venerdì 12 dicembre 2014

Conversazione con Marcello Scalas/ artista e designer - La superficie e lo spazio


A.R.C. Nella scorsa intervista ci siamo soffermati sul tuo lavoro di designer: allestimenti scenici e complementi d’arredo che realizzi principalmente con materiali di recupero.
Ho tralasciato volutamente di parlare del tuo lavoro di ricerca nelle arti visive perchè mi interessava dedicargli il giusto tempo.
Vorrei parlare con te del rapporto che instauri con lo spazio. Da quale lavoro vuoi iniziare?
M.S. Forse, dalla stanza di zucchero che ho realizzato a Berchidda per la mostra "Babelfish". Lo zucchero è un materiale che utilizzo e che ho imparato a conoscere. All’inizio lo utilizzavo principalmente sulle superfici dei quadri. Poi di ogni materiale ti informi e ti accorgi che ci sono tante cose che ti può raccontare. Uno degli aspetti che mi aveva interessato è il fatto che essendo un cristallo -secondo Boncinelli, un genetista napoletano, simpaticissimo- è un elemento di passaggio tra materia inerte e materia vivente.

Mi interessava questo elemento che mette in relazione qualcosa come le pietre (per semplificare) con noi stessi, con gli animali. Perchè il cristallo fondamentalmente si riproduce. Ci impiega un po’ di tempo a riprodursi, però ricostruisce.

Casa, dolce casa, "Babelfish", 2003,
"Time in Jazz", Berchidda, (OT)
A.R.C. Come si intitolava questo lavoro?
M.S. “Casa, dolce casa”. Al tempo ero studente all’Accademia di Belle Arti. Ci era stata data la possibilità di intervenire in una casa privata, si chiamava Casa Pianezzi, al centro del paese. Della famiglia Pianezzi,che ci ha abitato fino ai primi decenni del Novecento, rimanevano davvero poche cose.
Come spesso succede all’Accademia, durante gli studi si forma un gruppo, noi eravamo cinque. C’era Riccardo Fadda degli Az.namusnart, Pinuccia Sini, Dario Caria e Marina Scardacciu. Per un mese ci abbiamo vissuto. Dario Caria era di Berchidda, quindi stavamo a casa sua. Una vera residenza, abbiamo conosciuto il vicinato e ripulito per un mese. Una volta che abbiamo riattato questo posto, completamente distrutto,- un aspetto che interessava molto alcuni degli artisti, tra i quali Riccardo Fadda, che agli inizi lavorava molto sui luoghi dismessi, aveva scelto una stanza e lasciata tale e quale-, ci siamo divisi gli ambienti.

A.R.C. Tu che stanza hai scelto?
M.S. Inizialmente mi stavo interessando alla scala...


A.R.C. In riferimento al tuo nome...
Casa, dolce casa, "Babelfish", 2003,
"Time in Jazz", Berchidda, (OT), dettaglio
M.S. Sì, al mio nome, come un lavoro realizzato di recente... Queste punti di passaggio mi interessano molto.
Però ero rimasto affascinato dalla cucina, perchè era l’unico ambiente in cui c’erano alcune cose appartenute alla famiglia. C’era un piccolo tavolo, un lampadario in ferro smalto, il lavandino con il rubinetto, il caminetto. A quel punto ho deciso di cristallizzare questo ambiente: l’ho rivestito totalmente di zucchero.
Il tema del Time in Jazz di quell’anno era “la parola”. A quel punto era inevitabile affrontare il tema della memoria, la parola e la memoria. Quindi ho ricoperto ogni cosa di zucchero.
Detta da alcuni appariva inquietante, perchè non subito percepivi il calore dello zucchero. Per alcuni il bianco era un po’ ossessivo.
L’ambiente non era molto grande, sarà stato 2m x 3m. Mi interessava agire in maniera delicata rallentando un po’ i tempi. Nel senso che, nel momento in cui ci stavi dentro iniziavi a percepire i colori dello zucchero, che essendo un cristallo a seconda dell’illuminazione rifletteva la luce. Sulle pareti sembravano dei piccoli diamanti.

