giovedì 19 settembre 2019

POP (della bellezza)


 
Sussidiario
Era esposta all’esterno del Museo della Città, Arte Contemporanea di Livorno, come annuncia la targa sul muro: Polo Culturale Bottini dell'olio, Luogo Pio. E' stata rubata. Si tratta di un'opera di Ruth Beraha Io non posso entrare (Autoritratto). L'opera, sul tema della discriminazione e dell'inclusione, consiste in una targa di ottone specchiato con incisa la frase “Vietato l’ingresso agli ebrei e agli omosessuali”.
Prima del furto, poco dopo l'inaugurazione, lo scorso 30 aprile è stata vandalizzata o come si è giustificato il ragazzo che ha compiuto il gesto "censurata" con una bomboletta spray nera.
Tra il 16 e il 17 luglio è sparita.





Non vorrei essere troppo letteraria, ma questo è esattamente quello che accade alle persone discriminate. C'è un momento in cui vengono violate, offese, picchiate poi una notte, nel silenzio generale, spariscono. Lo ripeto non vorrei fare poesia, ma infondo, l'opera di Ruth Beraha, con l'aiuto di inconsapevoli cialtroni, ladri, situazionisti fuori tempo massimo, goliardi che non fanno ridere nessuno, incarna l'essere discriminato. Maltrattata, silenziata  poi, sparita, come migliaia di esseri umani perseguitati nel mondo. 
E' evidente che il ragazzo con la bomboletta spray ha visto solo il messaggio e lo ha interpretato alla lettera. Ha pensato ad una amministrazione razzista, una bibliotecaria omofoba, una direttrice di museo accondiscendente ad un potere separatista e ha pensato bene di agire, su chi? Sulle vittime. Non ha analizzato il contesto, non ha osservato con attenzione che il materiale con la quale l'opera è stata realizzata, generalmente non viene utilizzato per cartelli comunicanti divieti, censure, obblighi, piuttosto per indicare la presenza dell'ufficio di un  professionista, di un ufficio pubblico (Avv. Serbelloni Mazzanti vien dal Mare, 2 piano). Insomma non si è fatto domande, ha reagito d'impulso. Non so se i ladri che l'hanno rubata in seguito siano stati guidati dalla stessa spinta giustizialista, sta di fatto che dal 17 luglio l'opera non occupa più la parete di fianco l'ingresso dei Musei Civici Livornesi. Possiamo essere tutti sereni, tolta l’opera della Beraha la nostra vita è ritornata ad essere serena: il mare, il sole. Possiamo continuare a dipingere marine, bovini maremmani, fotografare tramonti, nuvole e fingere che certe “cattiverie” da noi non hanno asilo. Invece, senza quella targa siamo tornati ad essere culturalmente infinitamente più poveri. Quella targa dialogava a distanza con le pietre d'inciampo sulle quali cammino ogni volta che esco di casa e passo in Via Verdi. A proposito, si stanno consumando, i nomi incisi si leggono con sempre più fatica. Se Ruth Beraha avesse fotografato un tramonto, non sarebbe accaduto niente, invece, ha voluto sollecitare una riflessione su tutti i razzismi e le discriminazioni. Lo ha fatto scegliendo in particolare di nominare nel suo “divieto di ingresso”, due specifiche categorie, la cui discriminazione è tristemente riconosciuta. Non so se questi accadimenti siano collegati alla scarsa importanza che si da all'insegnamento della storia dell'arte moderna e contemporanea o alla superficialità con cui si affronta la storia annichiliti dal "mi piace". Forse abbiamo finito per non dare importanza a tutte quelle cose che nutrono il nostro sentire: libri, cinema, musica, arte (anche quella concettuale). Ci siamo appiattiti sui messaggi e sulle didascalie che hanno finito per produrre tifoserie. Risultato indifferenza per un'opera dapprima vandalizzata e poi rubata. Era solo una targa d'ottone, infondo. Dov'è la bellezza? 




