, alla faccia del metodo Abramovic. Rientro a tarda notte, esperimento riuscito.
Quando i primi bus low coast hanno iniziato a percorrere le strade italiane, le compagnie, come era accaduto con i voli, vendettero biglietti a prezzi veramente bassi, stracciatissimi. Specchietti per le allodole. Noi abbiamo voluto provare a fare le allodole. All’inizio le tratte erano due o tre, ognuna toccava più città nell’arco di dodici ore. Abbiamo scelto la tratta Roma-Milano, siamo saliti a Pisa e scesi a Genova. Il difetto di questi viaggi è l’orario delle stazioni intermedie. Partenza da Pisa alle 5,30 del mattino, rientro alle 00,30 circa, tutto all’incredibile costo di 2 euro a persona.
Ho vissuto la maggior parte della mia vita a Porto Torres, l’antica Turris Libisonis. Ho sempre abitato a pochi metri dal porto, le sirene delle navi e le campane della chiesa erano la colonna sonora, l’odore di salmastro misto a nafta, il profumo. Ho sviluppato un imprinting verso le città portuali, la stessa attrazione riguarda le aree archeologiche. Da bambina vedevo le statue acefale dei magistrati della città romana, custodi silenti di un mondo lontano nell’androne del palazzo comunale. Tutto aveva un’aria familiare. La domenica mattina incontravo gli amichetti del coro in una delle basiliche romaniche più belle che conosca, San Gavino: doppia abside, una doppia teoria di colonne romane di spoglio, sarcofagi e frammenti dell’antica colonia. Illuminato dal sole proveniente da un portale gotico-catalano ci accoglieva un angelo barocco reggi acquasantiera, bellissimo. Le dita della mano invitavano all’abluzione: elegante posa degli angeli barocchi che avrei visto ancora anni avanti. E poi i resti della città, le terme, le strade, gli edifici. La mia prima gita scolastica, alle elementari, si svolse qui, in un’area chiamata Palazzo di re Barbaro. Immaginando fossero i resti del sontuoso palazzo del governatore della diocesi di Corsica e Sardegna, la fantasia popolare l’aveva definito così, in realtà si tratta di edifici termali tardo imperiali. Fu la prima volta che vidi mosaici antichi, di quella gita sono il ricordo più chiaro. Nelle vicinanze scorre il Rio Mannu, un fiume che nonostante il nome non è poi così “grande”, attraversato da un ponte romano a sette arcate; uno dei pochi, costruiti nel I secolo a.C., ancora integri. Per duemila anni ha sopportato il peso di carri carichi di merci, poi di camion e veicoli di ogni genere, fin quando negli anni ottanta fu chiuso al traffico.
Spesso qualche amico del continente chiede <<Cosa c’è di bello da vedere in Sardegna?>> Vorrei rispondere incamminati e scopri le rocce, i paesi franati, le gole di fiumi morti, l’odore dell’elicriso, del cisto marino, del lentisco. Senti la potenza di un territorio, come quanto arrivi al Dolmen di Sa Coveccada, solitario in mezzo alle greggi. Che vuoi di più? Hai visto Villaggio Nurra, i pozzi minerari dell’Argentiera? Sei entrato nell’ipogeo di Sant’Adrea Priu, a Santu Antine? Il nuraghe più bello. Hai guardato il mare da Punta Scomunica, dal Castellaccio? Sei entrato a San Gavino quando fuori ci sono 35 gradi? Una frescura odorosa di marmi umidi, cera fusa e incenso ti avvolge.
Tutte escursioni nei dintorni di casa, per assaporare qualcosa di misterioso e difficile da spiegare: un’idea, un sentimento. Ci sono piccole scoperte che si possono fare passeggiando a piedi in mezzo a quello che qualcuno definirebbe nulla, che nulla non è mai. Scansi un pianta ed ecco un ingresso ad una tomba a pozzetto neolitica, un sepolcreto scavato sulla roccia calcarea: Domus de Janas decorate con corna di toro. Su quello che era il tetto, un basolato di roccia calcarea, i romani, sfruttando la conformazione geologica, vi tracciarono parte di una strada, la Karales-Turris. Ne vedi il tracciato perché tra i cespugli sono ancora distinguibili un incrocio di solchi lasciati dai carro che la attraversano longitudinalmente, il prodotto di secoli e secoli di viaggi sulla roccia viva. Ancora oggi immagino i carri invisibili incamminati verso il mare, verso Turris Libisonis; continuano a percorrerla, trasportano grano per le navi annonarie, dirette a Ostia o aspettano per riceverne olive, olio, sardine da navi provenienti da Tarraco, oppure la percorrono all’inverso, verso Karales. In lontananza c’è un altare, una ziqqurat pre-nuragico, dalla cui sommità si vede il mare. In un’area modesta, ristretta a pochi chilometri, si sovrappongono cinque o seimila anni di storia.
Osservando i mosaici del piazzale delle corporazioni di Ostia, attraverso le insegne si comprende il mondo commerciale romano, si avverte la potenza. Gli uffici commerciali di rappresentanza dei navicolari circondano un vasto foro occupato ad una estremità dal teatro e al centro il tempio di Cerere. C’è anche l’ufficio dei Naviculari Turritani, segnato come gli altri dal suo personale mosaico identificativo: una nave. Gira che ti rigira torno sempre a Turris.

