venerdì 11 ottobre 2019

SPAZI SPETTRALI (dinosauri da cristalleria)

- Guarda, la vedi? Laggiù.
- Qualcosa di vecchio, qualcosa di blu, qualcosa di prestato (rubato)… è lei? Che ne dici?

- E’ molto piccola. E' strana. E’ azzurra.
- Sarà una nuova versione aggiornata.
- A vederla sembra in metallo. Non è blu, è azzurra.
- Forse non è quella originale. Chissà dove hanno messo il telefono, non sembra esserci molto spazio per un telefono.
- Un telefono? Solo quello, immagino. Qui dentro sembra non poterci stare nient'altro. Non credo sia una Police box, almeno non del tipo che cerchiamo noi.
- No, non sembra lei. Le cabine della polizia blu erano delle vere e proprie camere di sicurezza. Peccato mi ero illusa.
- Ho letto da qualche parte che i poliziotti in attesa dell’arrivo dei colleghi potevano custodire i prigionieri all’interno, compilare i verbali, erano delle vere e proprie stazioni di polizia in miniatura.
- Questa è di ghisa. Quella blu che conosciamo noi è di legno ed è degli anni sessanta.
- Ah sì? Comunque in questa non entrerebbe neppure un gatto. Però potrebbe essere più grande all’interno, no?
- Non questa. Vedi è azzurra, non è blu.
Delusi, proseguiamo nel nostro girovagare.
Attualmente i viaggi nel tempo non sono possibili. Non ancora, almeno. Vagando per le strade di Londra confidiamo di imbatterci nella nota cabina blu, quella vera, il Tardis: Time And Relative Dimension In Space. La Blu Box del Dottore. Una nave spaziale/una macchina del tempo a forma di cabina telefonica blu della polizia. Più grande all’interno. Un sogno infantile. Del resto il suo pilota, incarnazione contemporanea di Peter Pan, sa muoversi agilmente tra dinosauri sul fiume e affari vittoriani, alieni e bambini perduti. Se la incontrassi (ultimamente il Dottore è femmina) le direi: << Dottore, mi porti a fare un giro ad Hyde Park, nel 1851? >> Lei è una esperta di cose vittoriane e ingegneria transitoria, acconsentirebbe, ne sono certa, e aggiungerei << Vorrei fare una passeggiatina tra gli spazi di quella che viene considerata l’opera ingegneristica transitoria più direttamente influenzata dagli sviluppi tecnologici della sua epoca: Crystal Palace.>>
In questa cabina azzurra non c’è nessun Dottore. Posso riempire lo spazio che ho davanti solo con la mente, ricostruire l'immagine a partire dalle tante foto e modellini visti. La delusione mi porta a fare uno sforzo di immaginazione notevole. Guardo il prato di fronte, cerco di visualizzare l’immenso edificio in vetro e ferro lungo 564m, largo 124m, alto 39m adagiato, come un enorme capodoglio, sul prato di Hyde Park. Era il 1 maggio 1851, sarebbe rimasto lì fino all’11 ottobre dello stesso anno. Cinque mesi e 11 giorni.



parte del modellino del Crystal Palace, V&A Museum

 
Ci sono alcune strutture che seppure di dimensioni ridotte possono dare l’illusione di questo viaggio nel tempo. Non il modellino conservato a V&A. Ricorda troppo malinconicamente una voliera d’altri tempi. Di fronte a questa gabbia per canarini, per quanto grande, è difficile concepire la vastità dell’originale, tuttavia, forse, un’idea fantasmatica della struttura è possibile farsela percorrendo il tracciato viario all’interno del parco di Sydenham Hill, a sud di Londra, dove, dopo l’Esposizione Universale il Crystal Palace venne ricostruito secondo un nuovo progetto “migliorato” (a detta del suo ideatore) e riaperto al pubblico nel 1854, come "Centro per le attività educative per la gente comune", una sorta di sintesi culturale e pedagogica del pensiero vittoriano. Oggi gli ampi viali che lo percorrevano restano come tracce spettrali sull’orma del palazzo, vie che non conducono da nessuna parte, se non verso un prato erboso. Si percepisce il senso di uno spazio allestito per qualcosa che non c’è più. Troppo spettrale. Il bosco è troppo vasto per contenere in uno sguardo ciò che sto cercando.