Centro Pecci per l'Arte Contemporanea, Prato. Guardo ipnotizzata un video, la ballerina si muove ad un ritmo sincopato, sembra una discendente della Venere di Willendorf impegnata in una danza scatenata in un club londinese anni Ottanta. Un copricapo realizzato con lunghi fili dorati avvolge completamente testa e viso, un baby-doll rosso scintillante serra e conforma un torace pingue, un perizoma villoso definisce un pube femminile celando i genitali maschili. Questo corpo massiccio, grassoccio ma agile si muove al ritmo di un brano dance. L’alieno è Leigh Bowery (1961-1994), in un video di John Maybury. Un talento per l’esibizione, la trasformazione del corpo in un soggetto performativo, erotico, dotato di una sessualità non definita, né definitiva. Deformazioni di arti, spalle, moltiplicazione di occhi, orecchie: una sua nota acconciatura consisteva in un dripping di pittura calata sul cranio pelato. Nella fotografia utilizzata per la locandina di The Legend of Leigh Bowery, il film documentario di Charles Atlas,  una gamba è notevolmente più grande dell’altra, come se l'immagine mostrasse non un essere deformato nella struttura anatomica ma una distorsione prospettica dovuta ad un qualche obiettivo deformante. Contribuisce ad accentuare l’alterazione la tuta in latex e la testa inguainata in una head mask. Metto in relazione questa immagine con un’altra: il ritratto di un uomo colto in un momento di riposo. Il ballerino che ho qui di fronte, non sembra avere niente in comune con il ritratto di Lucien Freud. Il piccolo quadro esposto alla Tate l'anno scorso e utilizzato come concept editoriale per la mostra All too Human (con un altro titolo, immagino opere differenti, la mostra è alle Scuderie del Quirinale, Roma). Raffigura la sua testa calva poggiata alla spalla sinistra sollevata, gli occhi sono chiusi e le guance e la bocca pendono vagamente come se stesse dormendo. Quest’uomo vulnerabile sembra non avere niente a che fare con l’enorme ballerina che mostra le chiappe al ritmo di un brano dance.
Bowery è stato trasgressivo, spesso al limite dell’oscenità, ha inventato e disegnato abiti, acconciature, travestimenti, ha immaginato corpi fino a quel momento difficilmente immaginabili. Ha usato il corpo per costruire un'identità attraverso la quale poter esprimere aspetti della sua personalità, ciò ha comportato la modellatura di ogni parte del suo corpo utilizzando una manipolazione masochistica, come se peli, pelle e carne fossero il suo materiale scultoreo e non cosa viva. Penso alla rimaneggiamento a cui sottoponeva il volto attraverso l’applicazione di protesi grottesche e l’uso eccentrico delle head mask utilizzate come una seconda pelle, una tela da pittore. Annullata l’identità precedente, la non-maschera era pronta per essere ridisegnata con un trucco stravagante, con l’applicazione di bocche, occhi, orecchie posticce oppure essere indossata come un elemento di vestiario qualunque, realizzato con lo stesso tessuto dell’abito, la stessa texture, così da togliere al volto ogni espressione e identità. Le guance erano forate per l'inserimento di grandi spille da balia a cui attaccava finte labbra sorridenti. Un insolito inventore che attraverso gli straordinari costumi creati per il teatro e per se stesso ha giocato con la moda, il feticismo e l'estetica del carnevale. Ha trasformato i suoi cento kg in uno spettacolo androgino. In questo viaggio nelle discoteche e dei club, nella cultura pop e nella creatività ci sono taccuini, bozzetti, un video e la famosa giacca in denim e mollette per capelli.

Sussidiario
Qualche anno fa Boy George ha messo in scena il musical Taboo. La storia ruota attorno ad una serie di personaggi e al più famoso club londinese, il leggendario Taboo (1985-1987), creazione dello stesso Bowery che ne era l’animatore. Una sorta di autobiografia nella Londra di quegli anni (è risaputo, ad dirla tutta, che George raramente ha frequentato il Taboo. Si sa gli artisti riscrivono spesso la storia con senno di poi). Nel musical tuttavia George impersona Bowery, ne cannibalizza l’immagine e ne svaligia l’estro restituendoci comunque una presenza viva.