Le pietre e l’acqua

Tra Siena e Grosseto in un’era geologica lontana eruttavano i vulcani. Questo è il territorio di caccia dei nostri percorsi alla ricerca di vasche termali. Amiata solforosa. Birra buona anche da queste parti. Aree boschive e selvagge, luoghi sacri ai margini di una fonte d’acqua termale. Nelle vicinanze, c’è sempre un rudere di epoca romana, c’è sempre una chiesetta romanica dedicata ad un santo guaritore. All’acqua termale campestre mi hanno introdotto Marcello e Igor. Ho scoperto che non sono poche le vasche termali nella piatta campagna o nei boschi, tra resti di terme romane, di ville agricole o chiese medioevali. La mia prima esperienza è stata in Sardegna a San Saturnino, Benetutti. Nomen omen. Una vasca di pietra cinta da cespugli di macchia -per la privacy- tra indifferenti mucche e cavalli. Un ramo appositamente modificato per appendere l’accappatoio e sedili di pietra per l’attesa. La regola non scritta di convivenza civile dice di immergersi tra i fumi solforosi per non più di venti minuti e cedere il posto al successivo in fila. Si può incontrare qualche vecchietto con il suo accappatoio, ma di solito il silenzio è rotto soltanto da qualche muggito, niente di più. Se devo fare un confronto con la Toscana, sicuramente fa la differenza la densità abitativa, così come il numero dei turisti che in Sardegna affollano più facilmente le coste e, sicuramente le abitudini dei locali. La solitudine rurale di Benetutti, l’abbiamo potuta godere soltanto a Sasso Pisano, tra le vasche naturali di un fiumiciattolo adiacente un’area archeologica, i resti di un edificio termale romano. Area di fumarole. Qui si trovano i resti delle uniche terme etrusche-sacre rinvenute. E’ stato sicuramente un caso fortuito che non ci fosse nessuno, le vasche sono piccole. Sicuramente non hanno la stessa fama di altri luoghi e neppure la scenografica presenza, ma noi le abbiamo trovate deliziose. Isolato è il complesso di San Michele alle Formiche. Le vasche sono ricavate all’interno di edifici oramai fatiscenti, non ci siamo immersi, troppo pericoloso e poco igienico, ma il bosco è affasciante. Gli abitanti della zona - a pochi chilometri c’è Pomarance- accompagnati dal cane, seggiola e libro qui possono godere di uno scenario meraviglioso.
Ho saputo di recente che verrà sistemata l’area delle terme del Petriolo, gli antichi edifici medievali saranno sottoposti a restauro e parte del bosco ad un intervento di ripristino ambientale. E’ un posto molto affascinante, come molti di questi luoghi, una cascatella di acqua sulfurea cade verso il basso in vasche e vaschette fino a raggiungere un fiume di acqua fredda. La temperatura diminuisce dall’altro verso il basso. A San Filippo, in Val d’Orcia, invece si fanno anche begli incontri. La mia amica Alba non sarebbe d’accordo. Il luogo è molto conosciuto, la zona è tra le più turistiche della Toscana. Nelle vasche della parte alta del bosco si può condividere lo spazio con le persone delle vasche vicine e conversare, man mano che si scende nella parte bassa i visitatori sono un po’ più chiassosi, l’ambiente attira di più famiglie e gruppi di gitanti, è qui che si trova l’incrostazione calcarea conosciuta come la Balena bianca. La prima volta che andammo a San Filippo fu dopo un temporale notturno, conclusosi all’alba. C’erano pochissime persone, probabilmente quelli che alloggiavano nei dintorni. In memoria di quella prima volta tornammo l’anno dopo, e ancora dopo. Ovviamente ogni volta troviamo un bosco differente che non ci ha mai deluso.
L’esperienza termale più folle è stata alla cascata di Saturnia. Ho scattato qualche foto. Inverosimile. Avete presente le piscine con i giochi d’acqua, i toboga? Siamo stati bene non dico di no, per me è stata la solita esperienza di coinvolgimento antropologico, come nelle file alle mostre o in attesa di un imbarco. Ci siamo immersi in vari punti per sentire le conversazioni dei vicini, capire che tipo di fauna frequenti questi posti in piena estate. Famiglie e turisti di ogni dove, ma dentro la fanga o sotto la cascata sulfurea potevi trovare tizi pieni di catene e bracciali d’oro accompagnati da ragazze che indossavano bichini leopardati.