Sussidiario
Sydenham Palace fu raso al suolo da un incendio il 30 novembre del 1936, forse per un corto circuito. Sul posto la struttura non ha lasciato nessun palazzo in rovina da visitare, solo una gigantesca sparizione resa tangibile dagli oggetti secondari che ha abbandonato dietro di sé: reliquie positiviste, come le sculture dei dinosauri e degli animali estinti di Benjamin Waterhouse Hawkins, realizzati per la grande apertura del 1854. Sembrano i resti di un film di fantascienza ambientato nell'età vittoriana. Oggi questi strani animali, per la maggior parte incoerenti e biologicamente assurdi giganteggiano all’interno di un vuoto spettro architettonico.
 
 
Le due versioni del Crystal Palace, nell’immaginario comune, vengono spesso sovrapposte pur essendo tra loro molto diverse per forma, posizione, ricezione, obiettivi. Per la versione di Sydenham l’ideatore modificò la struttura secondo una direzione architettonica complessa, poiché considerava quello di Hyde Park “semplice e meramente meccanico”. In Sydenham Palace i due piani di Hyde Park divennero sei, i soffitti ad alta volta lungo la navata intersecavano transetti di eguale altezza, così la semplice purezza funzionale e trasparente di Hyde Park si trasformò in un complesso labirinto, tra permanenza e transitorietà. A rimanere invariata, simbolo dell'intero edificio, fu la struttura centrale del Crystal Palace: il transetto a volta, caratterizzato dalla forma a nervature radiale ispirato dalla foglia di una ninfea gigante.
 
Sydenham Palace 1854-1936

Crystal Palace di Hyde Park, nella sua semplicità funzionale, reggeva i concetti di provvisorietà, trasparenza, leggerezza ed economicità, immersione totale nello spazio naturale sia dentro che fuori. Il dentro e il fuori si mescolavano. Dei vecchi olmi vennero inglobati all'interno. Un comitato di cittadini contrario alla costruzione nel parco di una pesante struttura, fece pressione perché il progetto venisse modificato in funzione della preservazione degli alberi; Paxton introdusse così l'idea del transetto, non previsto nel progetto iniziale, che donò all'edificio non solo quell'aspetto iconico che sarebbe stato ricordato anche dopo la sua scomparsa, ma anche la pittoresca immagine dei maestosi alberi inclusi nella volta.



Sussidiario


Joseph Paxton (1803-1865) era il capo giardiniere presso la sede di Chatsworth House di William Cavendish, sesto duca di Devonshire (quello delle banane). Nel 1848, a partire da un seme ottenuto dai reali giardini di Kew, Paxton portò a fioritura nelle serre Cavendish la Victoria amazonica e, dice la leggenda, che a partire dallo studio della pagina inferiore della foglia, di questa straordinaria ninfea gigante, ideò e progettò il Crystal Palace per l’Esposizione Universale.
Per vivere anche solo parzialmente l'esperienza di un edificio in vetro di età vittoriana, facciamo visita alle serre di Kew Garden di Decimus Burton. Collaboratore di Paxton, Burton realizzò i famosi giardini d'inverno dei giardini reali: la Palm house, costruita tra il 1841 e il 1849: struttura lineare, trasparente e leggera all’interno della quale è ricostruito un ambiente da foresta pluviale; la Temperate house completata nel 1898: ricostruisce ambienti di varie aree del pianeta a clima temperato e dal punto di vista architettonico rientra in quella categoria ibrida, mista che fa uso di importanti strutture in muratura e elementi di architettura convenzionale. Questo tipo di strutture rappresentano gli esempi più significativi di edifici in ferro e vetro realizzati nella seconda metà del diciannovesimo secolo. Oggi ne sopravvivono pochi eccezionali esemplari, le serre di Kew sono tra questi.
  

Temperate house, 1898

  
Sussidiario

I giardini d’inverno erano gigantesche serre, inizialmente costruite nelle tenute di campagna, poi edificate nei parchi come opere pubbliche. Furono i primi esempi di architettura in ferro e vetro a non fare affidamento su importanti strutture in muratura o elementi di architettura convenzionale di supporto. Negli anni trenta dell'ottocento, Paxton e Burton, per Chatsworth House, avevano realizzato una delle strutture in ferro e vetro fino ad allora mai costruite, il famoso Great Conservatory (1836-1920) un giardino d’inverno con copertura a tetto a doppio spiovente.
Nel contesto di un ampio giardino è di fatto la natura la struttura dominante. Erano in tutto e per tutto musei di natura: entro le loro pareti di vetro erano disposti, catalogati e conservati alberi da tutto il mondo, piante  da ogni continente erano raccolte come se fossero beni culturali. I pochi esemplari rimasti sono oggi l’unico modo in cui si possono apprezzare qualità di queste architetture. 
 