Per alcuni giorni ho avuto questo pallino fisso, batteva a zig zag sulle pareti del cranio senza fermarsi in un punto preciso, riguardava libri persi, regalati, dati via, riviste d’arte donate. Cercavo di ricordare che fine avessero fatto alcuni articoli di Pier Vittorio Tondelli (1955-1991)
che avevo ritagliato da Rockstar e custodito per decenni in una cartellina. In questa ricerca strana ho scoperto che alcuni libri che pensavo di avere non sono più sugli scafali, di altri non riesco a liberarmi (gialli storici, più che altro). Forse a incasinare la memoria ci si è messo di mezzo anche l’e-book. Ci sono libri seppelliti sotto una lista di file non letti, titoli accumulati uno dietro l’altro, uno sopra l’altro, pronti a conquistare l’alta classifica ma non il podio del desiderio. Uno di questi precipitava sempre in fondo alla lista, ritornava su e poi precipitava di nuovo. Trattandosi di una faccenda digitale, il problema è la lista. Il difetto dell’e-book è che non esistono costole ma solo un elenco che scorre dall’alto al basso, dall’ultimo al primo: niente costole sulla libreria, niente colori familiari, la riconoscibile grafica della casa editrice, niente accoppiamenti per grandezze, niente accumulo sul comodino ma una triste sequenza paratattica da ufficio del catasto. Quel romanzo che speravo di leggere appena dopo l’acquisto inevitabilmente finiva nell’abisso della lista, un anonimo tra gli anonimi, grigio tra i grigi. La scrittrice è Zadie Smith, Della bellezza. Trovato, letto, amato. Zadie Smith scrive romanzi corali, zeppi di personaggi che si muovono sui fili della sua ragnatela narrativa multistrato. Affronta molte delle questioni postcoloniali di integrazione, in una città complicata, tra famiglie incasinate; le contraddizioni delle comunità afroasiatiche nei quartieri a nordovest di Londra, le problematiche identitarie, di razzismo, le questioni di genere.  Tutte le volte mi ha lasciata interdetta nei finali semplicemente realistici, come nella vita. Nessun personaggio è tagliato con l'accetta, non ci sono i buoni e i cattivi, i bianchi e i neri. Nella mia personale classifica delle preferenze Denti bianchi rimane il suo capolavoro, un gioiello di complessità in un mondo che continua a proporci modelli di semplificazione, seguono Della Bellezza e NW. Swing Time  è in lettura.
Tornando all'elenco, sono sicura che la cosa più semplice da fare è mettere ordine: raggruppare per generi, autori, libri letti e da leggere, cose da archivio insomma. Posso dire che la bellezza della libreria in legno è che ammette il disordine. Il colpo d'occhio alla costola blu di un Sellerio, allo struzzo di un Einaudi o all'omino degli Oscar consola. Meravigliosa creatura analogica.
Ultimamente, i miei spazi abitativi si sono ridotti, i romanzi fanno fatica ad sostare. Ho scelto di comprare in formato cartaceo solo pochi eletti: libri illustrati, d’arte, saggi, in alternativa prendo in prestito in biblioteca. Quando in un libro, nel formato digitale dell’e-book, sono previste anche immagini, queste appaiono grigine, francobolliche e inutili, piccole icone nebbiose e, a questo punto, l’esperienza della lettura risulta piuttosto irritante. Ho letto in questo stato Just Kids di Patty Smith. M Train l’ho preso direttamente in prestito in biblioteca. Non potevo rinunciare ad una visone un minimo decente delle sue polaroid. Molte di quelle polaroid sono pubblicate in Camera Solo (catalogo della mostra). Mi consolo in alcune loro sfocature, angoli bui, luci sbagliate e improvvisamente una foto perfetta. Ho ripercorso alcuni sentieri di Patty Smith, certi ritorni, la sacralità di alcuni viaggi. M Train mi ha coinvolto sin dalle prime pagine. Non sempre sono riuscita a sentirmi in sintonia con certi ondeggiamenti emotivi ma è un libro poetico e commovente, impossibile separare immagini e testo. Mentre scrivo questo post, però, ecco uno squarcio che mi fa perdere il filo del discorso… I am the son and heir, of a shyness that is criminally vulgar… (Sono figlio ed erede, di una timidezza criminalmente volgare…) Citazione e omaggio a George Eliot, Middlemarch, 1874. E' un suono struggente spezza pensieri. A volte scrivo con lo stereo acceso. Ora ascolto Hatful of Hollow degli Smith, 1984, il secondo LP. How soon Is Now è una canzone che lacera le viscere. Ogni frase, ogni suono mi distrae e mi porta altrove e mi impedisce un minimo di concentrazione. Non riesco a riconnettermi al discorso. Dovrei provare a mettere a posto il caos o spegnere lo stereo. Si dice che per dare forma a quel suono Johnny Marr abbia lavorato per ore registrando i singoli frammenti, anche solo di dieci secondi per volta, per poi ricomporli in una sola battuta. Era il 1984, non si facevano le canzoni con gli smartphone. Quando il mantra ipnotico di How soon Is Now attacca, quel suono mi spacca il cervello in due. Marr l’ha eseguita quest’estate in un concerto alla Royal Festival Hall. L’esecuzione mi ha sorpreso. Quelle “vibrazioni malsane e tribali” hanno trasformato la massa di individui