L’isola di Ercole

La prima volta che ho messo piede sull’isola di Ercole, quello che ho visto aveva la tristezza di una disfatta. Era un giorno piovoso di fine inverno, la primavera era alle porte ma il cielo era ancora plumbeo, la terra umida. Gli animali prima domestici ora disorientati dalla rinnovata selvaticità ci ignoravano o al massimo ci passavano accanto annoiati. Alcuni cavalli che riconoscevano la sagoma del fuoristrada della forestale si avvicinavano, i più spavaldi mettevano la testa all’interno dell’abitacolo riconoscendo l'uomo alla guida. Un buffetto e un gesto affettuoso tra vecchi amici. Le mucche sostavano placide sulla spiaggia, adagiate sui soffici materassi di posidonia, la paglia del mare. La spiaggia era stata trasformata nella stalla di Poseidone, concimata a dovere rifioriva di gigli, aglio marino, tamerici. I primi edifici che incontrammo dopo il carcere erano case basse, avevano finestre e porte spalancate, oggetti domestici e familiari si trovavano sparsi all’interno e nei cortili; una scarpa qua, una stoviglia là, un triciclo, qualche abito, forse già utilizzato come strofinaccio. In cucina un nuovo inquilino ruminava un bolo di erba fresca, ci guardò perplesso, forse annoiato: <<Thè o caffè, ho finito lo zucchero, va bene un po’ di latte?>> Nessuno rispose e l’asinello continuò a ruminare il suo bolo.
Era da poco terminata la guerra in Jugoslavia, certe immagini di sfollamento, di abbandono e miseria permanevano ancora chiare sulle mie retine. Sapevo bene che nessuno aveva cacciato povere famiglie, nessuno perseguitava nessuno, nessuno scappava dalla morte. Semplicemente era stato chiuso un carcere e un’isola era tornata a vita civile. Spesso certe scelte vengono viste come un affronto alla propria mal interpretata idea di libertà. Chi aveva lavorato per la colonia penale soffriva l’idea di lasciarla, così avevano staccato dalle pareti gli interruttori e le prese di corrente, danneggiato gli scaldabagni, lasciato le porte delle case spalancate nella speranza che gli animali entrassero e completassero l’opera defecando qua e là. Sulle garitte di vetro antiproiettile erano visibili gli sfregi di sventagliate di mitra. Solo gli edifici di detenzione, gli uffici erano ben chiusi e protetti.
La prima cosa che colpisce, sempre, ogni volta è il profumo della macchia mista a stallatico e salsedine, il residuo delle mareggiate in putrefazione e i fiori di cisto. Ogni stagione ha i suoi profumi, ogni stagione ti rapisce l’anima. L’elicriso battuto dai venti a occidente, la posidonia sulle spiagge ad oriente, i fiori di cisto a primavera, il cisto secco ad agosto. L’unico rumore della civiltà il motore delle auto. Qualche