 


  

  

Il Crystal Palace fu commissionato nel 1849. La storia di come si arrivò alla sua costruzione è quasi leggenda. Parteciparono alla gara 245 studi di architettura di tutta Europa, nessuno dei quali incontrò le esigenze della Commissione dell’Esposizione che richiedeva un edificio di grandi dimensioni, che fosse anche economico, temporaneo e che non pesasse troppo sul terreno di costruzione. La sfida da superare era progettare in tempi brevi a costi bassi una struttura temporanea così ampia da contenere al suo interno quattro basiliche di San Pietro, 90.000 metri quadrati. Paxton salvò una situazione a dir poco disastrosa. Per il Crystal Palace si ispirò ad una serra destinata ad ospitate gli esemplari di Victoria Amazonica, a sua volta suggerita dalle foglie della pianta in questione.
 


Sussidiario

“L’edificio in ferro e vetro di Joseph Paxton per la Grande Esposizione Industriale di tutte le Nazioni del 1851 è senza dubbio il più famoso di tutti i palazzi delle esposizioni del diciannovesimo secolo. E’ considerato il primo edificio a fare un uso massiccio delle nuove tecnologie di produzione di massa, rappresenta la dichiarazione plastica di quelle che saranno le metodologie future per la produzione di spazi e il manifesto dell’impostazione mentale dell’architetto inteso come problem-solver.” (Douglas Murphy, L’architettura del fallimento, 2013, postmedia book).

 

Temperate house vista dal treetop walkway
 
Sussidiario

Parecchie piante hanno ispirato la progettazione e la realizzazione di spazi architettonici, tra le più attraenti la Victoria amazonica, pianta acquatica della famiglia delle Nymphaeaceae che oltre ad affascinare il pubblico di tutto il mondo per la sua eleganza e le sue dimensioni, scatenò la fantasia degli ingegneri, grazie alla robustezza fuori dal comune delle sue enormi foglie e, per via della struttura a nervature che può sopportare, se ben distribuito, un carico fino a quarantacinque chili, senza rompersi o deformarsi. Le foglie della Victoria amazonica possono raggiungere i due metri e mezzo di diametro. (Capitolo VII Achipiante. Plant Revolution, Stefano Mancuso, 2017, Giunti).


Victoria amazonica 
 

 
schizzo del Crystal Palace di Joseph Paxton, V&A Museum
Paxton presentò il suo progetto con uno schizzo su un semplice foglio di carta assorbente. La commissione non lo accolse con entusiasmo, ma era l’unico progetto che rientrava nel budget e la mossa geniale fu quella di pubblicarlo sulla stampa, accattivandosi l’opinione pubblica, cosa che ne decretò l’approvazione. Propose moduli prefabbricati in vetro e ghisa 7mx7m, il risultato fu una mastodontica serra vetrata, eretta in quattro mesi, che troneggiò in Hyde Park per cinque, durante i quali venne visitata da sei milioni di persone.


Palm house, 1849

  - Sembra di stare in una giungla intrappolata dentro una nave di vetro. Peccato quest’umidità insopportabile, mi si appannano gli occhiali e l’obiettivo della macchina fotografica.
Ci troviamo dentro la Palm house, il clima tropicale ricreato per questi magnifici alberi è soffocante, riesco comunque a notare dei particolari interessanti. La scala a chiocciola in ferro smaltato ricorda quella della casa della Fata Turchina del Pinocchio televisivo.  Saliamo sulle balaustre al piano di sopra, per ammirare le cime degli alberi, percepirne l’altezza. Tolgo il giubbotto. L'umidità è soffocante.
- Ritorno di sotto, qui sopra non si respira.
- Scatto qualche foto e ti raggiungo.
 


 

Nella parte alta della serra si accumula una quantità di umidità impressionante, l’aria è densissima, sui vetri è impossibile distinguere la pioggia dell’esterno e l’umido dell’interno: grondano come se piovesse anche dentro.
In questa scatola di vetro, seppure enorme, la foresta sembra una faccenda a portata di tutti. Gli uccellini che saltellano qua e di là, non sono tropicali, ma sembrano apprezzare l’ambiente; immagino entrino ogni volta che qualcuno apre la porta d’ingresso, qui hanno un clima caldo e cibo a volontà, gli insetti proliferano. Alcuni particolari architettonici ricordano navi o ponti...CONTINUA in POP (della bellezza)