O noi o io no, 2013, installazione, carta,
dettaglio
A.R.C. La memoria è legata allo zucchero, lo zucchero è il nutrimento del cervello.
M.S. Lo zucchero sotto molti aspetti ha a che fare con l’infanzia, con la memoria, con il cervello, perchè ovviamente gli zuccheri agiscono sul cervello.
Lo vedevo come un materiale molto contemporaneo perchè è un alimento che dà subito energia.
Mi permetteva di creare diversi livelli di lettura. Anche se il lavoro era abbastanza chiaro già dal titolo. Però poteva esser letto in diversi modi e ognuno poteva trovare il proprio modo di interpretare questa superficie.
A me piace intervenire sulle superfici e questo sicuramente si collega al mio lavoro di decoratore d’interni.
Quindi non solo belle superfici su cui posare l’occhio per un po’, superfici che sono la pelle di qualche cosa.
Mi interessava intervenire dal punto di vista percettivo nello spazio.



O noi o io no, 2013, installazione, carta,
dimensione ambiente,"Le fondamenta degli incurabili",
Show room Liceo Artistico,
Sassari, Foto G. Calia
A.R.C. Prima si parlava di scale e superfici. Di recente hai ricoperto completamente l’interno di una scala con un’altro tipo di materiale, che ultimamente hai utilizzato in altri interventi spaziali: la carta. Non è viva come lo zucchero ma ha un’altro tipo di vitalità, legata alla cultura, alla manifattura.
M.S. Mi interessava intervenire dal punto di vista percettivo nello spazio.

Il lavoro era la fase finale di un work shop tenuto con i ragazzi del liceo artistico. Mi interessava modificare completamente la percezione di quello spazio. Mi interessava come punto di passaggio di noi che esponevamo nello show room Le fondamenta degli incurabili, al piano terra, e i ragazzi della scuola che stavano al di là di questo spazio, nelle aule al piano superiore. Le persone che passavano all’interno del vano percepivano uno spazio altro, non solo ovviamente per una questione tattile, volevo anche condizionare l’udito, dal momento che una volta che ci si camminava all’interno, vuoi per i passi, vuoi per le voci, tutto veniva modificato. Questo permetteva a chi arrivava al piano superiore di questionarsi su altro, oppure provare un senso di disagio, che non avrebbe avuto salendo la scala prima del mio intervento.

Yo yo, 2011,"In fila per due",
2600 barchette di carta, 12m2,
Libreria internazionale Koinè,
Porto Torres

A.R.C. Non lo abbiamo detto, ma questa scala è molto stretta a forma di elle e unisce lo scantinato con i piani superiori della scuola.
M.S. Uno spazio ampio non avrebbe certo raccontato la stessa favola. Del resto anche Alice nel paese delle meraviglie trovava le sue porticine piccoline e si doveva adeguare. Quindi sono sempre apparentemente luoghi stretti e angusti quelli che ti portano verso un’altra dimensione, questo nella dimensione favolistica.
Io inserisco spesso nei miei lavori questa dimensione favolistica.

Copyrigth, 2001,
mdf, zucchero, 1mx1m
A.R.C. Scrivi moltissimo. In generale nei tuoi lavori utilizzi spesso la dimensione narrativa e la parola, non solo le immagini e lo spazio.
M.S. In parte il tema della narrazione era tipico dei miei primi lavori fatti con lo zucchero, prima che ci intervenissi con le installazioni, sui quali io scrivevo a caratteri tipografici con lo zucchero. Sempre perchè pensavo al sassolino gettato nello stagno, pensavo a cosa poteva fare il racconto nella memoria.
Tanto che i primi lavori consistevano in cerchi dai quali si irradiavano delle parole. Poi sono entrate le tematiche ambientali, che sono state abbastanza frequenti nei miei lavori. Continua...

A.R.C.

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