pernice attraversò la strada. Prima di arrivare a Cala Sant’Andrea, ci fermammo lungo una curva, guardammo dall’alto un angolo di bellezza indescrivibile. Sulla spiaggia godeva di quel paradiso un altro gregge di mucche, divenute orami le ancelle di Poseidone. Le più sfacciate faceva il pediluvio, le altre, come quelle di Fornelli, si rilassavano sulla sabbia candida. I cavalli correvano sulle retro dune dove un piccolo stagno permetteva loro di abbeverarsi. Di soliti all’alba quando si sentono protetti scendono dalle colline rocciose mufloni e mufle. Non ne vedemmo. I cinghiali invece scorrazzavano tranquilli, una madre con i cuccioli correva parallela alla strada, i più coraggiosi tra i maschi nuotavano verso gli scogli di granito per cacciare qualche uova di gabbiano. Gli asinelli bianchi e grigi si trovavano a gruppi o a coppie vicino agli edifici. Negli stagni un airone cinerino, un cavaliere d’Italia, folaghe, un vai e vieni di leggerezza piumata. Il Parco è ancora informe, ma è già visibile cosà potrà diventare.
A Cala d’Oliva si percepiva ancora un sentore di vita comunitaria, alcune guardie, operai della forestale, operai di linee telefoniche ed elettriche vivevano qui: chi stabilmente, chi per brevi periodi, chi andava via in giornata. Le case civili, diciamo “rurali”, delle diramazioni distanti dal paese sembravano resti di un attacco vandalico, qui tutto appariva dimesso, ma ordinato. Un paese simile a quelli della costa ligure, riadattato ad un immaginario greco, tutto bianco con porte e finestre azzurre, un villaggio mediterraneo come un altro, ma vuoto di vita. Proseguendo sulla strada che dal molo di Fornelli porta fino a Cala d’Oliva, un’unica strada in cemento, trovammo una dietro l’altra le diramazioni carcerarie, gli edifici dell’antico lazzaretto, ospedali, docce, farmacie, chiesette in cemento in stile altoatesino, uno ossario, cantine, stalle, caseifici, frutteti. Un mondo fatto di reclusione e lavoro agricolo, detenzione e pastorizia, solitudine e speranza. Ci sarebbe voluto ancora parecchio lavoro, ma a breve il carcere sarebbe stato solo l’ennesima area archeologica, un luogo per turisti. Sono passati vent’anni da quel giorno. Ci sono tornata più e più volte, ho accompagnato turisti in visita, ho percorso i sentieri per conoscerla meglio, mi sono arrampicata sulle sue alture, entrata negli edifici, percorso la sua strada in auto, autobus, bicicletta, a piedi ma questo è il ricordo che ancora riaffiora alla memoria quando penso all’Asinara. I profumi, i colori, i suoni sono ancora quelli, tutte le altre volte, anche quando per qualche anno ho fatto la guida al Parco Nazionale, sono state una variante e un’integrazione.
 