un po’ alticci in osservanti religiosi. Quelli sui palchetti erano i più scalmanati: uomini e donne sovrappeso, di mezza età, bicchiere di birra in mano, si sporgevano in avanti come a chiedere l’abbraccio dell’amato. Tutti protesi verso quell’omino magro che a vederlo da lontano pareva avere ancora vent’anni. Il concerto si è chiuso con l’addio più bello che un amore possa cantare prima di andare via. “Sì, questa è per voi, tutti voi e nessun altro… Take me out tonight because I want to see people and I want to see lights, driving in your car. Oh please don’t drop me home, because it’s not my home, it’s their home and I’m welcome no more and if a double-decker bus, Crashes into us…(“Portami fuori stasera, dove c’è musica e c’è gente che è giovane e vivace, viaggiando nella tua auto. Ti prego, non scaricarmi a casa, perché non è casa mia, è casa loro ed io non sono più il benvenuto e, se un autobus a due piani, si schiantasse contro di noi…”) un coro di smemorati, persi tra le mura di una cameretta fantasma, persi nelle romanticherie posticce e vere allo stesso tempo, persi nel fantasma di un sentimento… tutti assieme To die by your side, such a heavenly way to die (“…morire al tuo fianco, sarebbe un modo celestiale di morire…”) in coro… And if a ten ton truck, kills the both of us, to die by your side, the pleasure and the privilege is mine (“E se un camion di dieci tonnellate, ci uccidesse entrambi, morire al tuo fianco, sarebbe un piacere e un privilegio per me”).
 VIDEO
  Nel trasloco i numeri di Rockstar sono finiti in discarica, come tante altre cose. Avevo ritagliato e conservato le pagine di Culture Club per decenni ma mi accorgo solo ora che anche queste pagine, dopo una seconda cernita, sono finite al macero. Non sempre le scelte che vengono fatte d'impulso sono scelte sensate. Buttare via Culture Club è stata una stupidaggine. Il pallino continua a saltellare. Cerco un articolo letto 33 anni fa. Penso di ricordare quasi ogni parola, come tutte le cose lette da giovani, ma ho bisogno di ritrovarlo. Assieme ad altri materiali Culture Club confluì in Un weekend postmoderno (1990) lo ritrovo in Pier Vittorio Tondelli, OPERE cronache, saggi e conversazioni a cura di Fulvio Panzeri, Bompiani. Inizio dalla pagina 327, titolo originale su Culture Club Trilogia dell’artista da giovane, qui semplicemente The Smith. Quell’articolo mi fece conoscere la band di Manchester. Ne ricordavo ogni parola. Tondelli mi aprì ad altre menti, altri modi di vedere le cose. Lessi Ballo di Famiglia e La lingua perduta delle gru di David Levitt perché ne aveva scritto Tondelli (anche se non lo convincevano certe situazioni familiari stereotipate), lessi Le mille luci di New York di Jay MacInerney,(il film con Michael J. Fox mi deluse parecchio). Ogni film, libro, artista, musicista citato da Tondelli andava stanato, My beautiful laundrette di Hanif Kureishi, Jo Fante e poi arte, musica, teatro che nel mio piccolo mondo in quel momento non aveva asilo. Ricordo bene le parole di Il viaggiatore solitario, un bellissimo pezzo sul disagio di viaggiare da soli e la bellezza del silenzio e dello spazio per sé. Quell’articolo taccava corde in quel momento per me sensibili. I miei spostamenti di allora non si potevano certo definire viaggi, eppure conoscevo quel sentimento di cui parlava Tondelli. Il raccontare misurato sentimenti smisurati e, spiegare a me perché a trent’anni amasse viaggiare e a venti no. “Quando ero un ragazzo ero ignorante, leggevo poco, scrivevo male. Se avessi visto quel paesaggio avrei solamente ricevuto un’emozione turistica. Oggi invece, che conosco Corot, posso vedere e sentire quel paesaggio, quella città, quel luogo in un modo diverso. Leggere libri, guardare opere d’arte, ascoltare musica, andare al cinema, sono tutte attività che nutrono il nostro sentire.” Come non identificarsi. Tondelli è stato una bussola, una luce nella notte, ha rappresentato un fratello maggiore, l’indice verso una luna luminosa, un cielo pieno di possibili mondi da scoprire.  

Sussidiario
Culture Club era la sua rubrica e, per quelli della mia generazione, era soprattutto il nome del gruppo pop di Boy George. Il titolo chiamava infatti in causa in modo esplicito la band poiché, come sosteneva ironicamente “Ogni generazione ha la sua Liz Tylor che si merita”. Aveva ragione.
Collaborò con Rockstar per quattro anni dal dicembre del 1985 e al novembre del 1989.

L’articolo sugli Smith finiva così: “Ma ecco, infine il momento del trionfo, Morrissey che si rotola per terra, con i jeans oramai quasi giù, e canta: “Hand in glove, the sun shine aut of our behind. No, it’s not like any other love, this one is different because it’s us…” (Armoniosamente uniti, camminiamo da amanti in controluce: no, questo non è un amore diverso, è diverso perché riguarda noi…”) In questa voce, in questo grido, posso cogliere le speranze del ragazzo che sono stato e dei ragazzi che tutti siamo stati. Morrisey ha buon gioco: “I am human, and I need to be loved.” [1986] 
 CONTINUA...in BAROQUE