Piombino Express

Il tempo ha esercitato una benevola azione anestetica sulla nostra memoria, una giusta dose di amnesia si è depositata sul ricordo di quella famigerata escursione da noi soprannominata Piombino Express. Cancellata la fatica e la sete, oggi può fare parte, a buon diritto, dei micro-viaggi da raccontare, perché il luogo merita di essere visitato.
Sulla costa livornese non è semplice trovare una natura non addomesticata, soprattutto non sfruttata in funzione del guadagno. Verso l’interno, sulle colline alcuni sentieri conducono a boschi e antichi eremi; da alcuni punti panoramici si può vedere anche il mare e le isole dell’arcipelago. Sulla costa, soprattutto in prossimità dei centri abitati, tranne poche eccezioni, strutture di ogni tipo impediscono la visione di un aperto orizzonte. Interventi architettonici di epoche diverse penetrano fin dentro il mare, appendici decadenti un tempo lussuose, oggi alberghi, ristoranti, strutture balneari o ammassi di cemento. Scalette arrivano direttamente sulla costa rocciosa, in moli e moletti di cemento.
Guardiamo dall’altro il golfo di Baratti, un momento di sollievo.
Tre estati fa, alla ricerca di qualcosa che assomigliasse alla selva abbiamo deciso di percorrere il sentiero dei Cavalleggeri da Piombino a Populonia. Un percorso ad anello attorno alla cresta del promontorio di Piombino. Il sentiero parte da Cala Moresca, la via del Crinale, e si sviluppa in maniera piana e rettilinea, ad un certo punto, più o meno a metà, si arriva ad un edificio religioso, la chiesa di San Quirico, di qui si prosegue fino ad un bivio: da una parte c’è la strada per Populonia, dall’altra scendendo lungo un sentiero nel bosco si arriva ad un punto di sosta, una necropoli e una spiaggia di sassi, la Buca delle Fate. Dopo un pranzo al sacco e il bagnetto alla Buca si può dire sia iniziata la vera escursione.
Quel giorno, una parte del sentiero dei Cavalleggeri era impraticabile, abbiamo dovuto optare per la via interna e ricongiungerci al sentiero dopo aver percorso di alcuni chilometri all’interno del bosco. Il sentiero è piuttosto stretto e a tratti scivoloso, salite e discese tra le radici degli alberi, pozze di fango, ci hanno sfiancato; la pelle salata, l’umido e una riserva d’acqua che si faceva sempre più misera non hanno aiutato. E’ divertente ricordarlo ora, ma la lingua felpata, la pelle sudata, impolverata e salata al momento non era affatto divertente. Usciti dal bosco, a punta Galera abbiamo ripreso il sentiero dei Cavalleggeri e ci si è aperto il mare azzurro, il profumo di salmastro, la luce del sole. Forse agosto non è il mese migliore, ma io le escursioni le ho sempre fatte così.

Sussidiario

Percorso: Sentiero dei Cavalleggeri Piombino-Baratti e ritorno.
Via del Crinale, itinerario pedonale, ciclabile e a cavallo per tutto il tracciato. Lunghezza: 6,6 km - h.2.10 quota massima 270 m slm, nella parte centrale dell’itinerario, minima 31 m slm a Cala Moresca.
Buca delle fate itinerario pedonale lunghezza 1,5 km – h.0,20
Via di San Quirico itinerario pedonale e ciclabile. Lunghezza 4 km – 1,20
Via dei Cavalleggeri solo pedonale al punto Galera, oltre fino a Cala Moresca anche itinerario ciclabile. Lunghezza 10km – h 3,20
Il bosco di San Francesco ad Assisi è stato al contrario una rivelazione, non solo una camminata, ma una vera scoperta. Un percorso di qualche ora. Anche qui salite, discese, sudate e sete, ma meno sfiancante. Non avevo idea che addossato alla collina, dalla parte opposta alla basilica, ci fosse un bosco che si estende in discesa per 64 ettari fino ad una valle. Per accedere al bosco si entra da una porta lungo il muro che delimita la piazza. E’ un’area recuperata dal FAI nel 2008, quindi c’è un’accoglienza, un piccolo book shop e l’occasione di fare una donazione per il mantenimento dell’area, una sorta di biglietto. Dopo aver camminato per qualche ora, siamo arrivati ad una vallata aperta, dove sono visibili una chiesa e i resti di un monastero benedettino, la struttura di un mulino, una torre, un opificio e un oliveto, il tutto attraversato dal letto di un torrente, ad agosto assolutamente arido. Abbiamo incontrato parecchie persone che passavano al fresco di un afoso pomeriggio, ragazzini in gita, famiglie che facevano un picnic, camminanti come noi o semplici automobilisti in sosta per un caffè al ristorante. Nel fondovalle a regalare una piacevole sosta sono proprio i campi coltivati, gli oliveti e nella radura solitaria la torre dell’antico opificio da cui si può vedere chiaramente il Terzo Paradiso, una struttura dell’infinito a tre anelli, ottenuto tramite la piantumazione di qualche centinaio di alberi di ulivo, opera di Land Art realizzata qualche anno fa da Michelangelo Pistoletto.

Arcipelaghi

Rileggendo le pagine, mi accorgo che scrivo di cose di cui ho già scritto, parlo di cose di cui ho già parlato. E’ vero, alcuni incontri casuali si sono rivelati connessi ad aspetti della mia vita passata o desideri di quella presente, ma immagino dipenda dal fatto che tendo a muovermi in territori affini, spesso torno dove sono già stata perché so che qualcosa mi è sfuggito. Dato che faccio spesso la fila per una mostra o un museo, osservo i miei vicini, ascolto i commenti, cerco di percepire il clima.

- Scusi, dov’è la donna nella cozza?

- Quale donna nella cozza?

- Quella famosa, di quel pittore... lavora qui e, non la conosce? Come vi assumono a voi?

- Forse cerca La nascita di Venere di Botticelli?

- Ah! Sì, quella.

- Sono spiacente, non si trova in questo palazzo, la può vedere agli Uffizi.

Immagino la soddisfazione dell’addetto alla guardiania di Palazzo Pitti nel pronunciare le parole “non si trova in questo palazzo”. Non so trattenermi. Il grottesco si fissa sui polpastrelli, ripulisco il testo ma certe cose non posso cancellarle. Sarà lo sguardo vacuo del turista che fa selfie, per cui un contenitore vale l’altro, un contenuto vale l’altro, tuttavia certe frasi si appiccicano e non si staccano più. La cozza? Va beh! Quando Alba me l’ha raccontata sembrava un aneddoto inventato, la battuta di un comico. Tutto vero, sentito con le sue orecchie. Mi è dispiaciuto non averla sentita con le mie, a volte sono costretta ad apprendere per interposta persona. Intanto entriamo in una sala di palazzo Pitti e troviamo Maria Lai. Qualche studente asiatico si sofferma, gli altri, di solito quelli che hanno smarrito la strada, scappano via. Roba moderna, dice lui o lei, è uguale. Cercano il Rinascimento ma continuano a incappare nel loro personale neo-medioevo.
Legarsi alla montagna è spesso citato come una sorta di mito di fondazione dell’arte partecipata in Italia. Maria Lai una irregolare. Il video di Tonino Casula Legare collegare dà a questa mostra una spinta in avanti, lo colloca in un preciso contesto artistico, quello della Sardegna tra anni settanta e ottanta; una provincia distante nella quale si sperimentava pienamente connessi con ciò che avveniva nel resto del mondo. Il paese di Ulassai è attualmente una museo aperto, un luogo dove quell’esperienza ha dato frutti. Non è un posto in cui puoi capitare per caso, non appartiene alla categoria dei paesi che attraversi per andare in una città vicina o in un paese più grande. Quelli si assomigliano tutti, hanno una strada al centro, caseggiati bassi, negozietto di alimentari, scuola, qualche aiuola e alla fine o all’inizio il cimitero. Persino in Toscana, certi paesi di provincia mi pare di conoscerli anche se non ci sono mai stata. A Ulassai ci vai perché ci vuoi andare. Per strada puoi contare sulle dita di una mano le auto che ti vengono incontro. Questa è una zona della Sardegna poco popolata, le montagne e il paesaggio tolgono il fiato.
Ci andammo qualche estate fa. Si arriva superato Gairo.

- Quella è Gairo vecchia, è un paese disabitato. Dopo una frana è stata evacuata e ricostruita ex novo.

- Dove sono le biramidi?

- Quali piramidi?

- Le biramidi del Gairo?

- ah ah ah ah ah

Il tenore delle battute era di questo tipo. Una gita. C’era nell’aria una specie di euforia. Abbiamo cantato e detto sciocchezze per tutto il viaggio.
Riconosco le cose quando terminano. Il viaggio ad Ulassai è stata l’ultimo di un modo di guardare le cose, poi i viaggi sono stati un’altra cosa. Nei rapporti con alcuni amici, immagino di non aver colto certi segnali, capito alcune cose che forse erano già presenti da tempo, andavano semplicemente illuminati.
Una volta, in uno di questi viaggi impossibili alla ricerca di luoghi inesistenti, isole fantasma che improvvisamente compaiono alla vista, abbiamo vissuto episodi Ai confini della realtà. Quegli spostamenti che ti fanno attraversare la Sardegna da parte a parte e immaginare mondi, in uno di quei viaggi, subito fuori un centro abitato abbiamo visto una donna anziana vestita di nero, mucadore e fardetta, come se ne vedono nei nostri paesi, pollice alzato. Faceva l’autostop. Ci siamo fermate.

- Grazie, ho perso la corriera. Per fortuna siete passate voi.

- Dove è diretta?

- Ad Ales. Vado al patronato.

Non passavano molte macchine, forse neppure la corriera. Ales il paese di Emilio Lussu, il successivo sulla linea del nostro percorso a tappe forzate.
Dopo averla lasciata a destinazione scoppiammo a ridere come due sceme. Josephine aveva lasciato la sua borsetta nel sedile dietro, bella spalancata, con parte del contenuto sparso sul sedile, non dicemmo niente, ma in quei dieci minuti di tragitto entrambe ci facemmo un film. La stessa scena grottesca.
- Ho pensato: ora toglie un fucile da sotto la gonna e grida <<questa è una rapina!>> ah ahh ahhh
- Seee, figurati se ha perso la corriera, è un metodo, lo farà sempre. E’ una specie di Bonnie della Marmilla! Ah ah ahhhh adesso ci farà fuori e non ci troverà più nessuno! Ah ahahhahh
La circostanza era veramente tipo Ai confine della realtà. Dopo averla lasciata al patronato, per chilometri non incrociammo nessuno. Era una vecchia signora di paese, molto cordiale. In quei dieci minuti ci raccontò una vita di fatica e sopportazione. Non ricordo i dettagli della storia, ma era di quelle di altri tempi. Vederla sbucare dietro la curva con il pollice sollevato in fardetta e mucadore è stato divertente, divertente parlaci. L’inatteso di un viaggio che poteva rivelarsi banale. Gli incontri casuali non esistono.
Viaggio a Ghilarza, visita alla casa di Gramsci. Colonna sonora i Clash. Non ricordo i dettagli del viaggio. Che cantai a squarcia gola London Calling, ne sono certa. Roberto, Marco e io in una macchina Josephine e Tore un un’altra. Della casa di Gramsci mi colpì il minuscolo cortile. Ricordo la birretta in un bar per arrestare l’afa agostana. Ci siamo tornate altre volte. Ricordo, una volta era inverno, nevicava, c’erano anche Caterina e Gianfranco.
Le case delle donne o degli uomini illustri della Sardegna, fatta eccezione baroni e viceré, sono sempre molto dimesse. La casa di Mario Delitala a Orani mi colpì per la sua modestia. La casa di Grazia Deledda è in un certo senso severa, se paragonata alle case moderne, ma padronale, la casa di Orani no. Non saprei dove vivesse l’altro illustre oranese, Costantino Nivola, ma la sua presenza è ovunque. Anche il nome, Antine aleggia sopra il cielo della Sardegna. Costantino è un santo anomalo. E’ un santo che non è un santo, lo è sua madre Elena, lui è una concessione alla santità tutta sarda. Antine è il santo dei cavalli, delle giostre, delle pariglie, dei cavalieri. E’ il santo imperatore. CONTINUA...BAROQUE